De Eredan.

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Atto 3: Bagliore


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Bagliore


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La natura aveva coperto la Tomba degli Antenati di una fitta vegetazione obbedendo a coloro che sono nati dalla terra e dagli alberi. La relativa tranquillità che permeava questo posto era stata scacciata dalla furia con cui i Cuore di Linfa si erano gettati in battaglia; le liane che coprivano la pietra caduta dal cielo erano scosse e vibranti come sangue pompato da un cuore invisibile. La Sfinge con divino furore recideva le radici che lo avevano intrappolato ma la sua rabbia era troppo accecante per notare i due Hom'chaï che si stavano avvicinando pericolosamente. Fortunatamente per il Guardiano del Tempio venne soccorso da Kararine: agile e sfuggente come una pantera era riuscita a liberare il suo compagno Nomade. Quest'ultimo si ritirò dal campo di battaglia e si mise a cercare Iolmarek per progettare una controffensiva alla forte resistenza nemica. Il leader dei Nomadi era al momento occupato a fronteggiare gli attacchi magici di Kei'zan e di Parlaspirito; la magia dei due Daïs era estremamente potente ma si infrangeva contro il baluardo della fede di Iolmarek e dei suoi accoliti.

Nel frattempo nell'accampamento dei Noz'Dingard non molto lontano vi era uno strano incontro tra Valentin, il Cavaliere Drago e Melissandra.

"La forza latente di Kei'zan è di pari entità a quella dell'Albero Mondo. Dovete capire che per la nostra terra quella pietra non è un bene, la farà imputridire."

Quella mattina Valentin era stato svegliato dall'offensiva dei Cuore di Linfa ed aveva potuto osservare con i suoi occhi di drago, che la situazione era instabile e l'esito per nulla certo; proprio in quel frangente era comparsa la giovane Elfine che lo aveva avvicinato senza dare alcuna spiegazione.

"Noi parliamo al drago ed alla sua saggezza. Io porto un messaggio da parte di Kei'zan, chiediamo il vostro aiuto in battaglia. Immagino percepiate anche voi la presenza della perversione generata dalla Pietra."

Valentin si grattò la barba, un poco imbarazzato. Non era un mago e di questo argomento ne sapeva ben poco. L'unica ragione per cui era lì, era perché gli era stato chiesto di attendere il ritorno degli altri dalla missione.

"Io sono un Cavaliere Drago, tutto ciò di cui sono a conoscenza, lo sai anche Lui, perché siamo connessi", parlò finalmente il Drago prendendo possesso di Valentin.

I lineamenti del cavaliere mutarono fino a prendere la forma di un ibrido umano-dragone.

"Elfine”, disse rivolgendosi a Melissandra, ”ho sentito la chiamata dell'Albero Mondo. Il Male è celato agli occhi di tutti e anche a quelli dei miei Inviati".

Melissandra rimase delusa dalla risposta mentre il Drago continuò dicendo:

"Valentin vi seguirà e metterà le sue conoscenze al vostro servizio. Manderò altri alleati quando sarà il momento."

Valentin torno alla sua forma umana e disse all'elfine:

"Bene, a questo punto sono ai vostri ordini."

Più tardi, grazie anche all'aiuto del vecchio Cavaliere Drago, i Nomadi furono ricacciati indietro e si trovavano in una posizione difficile. Ci furono diversi morti tra le fila dei fedeli di Sol'Ra, ma fortunatamente per loro non erano soli: l'ideale per cui combattevano donava loro una forza straordinaria. La Pietra caduta dal cielo pur circondata dalla vegetazione emise una musica che Iolmarek riuscì a sentire e a comprendere come fossero parole divine.

"Chiama la serva. Solo lei può farcela."

Malika pensando si rivolgesse a lei visto che era la più vicina al sacerdote rimase interdetta e afferrando la tonaca del saggio gli chiese:

"Lei chi? Sia più chiaro."

Iolmarek era però assente, prese la lampada ad olio e la strofinò e da essa comparve una creatura blu.

"Sì padrone? Posso esaudire un desiderio?", disse.

"Genio, uso il mio secondo desiderio. Vorrei che Djamena fosse qui immediatamente."

"Come tu comandi, padrone", rispose la creatura della lampada.

Il genio chiuse gli occhi e intorno a lui comparve un’aura di luce che andò aumentando fino a trasformarsi in un gran Bagliore che accecò tutte le persone nelle vicinanze. Quando poterono nuovamente aprire gli occhi al suo fianco c'era una giovane donna vestita di bianco e blu, i colori dei fedeli di Sol’Ra. La giovane donna si guardò attorno con un misto di stupore e paura ma poi vide l'uomo che aveva salvato suo padre da un destino incerto e sentì nell'aria la musica celestiale. La sua voce dolce era indirizzata a lei sola:

"Djamena destati. Torna ad essere quello che eri. Ascolatami Djamena?"

La ragazza non si mosse ma qualcosa dentro di lei era scattato, qualcosa si era liberato. Dal nulla comparve una lancia che lei impugnò ed indirizzò verso la pietra caduta dal cielo; immediatamente la vegetazione che circondava la pietra si trasformò in sabbia. La pietra brillava come non mai. La ragazza era cambiata, le erano comparse delle ali e i capelli, quasi bianchi, fluttuavano nell'aria come se galleggiassero. I Nomadi lì presenti capirono che era divenuta una Solarian e che la battaglia non era ancora persa. Il terreno attorno alla pietra cominciò a crepitare per via dell'energia divina che si era messa all'opera, Ahlem percepì che Sol'Ra li stava osservando e giudicava le loro azioni. Vennero lanciate theurgie curative per rimettere in sesto i feriti e per farli combattere nuovamente. La Sfinge con un ruggito si lanciò contro Macchia Rossa tentando di decapitarlo ma quest'ultimo venne salvato da Valentin che parò il colpo della bestia leonina. A quel punto sopraggiunse Djamena.

"Sarai giudicato. Io sono le braccia del dio e tu sei solamente un insetto che calpesterò", disse rabbiosa facendo velare il cielo di nubi nere.

"Signore, le nostre azioni future non sono degne della tua vista. Che l'eclisse veli i vostri occhi e ci conceda il suo divino favore con la luce nera."

Artiglio si era avvicinato passando tra gli alberi e le liane per attaccare Djamena quando era rimasta immobile ma ora si sentiva privo di forze come se il terreno stesso lo stesse attirando a se. Iolmarek si avvicinò a Djamena, la sua apparizione gli aveva mutato il colore degli abiti, ora erano scuri come la notte.

"Eclisse, mia splendida Eclisse. Qui c'è un Guemelite."

Si avvicinò ad Artiglio, lo sollevò in aria afferrandolo al collo.

"Hai molto peccato, infedele! Ora la tua anima è mia per sempre."

Batté una mano sulla testa del Guemelite e poi, quasi avesse trovato un qualcosa di invisibile, tirò. Una forma spettrale scaturì dal corpo di Artiglio mentre il suo cuore smetteva di battere e le sue braccia smettevano di dimenarsi. Kei'zan vide tutto senza poter far nulla...

Verso i confini


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La Tomba degli Antenati era in fiamme. La pietra caduta dal cielo bruciava qualsiasi cosa e distrusse gli accampamenti di Kotoba e Noz'Dingard. I Cuore di Linfa e il Cavaliere Drago Valentin avevano dovuto ripiegare in territorio Eltarite ed erano stati presto raggiunti da altre persone che avevano assistito alla battaglia e che volevano saperne di più. I Nomadi del Deserto aveva conquistato la Tomba degli antenati ed erano galvanizzati dalla pietra e dall'eclissi che si era formata dopo la comparsa della loro nuova guerriera. Questi fanatici avevano sconfitto le creatura della natura.

Kei'zan teneva tra le braccia il corpo senza vita di Artiglio, la tristezza e la fatica erano nitidi negli occhi dell'Eltarite. Per via della gravità dell'evento vi erano molti stranieri nelle terre ancestrali che solitamente erano occultate: c'erano rappresentati dei Noz'Dingard, Kotoba, Guerrieri di Zil e perfino i Pirati, appena unitisi alla battaglia.

Il vento soffia tra gli alberi mentre Kei'zan deponeva a terra il corpo della figlia adottiva. Se avesse avuto un cuore ora sarebbe ridotto in mille pezzi per il dolore. I Cuore di Linfa si avvicinarono cominciando ad intonare il canto rituale dei morti: una triste e malinconica melodia. I Daïs quindi invocarono un antico incantesimo per fare ritorno alla terra, e delle radici spuntarono da essa che avvolto Artiglio, lo condussero sotto terra.

Nel frattempo Valentin parlava con il Drago nella sua mente.

"Mio signore, hai potuto vedere tutto grazie ai miei occhi. Cosa intende fare? Questi Nomadi del Deserto mi sembrano tanto pericolosi quanto i Fedeli di Nehant."

"Si dovrà agire senza causare uno scontro diretto per il momento. C'è una persona che potrebbe aiutare, ella si trova nella foresta ma è intrappolata."

"Dovrò trovare questa persona?”

"Sì, ne abbiamo bisogno. Altri tra gli Inviati stanno sopraggiungendo solo ora."

"Obbedisco."

Una volta che la musica mortuaria fu terminata Valentin si avvicino a Kei'zan.

"Mi scuso per il disturbo in un momento così doloroso. Ma devo chiederle un favore."

Kei'zan invitò il Cavaliere Drago a continuare.

"C'è qualcuno che ha il potere di poter fermare questi Nomadi."

"Chi?"

"Colui che è imprigionato."

Il Daïs rimase impietrito e scosse la testa.

"La persona da te nominata è stata punita per le sue azioni."

"Non voglio sindacare il suo parere, ma è almeno possibile conferire con questa persona?”

"Ho il sospetto che qualcuno ben più importante di te ti abbia già informato."

"Il Drago pensa che il prigioniero sia una parte di questo schema e che il suo aiuto sia fondamentale."

Dopo attimi di titubanza Kei'zan decise di condurre il Cavaliere Drago alla luogo in cui venne imprigionato, molti anni or sono, nel cuore della foresta. Per due giorni viaggiarono attraverso sentieri, Valentin era sorpreso nel poter vedere posti così insoliti e pittoreschi nonostante avesse viaggiato in lungo e in largo. Raggiunsero infine il luogo in cui vi era stato l'Albero-Mondo, ora ridotto ad un tronco senza vita. Il territorio di Kei'zan. Tra due alberi di grandi dimensioni si trovava il prigioniero, circondato da arbusti.

"Sei autorizzato a parlargli ma sappi che mio fratello è vendicativo."

"Tuo fratello. Bene. Ha un nome?"

"Ora lo chiamiamo l'Intrappolato."

La vegetazione si ritrasse creando un passaggio. All'interno vi era un Daïs intrappolato in una gigantesca pietra. Kei'zan passò una mano sulla testa dell'Intrappolato, dandogli il potere di percepire quello che accadeva intorno. Subito venne colpito da una grande ondata di tristezza, immediatamente comprese i fatti accaduti e la morte di Artiglio. La rabbia fu improvvisa, troppo improvvisa.

"Ecco cosa conduce tutto questo. Il tempo delle parole è terminato fratello. Liberami!"

"No, sai che è impossibile che ciò avvenga."

Valentin rimase stupito dalla potenza con cui aveva parlato.

"Tu Guemelite. Non senti la lenta distruzione che sta colpendo il nostro mondo?", disse rivolgendosi al Cavaliere Drago.

"So che abbiamo contro un pericoloso avversario e che tu sai come fermarlo."

"Prima dovete liberarmi, non posso restare immobile e paralizzato mentre muoiono gli Eltarite."

"Artiglio conosceva quali erano i rischi", rispose Kei'zan con vigore.

"Certo ma tu hai lasciato che morisse. Quindi chi di noi due dovrebbe essere intrappolato in questo blocco d'ambra, fratello?"

"Tu un mezzo per affrontare i Nomadi lo conosci si o no?", intervenne Valentin che percepiva l'animosità tra i due fratelli.

"Sì che lo conosco", rispose l'Intrappolato riacquistando un poco di calma.

"Dicci quello che sai", chiese Kei'zan.

"Te l'ho detto. Devo lasciare questa prigione perché dovrò condurre della gente dove volete andare."

Kei'zan sentì il lamento tra gli alberi e come percepissero nel cambiamento nel vento il pericolo vicino a casa. Il Daïs sapeva che prima o poi quel momento sarebbe arrivato. Se l'Intrappolato conosceva veramente un modo per affrontare questo pericolo avrebbe dovuto mettere a tacere i suoi sentimenti personali e lasciare il posto alla ragione. E se l'Intrappolato si sarebbe dimostrato instabile sarebbe tornato nella sua prigione e per l'eternità.

"Ti libererò ma al primo passo falso tornerai qui", disse colpendo il blocco d'ambra con il suo bastone.

Una grande energia scaturì e il prigioniero poté finalmente muoversi.

"Manterrò la mia parola. Ti aiuterò come meglio posso."

Diversi giorni dopo, ai margini del bosco era stato edificato il campo di tende in cui risiedevano tutte le Gilde, la Arc-Kadia, la nave pirata era ancorata poco lontano. Tutti confabulavano scambiandosi opinioni su quanto era accaduto ma smisero di parlare quando comparvero Kei'zan, Valentin e l'Intrappolato. Tutti formarono un cerchio attorno ai nuovi arrivati.L'intrappolato li guardò e quindi disse:

"La guerra è alle porte. Quelli del Deserto venerano un dio che non può essere fermato." La folla fu percorsa da molti sussurri.

"Coloro che non provano risentimento per i membri delle altre gilde saranno un supporto importante per la guerra che verrà. Seguitemi, in questo modo alcuni di voi potranno risolvere il nostro principale problema: la pietra caduta dal cielo."

"Dove pensate di andare?", chiese Malyss, il mago Kotoba.

"Ai confini...", rispose l'Intrappolato.

Anche a questa frase si udirono diversi sussurri, la parola "confini" sembrava causare diverse domande, alcune timorose, altre di curiosità.

"Conosco un modo per arrivarci. Non nego che sia esente dal pericolo ma cos'è il pericolo rispetto a quello che stiamo già affrontando? Qualche volontario? Un membro per ogni gilda mi sembra una buona soluzione."

Ergue si fece immediatamente avanti.

"Ho sempre desiderato andarci."

Quindi si aggiunse Malyss, Moira ed infine, dopo qualche tentennamento e discussione sulla possibilità di trovare qualcosa di prezioso di aggregò anche Occhio Di Gemma per i Pirati. Anche il Drago offrì il suo aiuto. Grazie a Valentin ed agli Inviati di Noz'Dingard lì presenti venne aperto un portale che conducesse al castello dei Noz in modo da poter evitare un lungo tragitto. Il gruppo venne ricevuto da Il Profeta.

"Benvenuti. La Draconia vi offrirà cibo e forniture di varia natura per affrontare al meglio questa difficile spedizione."

"Vi ringraziamo Profeta."

Una settimana dopo il gruppo raggiunse la frontiera. Lì vicino vi era la Nebbia dei confini: questa particolare zona era una barriera dietro cui era celata la tomba in Nehant, in cui era stato intrappolato un secolo prima. Questa nebbia magica era un punto di passaggio tra i due continenti, tra quello che è comunemente nota come terra di Guem e l'altro. A volte accade che i viaggiatori trovino la via d'accesso per l'altro continente, a volte per caso ed altre dopo una lunga ricerca.

"Ora che siamo al limite della nebbia, osiamo avventurarci senza sapere se troveremo mai la via per tornare indietro?", chiesero all'Intrappolato.

"Sei sicuro di voler andarci? C'è una forte presenza magica, la percepisco."

Malyss era molto preoccupato.

"Questa è la magia che ci permetterà di attraversare."

L'Intrappolato disse di stringersi l'un l'altro. Allo stesso tempo la comitiva, mossa dalla curiosità e dall'ansia per l'ignoto si precipitò ad attraversare la nebbia. Non riuscivano a vedere oltre la punta dei rispettivi nasi e si muovevano con estrema cautela. Presto il terreno si ruppe aggiungendo alla bassa visibilità anche delle nuvole di terra bruciata che rendeva estremamente ardua e dolorosa la respirazione. Passò un ora ed attorno a loro il paesaggio divenne caotico, anche se loro non potevano notarlo. Cristalli di molteplici colori affioravano dal terreno rendendo la loro avanzata sempre più lenta. La loro guida li condusse tramite diversi cambi di direzione in maniera incredibile e finalmente riuscirono ad emergere dalla nebbia e a lasciarsi alle spalle le nuvole di terra bruciata. Si guardarono attorno e ovviamente non erano più a Guem ma dall'altra parte del mondo e il panorama era sorprendente.

"Sembrano le Isole Bianche ma è enorme", esclamò Occhio di Gemma.

Ognuno di loro era stupefatto dalle meraviglie di questa parte del mondo, non avevano potuto non notare le centinaia di isole che galleggiavano tra terra e cielo. Dopo una breve occhiata in basso poterono constatare la superficie del pianeta sotto ai loro piedi.

"Bene. Il nostro viaggio è appena iniziato. Siamo partiti per cercare la più leggendaria tra le creature che popolano Guem: Il Mangia-Pietra!"

Ammutinamento


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Estratti del diario di Al la Triste.

[…]Abbiamo trovato uno strano oggetto su un'isola. Presumendo che sia suo, il Capitano Hic ha protetto la zona, per fortuna che Bragan conosceva quel sortilegio altrimenti saremmo finiti in acqua.[…]

[…] L'oggetto era in realtà una mappa perduta. Quando mi sono avvicinata alla zona della mappa, mi sono resa conto che erano apparsi dei simboli e dei solchi metallici sulla superficie. Occhio di gemma ha trascorso diverse ore sul problema senza capire di cosa si trattasse. È stata Klemence a risolverlo, quando mi sono rivolta all'equipaggio. Un altro trucco da pirata: è necessaria una manciata di polvere da sparo che va messa sull'oggetto e quindi spostata su una pergamena. Lo scopo è quello di partire da un simbolo di riferimento a forma di croce che si trova sulla sfera e proseguire sulla pergamena, la sfera allora si muoverà da sola, disegnando una forma. È molto difficile da spiegare. Dopo aver fatto ciò, sulla pergamena era apparsa una linea assai bizzarra.[…]

[…]Ho un fortissimo mal di testa, c'è da dire che abbiamo festeggiato la scoperta. Sovrapporre la mappa del capitano Hic alla pergamena con la linea e prendere per punto di partenza l'isola su cui abbiamo trovato la sfera è stata un'idea eccellente. Se si segue la linea unendo i vari punti che corrispondono ad alcuni riferimenti geografici, essi ci indicano la prossima destinazione.[…]

[…]Quando siamo arrivati nel luogo in cui speravo di trovare il prossimo enigma, ci siamo trovati davanti ad un ostacolo colossale: la mancanza di vento. Siamo in mezzo al nulla, il timone, come le macchine, non rispondono più ai comandi. Non resta che sperare che Klemence trovi una soluzione.[…]

[…]Ed ecco che sono passati già diversi giorni da quando l'Arc-Kadia è paralizzata in aria come una vecchia conchiglia arenata. Non capisco cosa stia succedendo, siamo esattamente lì dove indica la mappa, ho sbagliato qualcosa? O comunque, questo è quello che pensano alcuni della ciurma, che hanno cominciato a confabulare tra loro. Ho ascoltato una conversazione tra Poukos e Occhio di Gemma, a quanto pare non sono una capitana valida. Vado a osservare la faccenda più da vicino, il comportamento della mia capitana in seconda mi ha sorpreso.[…]

[…]Ammutinamento! È accaduto tutto così in fretta, dubito che possa essere una cosa normale. Una parte dell'equipaggio vuole che mi arrenda a loro con il pretesto di non averli protetti e di non aver previsto tutto questo. Quei vigliacchi hanno catturato Klemence e Bragan, che mi sono restati fedeli. Non so se riusciranno a fare il grande passo . Per tutte le gambe di legno! Cosa ci guadagnano? Pensano che la nave tornerà improvvisamente a muoversi una volta che si saranno liberati di me? Ho l'impressione che stiano diventando tutti pazzi. […] Più il tempo passa, più la situazione degenera. Devo riprendermi la nave a tutti i costi; per prima cosa bisogna che vada a salvare Klemence così che poi lei possa riattivare Ekrou. Con questo asso nella manica, sarà facile riprenderci il resto. È passato tanto tempo dall'ultima volta che ho avuto l'occasione di sguainare le mie pistolame, anche se avrei preferito usarle in un'occasione diversa… Non importa. […]

[…]Ce l'ho fatta, Klemence è salva. La cara Armada avrà un bel mal di testa per qualche tempo, visto che non mi lasciava passare. Sapevo che quella ragazza non era a posto, ma c'è di peggio: ha minacciato di farsi saltare in aria con noi. Come mi è venuto in mente di prenderla a bordo?[…]Klemence mi ha riferito che a volte gli ammutinati hanno un comportamento strano.[…]Iniziamo a riattivare Ekrou, per loro si mette male.[…]

[…]C'è stata una lunga battaglia. Hanno danneggiato la mia nave! Questi selvaggi pagheranno per tutto il casino che hanno combinato! L'esito è stato comunque positivo, tutti gli ammutinati sono stati neutralizzati senza alcun morto. Accidenti, non sapevo che Klemence fosse così intelligente. Ha fabbricato una specie di guanti, per metà magici e per metà meccanici. Quando Ekrou colpiva, Klemence faceva esattamente lo stesso gesto! Gli altri sono rimasti molto sorpresi da questa trovata.[…] Ho interrogato questi luridi sacchi di rum ma le loro risposte sono state vaghe e tirando le somme, nemmeno loro erano sicuri di quello che fosse successo. Dopo un'attenta riflessione, il rapporto tra l'enigma successivo e tutto quello che era successo era quasi evidente, ma io non l'avevo notato. Subito Bragan mi ha confermato che c'era qualcosa di magico in opera… Ancora una volta.[…]

[…]È accaduta un'altra cosa strana: il fantasma del capitano Hic è apparso sul ponte, un bell'uomo c'è da dire. Mi ha fatto capire che sono degna di continuare la corsa al suo tesoro. In ogni caso, avrei continuato anche senza la sua approvazione.[…] Una volta scomparso, la nave è tornata a muoversi e nel punto in cui si trovava Hic è apparso un libro rosso di piccole dimensioni chiuso da una serratura in rame che rappresentava la faccia di un demone. Sulla copertina si poteva leggere il titolo: diario del Capitano Hic. […] La serratura non ha retto a lungo, un colpo di pistone ed è volata in mille pezzi.[…]

[…] Ho letto il giornale del Capitano Hic, e si può dire che ha vissuto delle avventure incredibili. Ho notato questo in particolare, che non riesco bene ad interpretare: “Le mie ossa sono rotte. La mia nave è attraccata nel bel mezzo di un posto incredibile, ci sono bolle ovunque. Mentre la morte distende su di me il suo mantello di sventura, è il momento per me di lanciare il mio incantesimo di eredità. Se stai leggendo queste righe è perché tu sei il mio erede, ma attenzione perché…” Purtroppo questo è tutto. Un nuovo punto brilla sulla mappa, ci mettiamo in viaggio, non vedo l'ora di vedere cosa ci aspetta. […]

Il Nehantista


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Marlok guardò la sua immagine riflessa in uno dei tanti specchi presenti nella stanza da bagno. Era da un bel pezzo che non si vedeva così.

“Hai già i capelli grigi, vecchio”, disse parlando tra se e se. “È tempo di tornare a casa.”

Aerouant che faceva la guardia davanti alla porta scosse la testa, convinto che quell'uomo fosse impazzito. Dopo tutto aveva fatto parte degli Zil.

“Gli altri ci stanno aspettando da un bel pezzo, sei pronto?”

Il tono con cui Aerouant gli aveva parlato era aggressivo, come quello di sua nonna, lui non gli piaceva e non si faceva problemi a farglielo intendere.

“Figliolo, la fretta non è mai una buona cosa, così come il risentimento.”

“Non parlarmi! Lo sai che disprezzo la tua libertà provvisoria, non sei altro che un condannato.”

“Fai bene ad essere arrabbiato con me, ma se tuo zio mi ha liberato è perché sono uno dei pochi che può dipanare questa matassa e risolvere il problema che affligge gli Zil.”

Entrambi gli uomini si diressero al Cancello Nord di Noz'Dingard dove si trovavano molti tra gli Inviati e anche il nuovo Profeta; l’unica assente era Anryena.

“Può darsi che abbia da conferire con tuo padre.”

Kounouk parlò:

“Alishk, Pilkim, Aerounant e tu andrete alla Tomba degli Antenati per conferire con gli Zil. Non verranno inviate altre persone per assistervi.”

Quindi chiamò a se Zahal.

"Questa è una lettera da consegnare ad Angelica a Kastel Drakren; Cavaliere Drago consegnala senza ritardo."

Zahal prese la lettera senza guardare Profeta, ancora vergognato del suo fallimento. Salutò i soldati e partì immediatamente.

"Marlok, per voi è giunto il momento di tornare alla missione", aggiunse il Profeta.

Alcuni rimasero stupiti e Aerouant corrugò la fronte ma nessuno emise un fiato perché gli ordini del Profeta non erano discutibili.

"L'ombra estende le sue mani e si propaga sul mondo intero per arrivare fino a noi, per morderci fino a farci sanguinare. Il Sortilegio di Nehant è molto potente; è sfuggevole e può sottrarre la vita in un "batter d'occhio"."

"Profeta, le mie Stregaspada accompagneranno i Suoi uomini."

Il modo con cui Naya parlò al Profeta era sprezzante, il suo tono denotava il suo stato d'animo e dei suoi pensieri, lei avrebbe vendicato l'uomo con cui aveva condiviso gran parte della sua vita. Kounok guardò colei che era stata la compagna di suo fratello e madre di Aerouant. Il Profeta sentì il Dragone comunicargli:

"Lasciala andare, cercar vendetta ed il voler proteggere il figlio sono sentimenti che ci daranno forza."

"Siate le benvenute in questa missione, dovreste già conoscere i pericoli i cui occhi brillano di rabbia e i cui cuori battono forte, vuoi vendicare mio fratello. Siate come il morso e i denti del Drago, mordete forte!"

Così Naya, comandante delle Stregaspada, Anazra, Eglantyne e Moria si unirono alla alla spedizione. Erano passati un paio di giorni e durante il viaggio Marlok spiegò a tutti il suo piano.

"Bisognerà eseguire un rito magico per annullare il legame che vi è tra i Guerrieri di Zil ed il Nehantista. Questo rituale attirerà il male come lo sterco attira le mosche. Durante il rito verremo attaccati e lì subentrerete voi Stregaspada che dovrete proteggere il rito fino al suo completamento. Ma per il momento è necessario che ci si riposi."

Decisero quindi di accamparsi ad una distanza ragionevole da coloro che stavano cercando di liberare. Marlok indossò i suoi vecchi abiti Zil.

"Il rituale inizierà domani a mezzogiorno, questo mi darà il tempo per trovare coloro che sono sotto l'influenza del Nehantista."

Poi tirò fuori dalla borsa il braccio di quello che era stato il suo golem e dopo averlo incantato divenne parte integrante del suo braccio. Quindi guardò Aerouant e Pilkim.

"È necessario conoscere il destino di una connessione invisibile, non è vero?

"In teoria,", rispose Aerouant, "ma non ho mai provato."

"Io so come si fa", disse Pilkim timidamente. Il giovane mago ricordava ancora il suo primo incontro con Marlok.

"In questo caso lo darò a te. Così in mia assenza sarete in grado di vedere i fili."

"A che scopo?", chiese Moiria incuriosita.

"Questo rivela i legami consentendoci di vedere i fili che connettono una persona ad una pietra-cuore, tu ne hai uno. È un antico sortilegio creato da Eredan stesso. Quando avremo a che fare con il Nehantista questo ci consentirà di distinguere chi muove i fili e se necessario di vedere se qualcuno di noi è caduto sotto la sua influenza. Non dovrebbe succedere perché le nostre pietre saranno connesse al cuore del drago ma non si sa mai."

Moira annuì facendo intendere di aver capito.

"Bene, è tempo di mettersi al lavoro."

Marlok estrasse dalla borsa due pietre identiche, di un rosso opaco e marmo nero. Ne diede una ad Aerouant e l'altra ad un eccitatissimo Pilkim.

"È il jasper. È estremamente raro, dove lo hai trovato?"

Jasper era nient'altro che una pietra con altissime proprietà magiche e per questo molto utilizzata in vari riti.

"Questo è il mio piccolo segreto", rispose Marlok con un occhiolino.

"Alzati."

Pilkim rimase deluso ma orgogliosamente sollevò la pietra percependo il suo potere. I due giovani maghi andarono ai lati opposti di Marlok e così ebbe inizio il rito. Usarono la loro conoscenza nella Cristallomanzia concentrandola sulle due pietre Jasper e facendole levitare.

"Che l'invisibile diventi visibile", urlarono con una voce sola.

Marlok percepì l'effetto magico, la vista divenne un tantino rossastra. Batté le palpebre più volte per regolarla. Il mago guardò i suoi compagni vedendo che da ognuno di essi scaturiva un filo che portava a Noz'Dingard.

"Bene, funziona. Siete molto talentuosi. Naya ti aspetterò domani a mezzogiorno."

La signora annuì soddisfatta. Il mago non perse tempo e partì alla volta degli Zil. La tenda color viola e nero era tranquilla, si udiva solamente una dolce musica eseguita da Kriss. Sotto al portico, mezzo addormentato c'era Senzavolto che faceva la guardia. Marlok si avvicinò e quando fu ad una distanza ragionevole si schiarì la gola. L'Hom'chaï trasalì.

"Chi è là?", tuonò con la sua voce profonda stringendo con ambe le mani il gigantesco spadone.

"Sono io, Marlok."

"Marlok, pensavo fossi stato catturato."

"Proprio così ma sono riuscito a fuggire."

Visibilmente felice di rivederlo, Senzavolto buttò a terra lo spadone e si gettò ad abbracciare il mago. Marlok soffocato dal vigoroso abbraccio tutto muscoli dell'Hom'chaï faceva perfino fatica a respirare.

"Guarda guarda chi è tornato", disse un voce proveniente dalla tenda.

Una testa fece capolino dall'ingresso, era Spada Insanguinata che subito afferrò il mago per il braccio. Immediatamente tutta la gilda uscì dal tendone. Marlok notò immediatamente che erano tutti sotto l'influenza del nehantista: filamenti sottili scaturivano da loro. Infine anche Abyssien mise un braccio sulla spalla di Marlok.

"Bentornato, avrai un sacco di cose da raccontare, vero?"

"Domani se possibile, ora vorrei riposare, sono molto stanco."

"Certo, il tuo posto è tra di noi. Vai pure."

Il resto del pomeriggio fu molto divertente, i Guerrieri di Zil improvvisarono pure uno spettacolino nel quale ognuno aveva una parte.

"Queste persone meritano di essere salvate", disse Marlok tra se e se.

"Potranno essere utili nel conflitto che si avvicina."

Quindi venne la notte a portare tutti tra le braccia di morfeo. Il giorno seguente, il sole era nascosto dietro alle nubi come un presagio prima di una battaglia incerta. Marlok raccontò di come era stato catturato, buttato in prigione e dei suoi sforzi per uscirne, ovviamente era tutto una balla ma tutti ci credettero. A mezzogiorno tutti gli Zil erano nella tenda, il momento era giunto. Marlok si appropinquò alla porta e cominciò a piazzare per terra dei cristalli ma Spada Insanguinata ne trovò uno e si diresse immediatamente verso il mago. Il legame con il Nehantista stava diventando più forte.

"Caricatevi, in fretta", urlò Marlok lanciandosi su Spada Insanguinata e sottraendole il cristallo di mano.

Tutti gli Zil guardarono Marlok ed Abyssien chiese che diavolo stesse accadendo. Il rito era già iniziato: il mago lanciò una bolla che rendesse vana qualsiasi fuga o intrusione. Fuori Pilkim, Aerounat e Alishk avevano seguito le raccomandazioni delle Stregasapada e si erano avvicinati con prudenza. Si misero a triangolo attorno alla tenda e grazie alla loro arte magica invocarono la volontà del Drago. Enormi cristalli emersero dal terreno. All'interno della tenda Spada Insanguinata, il cui legame con il Nehantista era forte e la forza di volontà nulla, resistette a Marlok. Gli altri capirono cosa stava succedendo solo quando la bolla magica fu già innalzata, alcuni provarono a fuggire, altri capirono che era vano. Senzavolto si decise ad aiutare la sua migliore amica e si lanciò all'assalto del mago. Abyssien cominciò a comprendere la situazione percependo gli Inviati di Noz'Dingard fuori dalla tenda. Il capo degli Zil era sempre stato molto ricettivo nei confronti della magia e comprese istintivamente cosa stava accadendo.

"Si tratta di un rito di isolamento di Guem. Senzavolto smettila immediatamente."

L'ordine non venne ascoltato. Invece il legame si rafforzò ulteriormente e Senzavolto divenne incontrollabile. Marlok ebbe appena il tempo di lanciare un secondo scudo protettivo. Spada Insanguinata e Senzavoltolo attaccarono con una forza disumana il muro magico.

"Abyssien!", urlò Marlok. "È un Nehantista a controllarla. Ha la sua pietra-cuore."

Un vago ricordo crebbe nelle sua mente, il giorno dell'arrivo dello Sconosciuto. Lui non era presente ma gli avevano riferito la storia. Tutto divenne chiaro: l'assassinio del Profeta, il tradimento di alcuni membri della gilda e la partenza del suo capo... Abyssien si decise ad agire, la magia crepitava dall'ombra delle sue dita. Apparvero due palline nere che una volta toccato terra divennero ombra e poi cilindri che imprigionarono i due posseduti. All'esterno la situazione era rapidamente cambiata. I Maghi stavano per terminare il rito quando il cielo si era oscurato totalmente come se fosse diventata notte. Naya estrasse la spada, imitata dalle altre Stregaspada. Sagome umanoidi comparvero da lontano fino a divenire più chiare. Una dozzina di persone vestite da viaggiatori e da contadini avanzavano su di loro brandendo pugnali, bastoni e forconi.

"Tutto qui?", esclamò Eglantyne, "non ci sottovalutate!"

"Sorella, non sottovalutarli. La perfidia del Nehantista non ha limiti", le rispose la sorella che era poco distante.

I posseduti avanzarono nonostante gli Inviati dicessero loro di tornare indietro. Non ci fu altra soluzione che attaccare. Gli aggressori erano resi forti dal potere oscuro che li comandava ma non abbastanza forti per contrastare le guardie del corpo dei maghi. Mentre Anazra stava per uccidere uno degli ultimi rimasti,una figura si lanciò su di lei. Fortunatamente per la giovane donna, Naya la agguantò prima che venisse colpita dalle lame brandite dalla figura. Moira riconobbe immediatamente il nuovo arrivato, Telendar! Il giovanotto era cambiato, il suo volto era ricoperto di oscurità e dalle maniche uscivano grandi lame.

"TU!", urlò Naya; l'assassino del Profeta era innanzi a lei. Lasciò che tutta la rabbia esplodesse in lei mentre le comparvero delle ali di cristallo sulla schiena. Stava per avvenire una battaglia che sarebbe stata incredibile.

All'interno della tenda Abyssien stava dando una mano a tenere a bada i combattenti di Zil sotto l'influenza del Nehantista. Marlok percepì la presenza di qualcosa di potente e misterioso. Il Nehantista era lì.

"Marlok, mio piccolo Marlok. Avevo riposto in te grandi speranze. Mi sarei aspettato che tu ti unissi a me, non vuoi scoprire la Verità?"

Lo Sconosciuto era lì, non lontano da loro, c'erano dozzine di domande che gli passarono per la testa ma l'unica cosa che riuscì a dire fu:

"Torna qui."

"Tu Abyssien, sei deluso dal tuo ritiro?"

Abyssien percepì il potere della persona davanti ai suoi occhi ma occorreva trovare un piano. Difatti il Nehantista stava studiando entrambi i suoi avversari e percepì la presenza di una pietra cuore incontaminata, quella di Abyssien. La pietra cuore del capo degli Zil volò via da una delle tasche del pastrano fino ad andare nelle mani del Nehantista. Immediatamente cominciò a diventare nera. Marlok trasformò la sua mano in una lastra di cristallo e si lanciò sul suo avversario. Abyssien cominciò ad urlare, la sua volontà era aggredita da una forza potente, si sentiva come una mosca schiacciata da uno stivale. Marlok colpì la mano dello Sconosciuto facendogli cadere a terra la pietra-cuore e liberando Abyssien dal potente sortilegio. Il Nehantista scomparve. Fuori dalla tenda la situazione continuava a mutare, sempre in peggio e diventava sempre più difficile proteggere i maghi che stavano eseguendo il rito. Le Stregaspada combattevano mettendo in pratica le loro abilità supportate dalla furia di Naya che ora vestiva un armatura di cristallo ed un elmo a forma di drago. In mezzo al combattimento, non lontano da Telendar comparve il Nehantista. I nemici soverchiavano i difensori ma quest'ultime, incoraggiate dalla presenza del Drago, non arretravano di un centimetro.

"Naya, giusto? Sarai una bella convertita", disse ironicamente lo Sconosciuto.

"Rimangiati le tue parole, Nehantista."

In quel momento le armi delle Stregaspada cominciarono a brillare di una candida luce.

"Noi siamo le guardiane della giustizia e oggi giustizia sarà fatta!", urlò.

Nello stesso istante il rito era terminato. Pilkim, Alishk e Aerouant crollarono a terra esausti, la loro missione era compiuta: i Guerrieri di Zil erano liberi dalla maledizione. Il Nehantista imprecò. All'interno della cupola Marlok interruppe il legame tra il Nehantista e gli Zil. Restava da attuare solamente l'ultima parte del piano. Immediatamente uscì dalla tenda e vide le Stregaspada fronteggiare e il Nehantista. "Ha in mente qualcosa.", pensò proprio nel medesimo istante in cui una forma nera apparve accanto ad Eglantyne. La Stregaspada non ebbe il tempo di reagire e cadde al suolo graffiata da una creatura dalla pelle nera. La battaglia ricominciò e la posta in palio era la sopravvivenza. Marlok lanciò i suoi cristalli a protezione di Eglantyne, Naya usò i suoi poteri e tornò alla carica di Telendar, la cui pelle era bluastra e combatteva come una tigre azzannatrice. Moira ed Anazra crearono una coreografia mortale sotto gli occhi di Marlok. Il Nehantista con i palmi delle mani rivolti verso l'alto evocò una pietra cuore annerita che lo rese invulnerabile agli attacchi.

"Vediamo cosa sapete fare senza l'aiuto del vostro amato Drago."

Lo Sconosciuto liberò tutta la potenza di cui aveva disposizione e creò un cerchio di magia nera che avvolse tutti i presenti. Ma l'effetto che voleva non avvenne, il legame tra gli Invati e il Drago rimase. Marlok restò tanto stupito quanto il Nehantista.

"Sorpreso di quello che è successo?"

La voce era quella di Aerouant che esausto si avvicinò a Marlok.

"Guardate", disse indicando una pietra blu intagliata a forma di testa di Drago. "Questa era la pietra del Profeta, di mio padre."

"Un Guardiano di pietra?", chiese Marlok.

"Esatto", aggiunse il giovane concentrando il suo potere magico verso la pietra.

La pietra tra le mani del giovane mago si sgretolò divenendo polvere, il Nehantista ringhiò:

"Nessun problema, ora che la tua pietra non c'è più, inizierò nuovamente", Aerouant non gli fece terminare la frase e concentrò le sue ultime forze magiche.

"La Cristallomanzia è la nostra specialità, guarda e impara!"

Compose una "T" con le braccia mandando in frantumi la pietra cuore annerita del nehantista. Marlok ne approfittò e scagliò una magia: le sue mani emanavano fulmini e saette. Il Nehantista si difese. Il duello magico che ne scaturì fu incredibile, Marlok attaccava e si difendeva e lo stesso faceva lo Sconosciuto. Nessuno dei due riusciva ad avere la meglio sull'avversario; questo fin quando Naya non intervenne colpendo con la spada di luce la testa del Nehantista. Il nemico cadde in ginocchio.

"Arrenditi!", urlò il comandante in tono minaccioso. "I tuoi servitori sono stati sconfitti. Ormai sei solo."

Lo Sconosciuto guardò i suoi nemici e rise beffardo.

"Era tutto pianificato, siete stati bravi. Oggi però non mi prenderete, come hai ben detto i miei servi sono la mia via d'uscita. Arrivederci!", disse smaterializzandosi, lasciando solamente qualche traccia di sangue sul terreno.

Festività


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L'Imperatore era ancora ammalato, confinato nelle sue stanze nel palazzo di Meragi. La gente pregava che il loro sovrano recuperasse in fretta la salute, per riportarli alla sacra luce. Per le strade si scorgono persone indaffarate nell'allestire una grande festa, non in onore dell'Imperatore ma per festeggiare l'avvento del nuovo anno, il 106° dalla nascita dell'Impero Xzia.

Il mio nome è Kaori, sono incaricato di insegnare i nostri usi e costumi agli stranieri come te; è bene che tu sappia di alcuni di questi. Osserva cosa sta accadendo nelle strade dietro di noi.

Nella piazza principale della capitale, una compagnia teatrale si esibisce davanti ad una grande ed educata folla, rappresentando un opera che narra della gloria di Xzia e della fondazione dell'Impero. Viene raccontato come una storia avventurosa ed epica. Il pubblico applaude stupito da una rappresentazione così bella alla quale non potrebbero assistere in giorni normali; solo i soldati, spesso assoldati da nobili ricchi hanno il privilegio di potersi permettere tali lussi. Si tratta di un occasione per la famiglia reale di mostrarsi gentile con il popolo e l'attuale Imperatore è conosciuto per essere buono e generoso.

Al tramonto la città è illuminata dalla lanterne ed invasa dalla musica. Ovunque c'è gente che si affianca ai musicisti ed ai ballerini. Tutti possono partecipare perché questo pomeriggio non c'è niente che li trattenga e tutte le pene sono annullate. Davanti al palazzo imperiale c'è il classico torneo di Capodanno nel quale i coraggiosi possono mostrare il loro valore. Iro, campione dell'Imperatore arbitra la lotta permettendo alla gente di affrontarsi in battaglie amichevoli con spade di legno. Il vincitore è stato Goshiun, uno sconosciuto venditore d'acqua, che grazie alle sue capacità si è aggiudicato il titolo di campione dell'anno del coniglio.

Nella parte nord della città è stato preparato un grande evento per festeggiare l'arrivo del nuovo anno. La stragrande maggioranza degli abitanti di Xzia è superstiziosa; per questa ragione il "Kamizono", il giardino dedicato agli spiriti, è stato ornato con molte raffigurazioni del coniglio, simbolo dell'anno venturo. Il giardino è situato ai piedi di una collina, alla cui sommità vi è il più importante tempio di Meragi. La tradizione vuole che per arrivare al tempio bisogni passare attraverso il giardino con l'effige dello spirito Kami dell'anno precedente. Una volta saliti, mentre gli occhi di tutto l'Impero sono fissi sul ritratto quest'ultimo viene bruciato cosicché il suo spirito possa abbandonare il suo involucro fisico e tornare nel mondo celeste. Una volta completato avviene la seconda parte del rituale e cioè fare il medesimo cammino partendo dalla sommità della collina fino al Kamizono, questa volta portando l'effige dello spirito del nuovo anno. La strada per il tempio scorre tra diverse file di "Torii", delle porte attraverso le quali gli spiriti passano dal mondo celeste a quello terrestre.

Ci sono molte altre tradizioni osservate dagli abitanti di Xzia ma i vasi di terracotta sono una peculiarità. Durante i due giorni antecedenti al Capodanno, le famiglie di Xzia fanno dei vasi in terracotta. Ognuno scrive i propri desideri in modo che gli spiriti possano leggerli. Questi vasi vengono poi messi davanti all'uscio di casa o nel giardino o nel tempio con del cibo al loro interno. Ogni abitante di Xzia deve scegliere una pietanza adatta allo spirito, per esempio mettere carne è ritenuto offensivo dall'"Usagi No Kami", lo spirito protettore del nuovo anno. Se la pietanza sarà appropriata e lo spirito accetterà il dono allora il desiderio espresso verrà concesso.

Bene, spero che questa panoramica ti sia piaciuta. Ci sono molte altre cose da vedere a Meragi ma ricorda, ci sono molti posti che è consigliato non varcare da soli.

Nonostante il clima gioviale dovuto al periodo di festa dell'Impero gli intrighi e le macchinazioni continuano. Oogoe Kage aveva lavorato bene negli ultimi mesi preparando un colpo di stato che avrebbe elevato il clan dei Corvo ad una posizione importante all'interno del governo. La sua vittima era niente meno che uno dei consiglieri più fidati dell'Imperatore, Gozou Zhan, ministro delle finanze. La notte scese su Meragi. In questa notte ci sarebbero state feste nelle strade. Il signor Gozou, la cui moglie era in viaggio nel nord dell'Impero, si stava intrattenendo con una giovane donna. Non sospettava che questa donna fosse stata pagata da altri per passare la notte con lui. Una cosa è certa, avrebbe ricordato per il resto della vita quello che sarebbe accaduto. Gozou aveva deciso di gustarsi al massimo il piacere carnale ed era pure ubriaco fradicio; non gli era solito comportarsi così ma grazie alle doti della prostituta ed alla quantità di alcool ingerita si era ritrovato perso nel piacere. Gozou russava sotto ad una coperta; si alzò ma cadde a terra, afferrò una borraccia d'acqua e la spruzzò in viso. Sentì un odore ben conosciuto. Si stropicciò gli occhi ed accese una lanterna.

Sangue, ne era ricoperto! Poi qualcuno bussò alla porta.

"Signor Zhan, nel nome dell'Imperatore apra la porta!"

Il poveretto non sapendo cosa fare si diresse all'uscio ed aprì la porta; c'erano cinque soldati Imperiali ad attenderlo.

"Mi dispiace disturbarla signor Zhan, abbiamo udito urla provenire da questa casa."

"Che cosa? Ci deve essere senz'altro un errore", balbettò.

A causa delle luci nella notte, il giovane capitano poté vedere le vesti imbrattate di sangue; immediatamente sguainò la spada.

"Voi. Andate a a vedere", ordinò a i suoi uomini.

I soldati, entrati in casa, videro il corpo martoriato della giovane prostituta. Sul pavimento sporco di sangue c'erano diverse bottiglie d'alcool, non lontano dal letto era sfoderata una katana. Il povero signor Zhan non capì che fosse successo ma ciò nonostante venne portato in prigione con l'accusa di omicidio. All'esterno un ombra scivolò in vicolo privo di luce. Oogoe, avvolto in un mantello piumato attendeva.

"Karasu? Hai finito? Hai servito il Corvo in maniera adeguata?"

"Sì, o mio importante cugino, tutto è andato secondo i piani. Nessuno si accorgerà di nulla."

"Beh il capitano avrà la sua ricompensa. Adesso devo controllare che nessuno si accorga di questa macchinazione."

"Nell'arco di una settimana ci sarà il nuovo ministro delle finanze dell'Imperatore."

"Quest'anno sarà sotto il simbolo del Corvo non del coniglio. Che la festa abbia inizio", disse sarcasticamente Oogoe.

Trattato di Pace


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La calma era tornata nel campo dei Guerrieri di Zil. Il Nehantista era fuggito oppure si era ritirato, come immaginava Marlok. Liberati dal giogo del mago nero, i membri della gilda di Abyssien si risvegliavano dal torpore in cui erano piombati. Allo stesso modo gli Inviati si stavano riprendendo dallo scontro, Eglantyne era stata ferita da un colpo a tradimento e Aerounant aveva speso molto del suo potere magico. La battaglia era finita ma questo era solo il primo assaggio, il futuro avrebbe portato molti altri di questi combattimenti ed Abyssien lo sapeva. Al tramonto la tenda nera e viola si riempì per discutere di ciò che era accaduto e di ciò che sarebbe successo in futuro.

"Questo Nehantista non si fermerà, Abyssien tu lo sai meglio di chiunque altro", disse Marlok mettendo la mano di cristallo sulla spalla del capo degli Zil.

Intorno ai due maghi erano radunati gli Zil e gli Inviati, entrambi gli schieramenti approfittarono di questo breve momento di pace.

"Sì, quello che più mi angoscia è che ha ancora le Pietre-Cuore dei miei Zil, quindi potrebbero ricadere sotto al suo influsso se il Nehantista trovasse il modo di contrastare il rituale con cui sono stato liberati."

Gli Zil erano molto preoccupati. Al momento la loro volontà era libera ma ben presto avrebbero potuto essere nuovamente controllati. Il ricordo di ciò che avevano compiuto sotto il controllo del Nehantista era radicato nella loro mente. SpadaInsanguinata che era tra le braccia di Senzavolto, esanime, osservava i due maghi con gli occhi colmi di tristezza.

Aerouant dopo essersi ripreso disse:

"Esiste un rituale per recuperare le Pietra-Cuore."

Tutti guardarono allibiti il giovane. Perché mai avrebbe dovuto aiutare coloro che avevano contribuito ad assassinare il padre, seppure senza volerlo?

"Mio padre aveva sviluppato questo rituale ma non è mai stato testato in pratica."

Marlok guardò stupito il ragazzo, grattandosi il mento.

"Pensi di farcela Aerouant?", chiese.

"Con l'aiuto dei maghi qui presenti possiamo provarci. Ho bisogno di un po' di tempo e dell'autorizzazione dei Compendium."

"La chiedo io mentre tu ti prepari."

Ore dopo, verso la fine della notte, gli Inviati di Noz'Dingard avevano fatto i preparativi per il rituale ed erano pronti ad iniziare. Per l'occasione e per via dell'importante flusso di magia che sarebbe stato scaturito si era deciso di procedere fuori dalla tenda. Aerouant si era levato alcuni pezzi di armatura, interamente di cristallo, per restare in indumenti più pratici. I Guerrieri di Zil la cui pietra-cuore era in mano al Nehantista furono messi all'interno di un grande cerchio. Marlok aveva sostenuto il figlio del Profeta per ottenere il permesso di praticare tale rituale e ciò aveva risolto la questione. Il mago mise i suoi cristalli blu per lanciare un incantesimo di protezione, lo scudo magico non avrebbe permesso a nessuno di interferire. Abyssien incoraggiò i suoi compagni ad avere fiducia nella magia del Drago. Anche lui avrebbe partecipato a questo esperimento.

Il rituale incominciò.

Aerouant materializzò un cristallo facendolo comparire all'interno del cerchio, poi incanalò la magia di ogni mago presente trasformando il cristallo in una pietra magica pulsante. Poi attaccò un filo magico che scaturiva dal suo corpo ad ogni Zil, uno per uno. Una volta fatto si mise sotto alla pietra. Abyssien naturalmente afferrò il funzionamento della magia. Secondo lui il cristallo serviva ad Aerouant come una sorta di antenna con la quale poter vedere la pietra-cuore di ogni persona che era connessa a lui. Poi gradualmente il giovane mago assorbì energia dal cristallo. Una forte energia gli fluiva nelle vene e gli faceva emanare una grande aura magica. Aerouant lottò per mantenere il flusso di energia senza esserne consumato. Il rituale sarebbe stato impossibile per chiunque, ma Marlok aveva visto in questo discendente del Drago delle capacità incredibili. Ora Aerouant incanalò le sue conoscenze della cristallomachia per far comparire le pietre-cuore sottratte, una per una; usò tutta la sua magia per strappare le pietra-cuore dalle mani del Nehantista. Il Nehantista lottò per mantenere il controllo delle pietre ma il rituale creato dal Profeta e la magia draconica ebbero il sopravvento. Aerouant invitò Marlok all'interno del cerchio e creò con le sue ultime forze un piccolo cristallo. Poco prima di svenire chiese a Marlok di mettere a posto i legami tra le pietre-cuore e i legittimi proprietari. Marlok lo eseguì immediatamente. Gli Inviati di Noz'Dingard, esausti, chiesero un posto in cui riposare per la notte. Il giorno seguente Abyssien ringraziò dal profondo del cuore gli Inviati ed offrì ad Aerouant la pace tra le due gilde.

Giunse il momento del ritorno a casa dei Draconiani. Marlok era stato invitato a prendere parte al ballo dei cortigiani a Castel Draken. Pochi giorni dopo, finito l'ultimatum dato da Ishaïa, venne liberato Salem; Abyssien era all'aria aperta a chiacchierare con il nuovo arrivato.

"Ho pensato molto agli ultimi avvenimenti e penso che uno dei nostri ci abbia tradito e venduta al Nehantista."

"qUeSto è PoSsIbiLe", rispose Salem annuendo come una bambola.

Abyssien si immerse nei meandri della sua memoria. Trent'anni prima, quando era molto giovane, fu apprendista di un mago in un regno a nord-ovest della terra di Guem, nella terra Oryfort. La sua abilità di comprendere la magia aveva attirato l'attenzione di una persona che si era rivelata essere seguace di Nehant. Tutto ciò gli era sembrato molto allettante, d'altronde era solo un giovane sconosciuto. Lentamente apprese i rudimenti della magia di Nehant e stava divenendo apprendista del Nehantista ma ben presto si accorse che tale magia non era quella che voleva apprendere. A lui interessava apprendere la magia dell'Ombra ma non in quel modo. Intervenne Zil a salvarlo e prendendolo sotto alla sua ala protettrice, lo formò insegnandoli la vera magia ombra. Per Zil l'utilizzo dei sortilegi ombra permette di fare molte cose ma non dovrebbe mai portare alla sottomissione di altri. Il giovane Abyssien divenne parte dei guerrieri di Zil ed a venticinque anni ne divenne il capo.

"Zil, dovrò tirarlo fuori."

"sE è NecEsSaRiO, C'è UnA pArTe Di tE cOmE dI mE cHe È dI aRtReZil."

Abyssien si accucciò guardando la sua stessa ombra.

"Mio vecchio amico, vi ho divorato tanto tempo fa ed ora è il momento che vi liberi; è necessario dare la caccia al nostro compagno che ci ha venduto."

Detto questo il mago delle ombre cominciò a vomitare una sostanza nera dalla forma vagamente umanoide. Quando Abyssien finì, il suo corpo era diverso, come se avesse perso molto peso. Salem applaudì con soddisfazione.

"Tu sei la connessione a tutto. Ho mangiato diverse ombre dei Guerrieri. Guidaci verso il traditore."

L'uomo ombra si inchinò, si voltò con calma e cominciò ad analizzare i Guerrieri di Zil presenti; c'è ne erano molti ma, ovviamente, molti altri non erano presenti. Finalmente si fermò, mise le mani su Abyssien e Salem e si unì nelle loro ombre. Ritornò sotto forma di ombra di un altra persona portando con se il legittimo proprietario di quell'ombra. Abyssien lo riconobbe immediatamente, era Maschera di Ferro, era logico. Lui era quello più assente alle riunioni di gilda, spesso occupato a viaggiare per il mondo per portare avanti relazioni diplomatiche.

"Tu!", disse Abyssien con rabbia.

"Maestro Abyssien, posso fare qualcosa per Lei?"

Salem arrivò zoppicando e tagliò il campanellino dal mantello del nuovo arrivato, quest'ultimo cadde a terra senza emettere alcun rumore.

"tU nOn sEi pIù uNo dEi mIeI gUeRrIeRi. hAi tRaDiTo lA fIdUcIa dEl tUo cApO."

Quando viene reclutato un nuovo membro nella gilda Zil, il capo dona un campanello che dimostra che tale persona si è impegnata a servire la gilda. Il diplomatico sorpreso sospirò, la sua espressione era però celata dietro alla maschera.

"In questo caso non sono più costretto a far finta di nulla."

In un batter d'occhio scomparve allo stesso modo del Nehantista con Marlok.

"Lo troveremo, ho divorato la sua ombra", disse con fermezza Abyssien.

"aMiCo mIo, È nEhAnT iL pRopRiETArIo DeLlA sUa oMbRa."

Reggenza


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La vecchia servitrice correva a perdifiato per gli stretti corridoi del palazzo imperiale tenendo in una mano un lembo del kimono in modo da non cadere. Senza più fiato arrivò ad una porta cadendo in ginocchio; si chinò come tradizione voleva.

"Eiji-Sama. È richiesto con urgenza."

Dall'altra parte della porta, Eiji Kakiji divenne frenetico per via del tono allarmato della serva. Seduto dietro al suo tavolino, il dottore lasciò cadere il pennello e si alzò bruscamente. Non era elastico come in gioventù ma il passare degli anni era stato gentile con lui; trotterellò fino alla porta e l'aprì con un gesto secco.

"Cosa succede?"

La donna alzò gli occhi, lacrime solcavano il suo viso distrutto dal dolore.

"L'Imperatore! Lui..lui è..."

La donna crollò.

Eiji guardò ad entrambi i lati del corridoio e poi con forza afferrò il braccio dell'anziana signora.

"Adesso basta lacrime. Muoviamoci."

Eiji Kaiji era da sempre il medico dell'Imperatore; dal giorno in cui era nato dal grembo dell'Imperatrice Saisho si era sempre preso cura di lui. Quando apparve la malattia venne immediatamente allontanato perché non era stato in grado di trovare una cura, ciò nonostante lui rimase l'unico che potesse fare diagnosi.

Passarono pochi istanti e furono davanti alla camera imperiale, la quale come voleva la tradizione, era sorvegliata da due ufficiali. Uno di loro, fortunatamente, era Asajiro, il quale avendo notato la celebre personalità appena giunta si inchinò facendolo entrare.

"Sei atteso", disse buttando un occhio all'interno della stanza.

Iro, Campione dell'Imperatore era inginocchiato davanti al letto a baldacchino, vedendo la persona appena entrata, si alzò, sperando finalmente di avere risposte. Alcuni tra i medici dell'Imperatore, presenti nella stanza, bisbigliavano sottovoce denigrando il collega appena venuto. Eiji avanzò verso l'Imperatore: sembrava tranquillo, aveva gli occhi chiusi.

Decise di esaminarlo.

Ben presto si sentì sollevato, l'Imperatore non aveva ancora raggiunto i suoi illustrissimi antenati ma era caduto in un sonno molto profondo. Il polso era regolare ma debole. Dopo vari tentativi di svegliare l'Imperatore, il medico scosse la testa in direzione di Iro.

"Tutti fuori", ringhiò il Campione solitamente molto calmo.

Di fronte alla rabbia del figlio del Signore Imperiale tutti i presenti alzarono i tacchi, rimase solamente Eiji. Iro andò alla porta e sussurrò alcune parole ad Asajiro.

"Non permettere a nessuno di entrare."

"Lo farò a costo della mia vita."

Asajiro era davanti alla porta, la sua lancia ghermita era equivalente ad un divieto assoluto di entrare.

"Kaiji-sama, l'Imperatore morirà?"

"Non credo ma le sue condizioni sono estremamente critiche. Il suo corpo è ancora animato dalla fiamma della vita ma la sua mente sembra già essere andata oltre."

"Quindi il gioco è fatto? È dunque questa la fine del suo regno?"

"No, lui sta ancora respirando, ma quando in situazione simili la legge parla chiara."

"Lo so, deve essere attuata una reggenza. Dato il momento attuale non so se questo sarà di buon auspicio per l'Impero. Devo far ordine in tutto questo. Farò in modo che voi stiate al capezzale dell'Imperatore, metterò alcuni Kotoba di guardia."

"Saggia decisione, Campione."

Iro lasciò la stanza, diede un ordine ad Asajiro e tornò a casa; la casa di famiglia non era molto distante dal palazzo imperiale. La casa era di grande dimensioni e si trovava nel mezzo di uno splendido giardino curato alla perfezione. Attualmente ci viveva solo Ayako, la più giovane della famiglia, con il nonno Henshin il quale aveva istruito Gakyusha. La ragazzina aveva appena iniziato una lezione di magia riguardante l'acqua dello stagno, Henshin le rivolgeva preziosi consigli al fine i migliorare i suoi poteri. Il vecchio vide Iro tornare a casa con l'aria afflitta.

"Ayako, continua senza di me e pensa che l'acqua è un materiale vivo."

Trovò Iro nella stanza di suo padre, impegnato nella ricerca di materiale su cui scrivere.

"Sembri preoccupato Iro, posso aiutarti?"

"Grazie Jii-san ma devo scrivere a mio padre in modo da far arrivare dei Kotoba. Gravi avvenimenti stanno per accadere nell'Impero."

"Cose gravi? Di che genere?"

Il giovane duellante aveva sempre considerato l'Imperatore come uno zio benevolo, vederlo in quello stato e pensare alla reggenza gli faceva male.

"Le cose stanno per cambiare, l'Imperatore non è in grado di governare e verrà sostituito da una reggenza, dando così potere a persone che non dovrebbero mai averne accesso."

"Capisco."

Il vecchio lasciò Iro a quanto aveva da fare. Quest'ultimo incominciò a scrivere una lettera, quando sentì il nonno chiamarlo. Perplesso, andò a vedere quando stava succedendo. Henshin era inginocchiato al centro della stanza e un dettaglio catturò l'attenzione di Iro, il nonno indossava una gemma magatama, un ciondolo a forma di lacrima. Vicino, per terra, aveva un rotolo di pergamena sigillato dal timbro imperiale.

"Io sono lo Shi-Ze dell'Imperatore in persona. Mi è stato affidato questo ruolo in modo che potessi cederlo a te insieme a questo messaggio quando il tempo fosse giunto."

Il giovane uomo si sedette di fronte a suo nonno, era sorpreso ed incuriosito dal contenuto del messaggio.

"Iro, sei una delle persone in cui l'Imperatore ha riposto fiducia. Questo rotolo simboleggia la speranza che tu non veda l'Impero cadere nelle mani sbagliate. Stai attento da coloro che sono saliti troppo in alto. La Kotoba, oggi più che mai, rappresentano un modo ideale di agire in nome dell'Imperatore. Non dimenticare mai che la Kotoba sono l'Imperatore e lui solo, una sentenza non avrà mai potere su di lei. Sii forte e non vacillare mai, tu sei il futuro dell'Impero."

Henshin consegnò il rotolo ad Iro che onorato lo accettò.

"Questo rotolo deve essere letto davanti al consiglio imperiale. Affrettati, non deve essere perso tempo."

Iro rinvigorito dal messaggio dell'Imperatore si diresse immediatamente a palazzo; prima però salutò la sorella, era cresciuta tanto negli ultimi tempi, per non parlare di quanto si fossero sviluppate le sue abilità magiche. Sicuramente meritava un posto all'interno della Kotoba.

Da anni non si vedevano così tante persone all'interno della Grande Camera del Consiglio. Tutti i ministri e i consiglieri imperiali erano seduti in cerchio, ognuno sul proprio confortevole cuscino di seta. Oogoe e Daijin stavano osservando i loro avversari, quando iniziò la lotta per il potere. Il Corvo sapeva che stava per vincere questa guerra e il suo silenzio rendeva nervosi molti dei presenti. Oogoe si alzò e si diresse all'interno del cerchio, con la sua solita nonchalance.

"Le leggi sono necessarie in questi casi, onorevoli servi dell'Imperatore. Non avendo il Celeste Augur alcun discendente, deve essere nominato un reggente da coloro che ne hanno il diritto. Anche se ho molto rispetto per Lei, Akizuki-sama, io credo che Daijin sia più indicato di lei per guidare l'Impero."

La reazione fu immediata. I sostenitori del primo ministro Akizuki fecero sentire la loro voce protestando. Oogoe si sedette con in volto un espressione compiaciuta, gli piaceva come stavano andando le cose, amava instillare il dubbio nei cuori degli altri. Fu il turno di Daijin di parlare. Il corvo conosceva i suoi avversari e sapeva bene che a questo punto tutto girava a suo favore. Si alzò, aiutato da Karasu.

"Bene bene, calmatevi per favore, ricordatevi che l'Imperatore nel suo sonno ci vede e ci giudica tutti. Akizuki-dono, è lei il responsabile della decisione da prendere."

Il primo ministro chinò il capo, vergognandosi di non aver previsto la mossa dell'avversario.

"Deve essere nominato un reggente."

In quel momento Iro entrò con gran fragore nella stanza. I sostenitore del Corvo protestarono per questa intrusione del Campione dell'Imperatore ma quest'ultimo si limitò a rispondere con un occhiata torva. Le proteste si spensero immediatamente.

"Campione cosa porti al Consiglio?", chiese Oogoe.

"Questo!", rispose consegnando il rotolo ad Akizuki. "È destinato al Consiglio Imperiale."

Il Ministro accettò la pergamena e quindi l'aprì. Autenticò la pergamena come ufficialmente scritto dal pugno dell'Imperatore. Il ministro si alzò e cominciò a leggere a voce alta.

"Questi sono i desideri dell'Imperatore", disse con con voce tremante.

"Anche se non siamo più accompagnati da un dio terreno è nostro dovere mantenere l'unità che i nostri antenati ci hanno lasciato. Noi non vogliamo che quest'unità si infranga e la legge dice che deve essere eletto un reggente mentre ci si prepara alla venuta di un nuovo Imperatore. Abbiamo deciso che se deve esserci un reggente dovrà venire dagli Tsoutai. Solo loro hanno la capacità necessaria di ristabilire l'ordine all'interno del caos dovuto alla Mia assenza, solo loro possono ristabilire l'equilibrio. Questa è la volontà dell'Imperatore."

Il chiacchiericcio ricominciò immediatamente perché molti pensavano fosse ingiusto dal momento che non c'erano altri candidati all'infuori di Daijin o Akizuki. Il Corvo sussurrò qualcosa all'orecchio di Oogoe.

"Calma, ricomponetevi!", disse il primo ministro. "La volontà dell'Imperatore deve essere rispettata. Nella mia veste di Presidente del Consiglio chiedo al Campione di essere garante di essa."

"Sono d'accordo, chi va contro tale volontà incontrerà la mia spada", rispose Iro.

Oogoe intervenne:

"Il Clan del Corvo intende avere solamente il miglior candidato possibile."

Akizuki non fu sedotto da tali parole, probabilmente c'era uno sporco trucco dietro all'eleganza della frase ma il Corvo era potente e un rifiuto sarebbe stato preso come un grave insulto.

"Così sia. Darò tempo al Corvo per nominare il reggente."

Akizuki non poteva sospettare che Daijin sapeva esattamente chi nominare. La riunione venne rinviata. Nelle casa del Corvo, Daijin confabulava con Karasu e Oogoe.

"Questa è una storia che potreste aver già sentito. Molto tempo fa c'era un corvo che aveva ricevuto la chiamata dei Cercafalla e divenne Tsoutai. A quel tempo, lui mi chiese di non fare più parte ufficialmente del Clan e di lasciargli percorrere la sua strada. Io accettai ad una condizione, se un giorno avessimo avuto bisogno, lui sarebbe dovuto tornare."

"Ebbene signore, questa persona è in grado di assumere la reggenza dell'impero?", chiese Oogoe.

"Lo è. Preparerò gli editti ufficiale dell'impero per l'appuntamento. E li manderò entrambi a chi di competenza."

"Signor Daijin, dove lo mandiamo?"

"Al tempio Yafujima."

Nessuno di loro conosceva questo posto ma presto avrebbero rimediato a questa ignoranza, perché il giorno successivo erano sulla via per andare al tempio. Gli era stato già detto il nome del corvo-tsoutai, il cui nome non era per nulla sconosciuto. Karasu era infuriato, approfittò del cammino per inveire contro l'Imperatore che aveva avuto l'ardire di fare di Daijin il capo, inveì contro quel dannatissimo tsoutai che nulla sapeva di politica e della vita in Meragi. Raggiunsero il tempio al tramonto e vennero ricevuti dal capo, l'uomo che oltre tutto sarebbe divenuto presto il futuro sovrano. Toran chiese cosa volessero da lui due membri del Corvo.

"Grazie per averci ricevuto Toran-sama", iniziò Oogoe.

"Non c'è bisogno di ringraziarmi, le porte di questo tempio sono sempre aperte a chi è alla ricerca di pace e tranquillità."

"Sono allietato dal sentirti parlare di pace, perché è proprio per questo che siamo venuti da lei."

Il giovane cortigiano depose la lettera del consiglio imperiale sul tavolino di legno che aveva innanzi.

"Questo è per te. Prima che lei lo legga e possa rifiutare, Daijin auspica che tu ricordi chi veramente sei."

Toran socchiuse gli occhi e suoi tatuaggi cominciarono a muoversi.

"Ti ringrazio Oogoe per avermi fatto pensare alla mia condizione, io so bene chi sono e dove appartengo, ti consiglio di riflettere su te stesso."

Oogoe mostrò un viso pietrificato con una smorfia sarcastica, ben sapendo di aver fatto centro.

Aku, che ora era apprendista di Toran spiava la scena e nonostante la sua discrezione venne notato da Karasu. Quest'ultimo si alzò, si inchinò al vecchio tsoutai e si diresse a dare una lezione di buone maniere al giovane e sfacciato tsoutai.

Dopo averlo letto due o tre volte, Toran si arrese. Era stato nominato reggente dell'impero di Xzia, lui che aveva passato gran parte della sua vita in giro per il mondo a perfezionare la sua arte.

"Capisco come si senti, Toran-sama, solo lei puoi decidere."

"Ci sono altri Tsoutai, persone ben più sagge di me."

"Sì ma non fanno parte del Corvo. Sarebbe un peccato se si offendesse Daijin-sama in un momento in cui l'impero è debole e rischia di collassare."

"Riconosco qui le parole di chi mi ha visto nascere. Accetto l'incarico affidatomi, quando devo partire alla volta di Meragi?"

"Il prima possibile."

Karasu spinse fuori Aku.

"Giochiamo a fare le spie?", sputò Karasu.

"Volevo solo assicurarmi che non accadesse nulla di male al mio maestro", rispose nervosamente Aku.

"Ti tolgo la voglia di fare lo spione."

Karasu spinse Aku facendolo crollare violentemente a terra. Intorno, nonostante l'ora tarda c'erano alcuni tsoutai presenti. La loro filosofia di vita è non rispondere mai alla violenza con altra violenza perciò chiesero educatamente di smetterla. Karasu fece orecchie di mercante. Aku non poteva replicare perché Toran gli aveva severamente proibito usare la violenza nel suo fragile stato psicologico, avrebbe dovuto padroneggiare l'arte dello tsoutai da guerra solo con il suo cercafalla, Akujin. La giovane Hime, che come gli altri non aveva visto alcuna ragione per tale attacco, decise di intervenire.

"Corvo, se cerchi qualcuno con cui confrontarti, fallo con me."

Il suo cercafalla, un maestoso airone blu, apparve al suo fianco sbattendo il becco sulla faccia di Karasu.

"La prossima volta magari, mi piacerebbe affrontare una combattente come te. Ora ho di meglio da fare."

In quel momento sopraggiunsero Oogoe e Toran a placare le ostilità.

"Hime riunisci la nostra comunità, ho qualcosa da dirvi", chiese Toran.

Pochi minuti dopo gli Tsoutai erano riuniti nel cortile del tempio, domandandosi quale sarebbe stato il futuro del loro maestro.

"L'impero è ad un bivio. L'Imperatore è nel sonno senza risveglio ed è stato nominato un reggente. Ed ora ho scoperto di essere io quel reggente; l'Imperatore pensa che solo uno Tsoutai possa essere in grado di porre fine alle divisioni interne, pertanto ho deciso umilmente di accettare l'incarico."

Ognuno aveva la sua opinione in merito, molti pensarono che l'Imperatore avesse fatto una saggia scelta.

"Sono appena tornato da voi che già devo ripartire alla volta di Meragi. Mi affido alla guida venerabile del tempio Zaoryu. Partirò domattina."

Hime ed Aku erano preoccupati per il loro futuro ma Toran andò verso di loro spiegando che i due sarebbero andati a Meragi con lui ed avrebbero continuato la loro preparazione presso il tempio Komaki, più piccolo e modesto di Yafujima.

Toran non era abituato al lusso. Era sì nato in una famiglia benestante ma se ne era allontanato presto. La stanza in cui si trovava era paragonabile solamente a quella di ricchi proprietari terrieri. Intorno a lui i servitori erano indaffarati. Si stava rendendo presentabile prima che il Consiglio lo nominasse ufficialmente reggente, ma non avrebbe rinunciato ai suoi abiti Tsoutai. L'impero aveva bisogno di lui e la situazione era delicata. Da un lato era necessario mantenere coeso l'Impero dall'altro doveva affrontare liti politiche e i tranelli del Corvo. Aveva sempre lottato per mantenere nel suo cuore le origini del Clan. Una volta pronto venne portato nella sala del consiglio, ministri e consiglieri si inchinarono al vecchio e imbarazzato Tsoutai.

"Nel giorno in cui mi fate reggente tenete a mente una cosa, l'Imperatore non è morto, lui tornerà."

Sì l'Imperatore sarebbe tornato perché Toran avrebbe fatto in modo che venisse fatta luce sul male che lo aveva colpito. Cosa porterà il futuro a Toran e all'impero di Xzia?

Missione del Re Tuonante


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"Il Re è morto! Lunga vita al Re! Il Re è morto! Lunga vita al Re."

La folla ai piedi del palazzo Carleon cantava una canzone d'addio come voleva la tradizione. Questa volta però la tradizione non sarebbe stata rispettata. Guamatta, Re di Yses morì senza lasciar alcun erede. Secondo le tradizioni dei Sette Regni si sarebbe dovuto organizzare un torneo per conquistare Yses. Questo non piaceva per nulla ad uno dei Protettori del regno. Sevylath era seduto al bordo di una fontana a scrutare il via vai di curiosi nella piazza principale. Valutò l'importanza di questa morte e le ripercussioni che avrebbe provocato. Presto sarebbero arrivati gli avvoltoi a divorare i resti ed uccidere il territorio, chi ne avrebbe pagato le conseguenze sarebbero stati i cittadini; doveva agire in fretta. Senza perdere altro tempo si diresse immediatamente alla biblioteca. Guamatta era stato un Re saggio e aveva dotato ogni grande città di una biblioteca, o meglio di un sito di stoccaggio di pergamene, papiri e vari libri. In questo luogo l'eroe di Yses sperava di trovare un cavillo o una legge che impedisse la nascita di tale torneo. Dopo due giorni non riuscì a trovare nulla che potesse servire. Eppure qualcosa attirò la sua attenzione. In fondo alla grande sala, dietro a plichi di libri c'era un arazzo grande quanto un uomo. Su di esso era raffigurata una scena del primo re di Yses, colui che era stato giustamente chiamato il Re Tuonante. Secondo la storia un giorno era scomparso, lasciando in eredità il trono al suo amico Argal, padre di Guamatta. Gli venne in mente di un grande bassorilievo in acciaio che era in città. Il suo istinto gli disse di andare a vederlo.

Ancora una volta, perso nei suoi pensieri, non si accorse di come stesse volando il tempo. C'era una sorta di culto su questo iconico personaggio. Questo culto parlava dell'esistenza di forze divine e di come queste governassero sulla vita degli abitanti delle terra di Guem. Sevylath non si era mai interessato a questo culto ed ora aveva la possibilità di riparare a questa mancanza. Non ricordava che la pietra fosse così grande, la sua dimensione poteva essere comparata ad quella di una delle torri del castello di Yses. Nella parte inferiore vi erano delle fiamme danzanti nel vento, provenienti da una pietra-cuore. Nessuno era sorpreso da tale meraviglia. Scolpito nella pietra, enorme e maestoso, il Re Tuonante osservava la città con sguardo altero. Sevylath lo aveva visto migliaia di volte ma non era mai stato a conoscenza dei piccoli dettagli che recitava. C'eran delle scritte, i cui caratteri erano della lingua corrente di Yses ma anche dei simboli il cui significato era ignoto. Prese il libro che teneva riposto nella cintura ed esaminò la copertina in pelle: c'erano due glifi non identici ma estremamente simili a quelli della scritta. Il libro era un prezioso tesoro di famiglia e gli venivano attribuiti grandi segreti anche se nessuno era mai riuscito a dipanarli. Qualcuno sopraggiunse facendo finire il flusso dei pensieri.

"Oh, mi dispiace averla infastidito."

Era una giovane donna, vestita con una candido e semplice abito bianco e gioielli molto simili a quelli indossati dal Re Tuonante. Sevylath capì che era una sacerdotessa.

"Non preoccuparti, sono io a disturbare questi luoghi. Credo che tu possa aiutarmi."

Sevylath le porse il libro.

"Vedete questi simboli? Sono della medesima lingua della scritta sulla stele", disse indicando le iscrizioni.

La giovane sacerdotessa dai capelli corvini passò una mano sulla copertina del libro e il suo viso si illuminò di un sorriso.

"Questa è la stessa lingua che parlava il Re Tuonante e la sua famiglia durante il suo regno. Dove lo ha preso?"

Sevylath tentennò, poi acconsentì a risponderle dal momento che lo stava aiutando a capire.

"Questo libro è della mia famiglia da molto tempo."

La sacerdotessa riprese a pensare: " e se fosse....? Signor Sevylath posso aprirlo?"

"Tu sai chi sono?", chiese con interesse.

"Mi è difficile non riconoscere un Protettore di Yses quando l'ho davanti. Posso?"

"Ad una condizione, sapete cosa c'è scritto sulla stele?"

"Prendi la mia lancia e colpisci. Ornatevi della mia corona ed io sarò al tuo fianco, indossa la mia armatura ed io ti proteggerò!" poi aggiunse come spiegazione "Non sappiamo chi l'abbia scritto, se sia stato il Re Tuonante o meno, ma molti di noi pensano che sia una sorta di lascito."

"Ti ringrazio per avermela tradotta. Mi interessava molto aver una risposta."

Sevylath le diede il libro.

"Sarebbe bene dirigerci in un posto dove non si possa essere disturbati."

"Ha ragione, la prego venga con me nello studio del tempio degli dei."

Ad Yses c'erano tre tempi dedicati agli dei, luoghi di culto dedicati a chi volesse pregare o praticare il proprio credo. Avevano la peculiarità di non essere dedicati ad alcun dio specifico e di essere gratuiti. Il Protettore e la giovane sacerdotessa di nome Dandranne erano poco distanti dal grande edificio di pietra grigia e coperto di muschio. La sala studio era solamente chiamata così perché in effetti era in tutto e per tutto un luogo in cui pregare. I presenti stavano discutendo animatamente sull'evento più importante della giornata, e cioè della morte del re e quindi non prestarono attenzione alla presenza del Protettore e tanto meno a quanto stesse facendo. Dandranne provò ad aprire il libro ma non riusciva rimuovere la cinghia di cuoio che lo chiudeva. Sevylath ne rimase stupito perché non aveva mai incontrato problemi del genere. Dopo un po' di tempo riuscì a rimuovere la cinghia ma il libro dopo aver emanato fulmini blu si richiuse con un tonfo.

"Ecco una cosa strana", disse sorpresa la sacerdotessa.

"Devo dire che a parte me e i miei parenti nessuno l'ha mai toccato. Forse è meglio che lo apra e lo legga io a te."

Sembrò una buona idea perché il libro si aprì e anche la sacerdotessa poteva leggerlo o meglio tentare di leggerlo.

"Conosco poco di questa lingua. Ho imparato i rudimenti ma non ho mai affrontato testi come questo. Sembrano preghiere rivolte a dio se ben interpreto il Kurun."

Dandranne chiese a Sevylath di girare le pagine per arrivare alla fine, mano a mano la scrittura cambiava fino a divenire composta di soli simboli. Dopo aver letto la pagina disse:

"Eccolo, è il Re Tuonante. Gira le pagine, si fermi, ecco, aspetti!"

Lesse una pagina più e più volte, poi alzò lo sguardo dal libro e guardò il Protettore con gioia.

"Conosce l'origine della tua famiglia, Signor Sevylath?"

"Centra qualcosa con quello che hai letto?"

"Sì, penso che lei non sappia che il Re Tuonante ebbe un figlio dal nome di Korvent."

"Korvent?", Sevylath si immerse nei suoi pensieri. "Korvent non è nome straniero, anzi Korvent è nome che ho già sentito in passato. Credo che quando fossi bambino mio nonno mi abbia parlato di un tale chiamato Korvent, doveva essere un gran comandante durante una guerra, almeno credo."

"Lui è uno dei tuoi antenati. Capisci? Tu sei uno dei discendenti del Re Tuonante!"

"Facciamo che ti creda ma come fai ad esserne così sicura?"

"C'è scritto, è scritto", rispose Dandranne euforica di aver trovato un discendente dell'uomo da lei adorato.

"Va bene, ma cosa dice?"

"Oh sì, c'è scritto che solo i i suoi discendenti possano aprire questo libro."

Sevylath non mostrò particolar interesse perché pensava a cosa avrebbe dovuto in futuro; il destino lo aveva indirizzato verso la sacerdotessa ed ora otteneva delle rivelazioni, quanto avrebbe dovuto ancora scoprire?

"Puoi credere che una persona vissuta molto tempo fa possa ritornare in vita?", chiese Sevylath facendo finta che fosse una domanda a caso.

"Tutto è possibile. Se il Re Tuonante può tornare, perché guardare da un altra parte?"

"No, hai ragione. Un re è morto, un altro re dovrà prendere le redini di Yses."

Il guardiano si alzò. Inizia così la ricerca del Re Tuonante.

"Pregherò per il successo della tua missione. Ma prima è bene che io trascriva gli scritti del tuo antenato."

Dandranne si alzò a sua volta.

"Tutto questo è veramente eccitante. Gli altri fedeli non crederanno alle loro orecchie quando glielo dirò."

Due giorni dopo il lavoro di traduzione era stato terminato; Sevylath e Dandranne avevano dormito pochissimo in questo lasso di tempo, c'era troppo da fare per perdere tempo. Le cose da fare erano ben evidenti e la ricerca era appena iniziata. Dopo una breve pausa il Guardiano partì verso l'ignoto con la folle speranza che la leggenda del Re Tuonante fosse più che una storiella. Il Protettore partì con la malinconia che soffocava il suo cuore al pensiero di Yses e della grave crisi che stava affrontando. Viaggiò tra la nebbia fino al regno di Baranthe dove apprese che erano molto preoccupati per la sorte del regno vicino. Non si fermò ma nonostante la fretta perse tempo a causa della nebbia che ora era nera e opprimente. Come se ci fossero nuvole ad occupare tutto lo spazio tra terra e cielo. Un gran brutto posto ma d'altro canto nelle vicinanze era stato richiusa la peggiore minaccia di questa terra: Nehant. Tutti coloro che avevano tentato ad andare nella prigione in cui era rinchiuso non avevano mai fatto ritorno e ciò aveva alimentato le dicerie sui poteri oscuri di Nehant.

Questo posto non gli piaceva, era intriso di sofferenza e miseria. Circa 70 anni fa molti eroi caddero nella grande battaglia che si svolse. Stringendo il suo martello santificato avanzò come le aveva detto Dandranne; pensava di poter respingere l'aria malsana dovuta al soprannaturale. Sevylath la prese come una prova, non poteva bastare così poco a fermarlo; non vedeva molto bene perciò procedette lentamente. Dopo qualche ora arrivò alla fine delle indicazioni dategli, andare tre passi a sinistra di una pietra con incisa una spirale sopra. Trovò molte pietre e fece tre passi a sinistra di esse. Sfortunatamente per il Protettore, queste pietre erano solamente i rimasugli di un antica stele in onore del Re Tuonante. Il simbolo era nascosto e Sevylath non se ne accorse. Il Guardiano emerse dalla nebbia prendendo un profondo respiro. L'aria fresca e il vento vivace lo ristorarono. Lo spettacolo che si trovò davanti era mozzafiato. Innumerevoli isole di terra e di cristallo galleggiavano nel cielo; alcune di queste isole sembravano navigare come legno sul fiume.

"Come posso spostarmi da un isola all'altra?", si chiese il Guardiano.

Esaminò la situazione, innanzitutto era arrivato. L'isola su cui si trovava era grande e se il suo antenato era stato qui doveva aver lasciato degli indizi.

"Comincerò da lì", si disse guardando un punto in cui il paesaggio differiva da Yses, i grandi alberi verdi erano qui invece fatti interamente di cristallo. Su alcuni cristalli c'erano segni di bruciature e vi erano segni di estrazione dal terreno. Non c'era alcun rumore, nemmeno il cinguettio degli uccelli, anche il suono dei suoi passi era muto. Camminò per ore avendo l'idea di non essere per nulla solo. La vegetazione diveniva sempre più lussureggiante e dopo aver girato un angolo la sua attenzione venne catturata da una sorta di totem raffigurante una creatura orrenda e deforme. Non indugiò a scrutare il totem, la sua unica sicurezza era vigilare. C'era qualcosa di sbagliato, come se la magia fosse all'opera in quel posto. Infatti in pochi attimi le radici presero vita e dopo averlo avvinghiato lo immobilizzarono.

"Cos'è questa malvagità?", urlò a voce alta.

Una creatura gli si avvicinò; non aveva mai visto una creatura del genere: grandi corna, occhi bianchi e privo di bocca. Insieme alla creatura c'era un manipolo di gente tra cui sicuramente un abitanti della Draconia, riconobbe il colore del cappotto della giovane donna.

"Mi dispiace averti dovuto fare questo, ma visto che abbiamo raggiunto i Confini, i problemi vanno e vengono", disse la giovane guardando al martello del Protettore.

"Sono Sevylath, Protettore di Yses, rilasciami Draconiana."

"Sevylath?", Aryena guardò sorpresa gli altri. "Siete scomparso decenni fa."

"Sciocchezze, sono appena arrivato qui e ho lasciato i sette regni solamente qualche giorno fa. Non ho cattive intenzioni, liberami e parleremo."

Il Dais ruppe l'incantesimo liberando il Guardiano, quest'ultimo afferrò il martello e guardò sospettoso il gruppo che aveva davanti.

"Mi sono presentato, sarebbe buona educazione fare altrettanto."

"Vero, forse i Confini hanno una brutta influenza su di noi. Io sono Anryena figlia del Drago, questa è Occhio di Gemma dell'equipaggio di Al la Triste, lui è del popolo Eltarire...."

"Forse ci potrebbe aiutare a rompere lo scudo", tagliò corto Occhio di Gemma.

Anryena era meno burbera della rozza pirata, ben lontana quest'ultima dalla eleganza delle signore draconiane. Sevylath conosceva il nome di Anryena, questo lo rendeva confuso, appariva come una donna di trent'anni anche se ne erano passati venti. Non sapeva che il tempo aveva ben poca influenza su di lei.

"Che succede? Sarei ben lieto di aiutarvi ma non so bene cosa facciate qui."

"Non lontano da qui abbiamo trovato una sorta di vecchio tempio ma non riusciamo a sorpassare la sua protezione", spiegò l'Intrappolato.

"Perché volete entrarci? Se è protetto ci sarà un motivo."

"Perché siamo alla ricerca di una persona e all'interno del tempio potrebbe esserci o lei oppure potremmo trovare indizi che ci aiutino a trovarla."

"Anch'io sto cercando qualcuno, se potrò vi aiuterò."

Si avvicinarono a Malyss ed Ergue che aspettavano fuori del tempio, un vecchio edificio composto di pietre e cristalli. Era sbiancato per via dell'esposizione al sole e una piccola parte del tetto era crollata. Tutt'intorno alla collina vi erano delle colonne su cui erano stati scolpiti dei simboli. Tra ogni colonna vi era un muro invisibile invalicabile.

"La magia non è riuscita ad infrangere le colonne e la forza bruta non è la miglior soluzione, eppure siamo potenti", si vantò il corvo.

Sevylath capì che le cose andavano differentemente. Non c'era traccia di magia e perciò usare della magia era inutile. I simboli non erano altro che lettere theurgiche, la "magia degli dei". Per lui tutto era chiaro, erano stati dei Sacerdoti a fare quest'opera per non permettere ad alcuno di passare. Sevylath si rivolse al gruppo con voce abbastanza alta da far tacere inutili discussioni.

"Il vostro fallimento è normale. Questa non è magia, è un baluardo della fede. Posso cancellarlo ma siamo sicuri che non accadrà nulla di male?"

"Non possiamo prevedere cosa accadrà, ma penso che se ci sei tu non succederà nulla di male. Dobbiamo andare.", invitò Occhio Di Gemma facendo segno agli altri di avanzare a testa bassa.

Anryena era contrariata, non sapeva nulla riguardo le theurgie. L'Intrappolato era indeciso ma il Mangiapietra avrebbe potuto essere all'interno. Ergue non era interessato al come fare, a lui interessava solo l'azione. Malyss era d'accordo con Occhio di Gemma. La decisione era stata presa, Sevylath si mise al lavoro.

Ogni pilastro aveva una prova di fede da superare, una domanda la cui risposta era celata nel cuore del lettore. Scelse il tema che gli sembrava più interessante e la risposta era la sua fede. La domanda era qualcosa del tipo: "Fino a che punto sei disposto a portare avanti la tua fede?" Sevylath non esitò, era naturale che avrebbe perfino sacrificato se stesso per i fondamenti della fede. La risposta fu soddisfacente e il pilastro si sbriciolò cadendo a terra. Il baluardo della fede si infranse.

"Tu sei degno della tua reputazione, Protettore di Yses.", disse Anryena Il gruppo salì sul fianco della collina, il loro passaggio era costellato di cadaveri di umanoidi nascosti dalle rocce.

"Tutto ciò è ben poco incoraggiante.", sussurrò a se stesso Ergue.

"Guardate là", si commosse Occhio di Gemma. "Che meraviglia."

La giovane donna prese da un cadavere una lancia fatta interamente di cristallo.

"Leggera come una piuma", aggiunse.

Sevylath riconobbe la lancia e si avvicinò.

"Posso?", chiese con tutta la sua autorevolezza.

Per un pirata un oggetto trovato è di chi lo trova ma vista la sua situazione e la consapevolezza che non cercava guai, acconsentì. Senza dubbio era stato fatta ad Yses, visto lo stile nobiliare che aveva visto molte volte.

"Sono sulla strada giusta. Andiamo."

Arrivarono davanti alla porta del tempio e poterono vedere che era costellata di simboli theurgici.

"Un sigillo divino", disse Sevylath. "Deve essere infranto per fede."

Tutti si allontanarono ad una distanza di sicurezza. Sevylath fece qualche passo indietro, impugnò il martello e mormorò qualche preghiera. Poi si girò di scatto e corse con il martello in pugno per rompere la protezione. Non se lo aspettava ma il suo colpo infranse la protezione e distrusse la porta. Ognuno diede un occhiata all'interno della struttura ma ciò che videro non era per nulla confortante, all'interno c'erano dozzine di creature simili agli umani ma che si comportavano come bestie. La loro pelle era blu e avevano un atteggiamento aggressivo. Il tempio era formato da un unica enorme stanza in mezzo alla quale vi era una persona che galleggiava in aria racchiusa tra molti archi che scaturivano dal terreno. Mentre Occhio di Gemma ed Ergue si ritiravano prima che le creature attaccassero, Sevylath comprese chi era lo strano personaggio e di fretta entrò nel tempio.

"Che sia questo il Mangiapietra?", si chiese L'Intrappolato seguendo il Protettore.

Ogni membro del gruppo era legato agli altri da una forza indissolubile. Sevylath cominciò a menare il suo martello sulle teste dei nemici ma le creature erano molte ed agguerrite; ben presto l'Intrappolato venne sopraffatto ma grazie al pronto intervento di Ergue riuscì a salvare la pelle. Malyss scagliò fuoco e Aryena attinse alla sua conoscenza nei sortilegi draconici. Tutto stava andando come previsto, le loro tecniche erano complementari e ben si adattavano a fronteggiare i nemici. Avvenne però un errore in buona fede. Aryena con le spalle al muro utilizzò la magia del fulmine per liberarsi, le sue mani si fecero cariche di saette e scagliò il suo potere contro gli assalitori. Qualcosa di sorprendente accadde, ogni volta che un fulmine colpiva una creatura, questa diveniva più forte. Le creature rigeneratesi sopraffecero il gruppo come una marea e ferirono alcuni di loro. Sevylath fece appello alla sua fede e pensò a ciascuno dei suoi compagni. Poi con furia attaccò le creature uccidendole una ad una. Ad ogni colpo inferto le ferite dei suoi compagni venivano curate. La battaglia riprese con vigore. Aryena dopo aver compreso l'errore da lei commesso, smise di utilizzare i sortilegi fulmine e cominciò ad attaccare in altre maniere. Sevylath galvanizzato dalla battaglia si aprì una via per arrivare fino alla creatura rinchiusa tra gli archi. Venne però fermato da un essere più grande e più intelligente delle altre bestie presenti; portava una corona di cristallo. Sevylath rise e posò a terra il martello

"So cosa sei, riconosco la pietra che porti sul capo."

Dietro di lui, gli altri del gruppo si stavano domandando cosa stesse dicendo il Protettore.

"Ti ripudio Guemelite. Torna dal tuo creatore", pregò.

Alzò le mani in aria facendo scaturire una luce bianca ed accecante. Occhio di Gemma che era all'ingresso del tempio, afferrò le sue strane armi ed uscì per evitare di subire anche lei il colpo di fede. Le creature ulularono di dolore, si contorsero e caddero a terra come mosche morte. Sevylath non era stato attento nel lanciare il suo esorcismo, aveva colpito anche Aryena che ora era svenuta incosciente riversa al suolo.

La battaglia era terminata, le creature così come il loro capo erano state sconfitte. Sevylath prese la corona di cristallo. Gli altri erano senza forze, la lotta era stata breve ma intensa. Sevylath curò Aryena mentre Maliss si chiedeva del perché il sortilegio fulmine avesse reso più forti quelle creature. Ergue tentava di camminare ma non era un grande idea visto che provava un parecchio dolore. Anryena dopo essere stata curata riprese conoscenza e cominciò ad imprecare contro l'attacco sì efficace ma scriteriato del Protettore. La figlia del drago riprese contegno e si interessò del prigioniero e della sua prigione.

"Dunque è questo il Mangiapietra?", chiese all'Intrappolato.

Quest'ultimo stava per rispondere ma lo Sevylath lo anticipò.

"Non so cosa sia un Mangiapietra ma la persona che sto cercando è niente meno che il Re Tuonante."

Tutti si scambiarono sguardi interrogativi, nessuno di loro aveva mai sentito parlare di lui.

"La vera domanda è come lo tiriamo fuori di lì?", chiese Malyss.

"Non è una theurgia?", chiese Ergue, ma la risposta fu:

"No, in questo caso è magia. Forse posso farmi perdonare per l'errore di prima", intervenne Anryena.

I sortilegi fulmine erano di diversi tipi; durante gli studi all'accademia di magia di Noz'Dingard ne aveva appreso i fondamenti. Camminò intorno alla prigione e concentrò la magia. Dall'interno della prigione scaturì un gran fulmine difensivo, i due fulmini si scontrarono.

"Stasi", sospirò. "Ora capisco. Protettore vieni qui."

Sevylath si avvicinò domandandosi cosa volesse la draconiana.

"Cattura il prigioniero se per caso dovessi svenire una volta che l'incantesimo sarà infranto. Può accadere. Tu sei un sacerdote e conosci delle theurgie curative. Ti consiglio di porne una su di te. Cercherò di battere il fulmine con il fulmine."

Anryena concentrò il suo potere per diverso tempo e poi lo scaricò in un sol colpo contro la prigione che divenne ben presto sovraccaricata. La prigione scoppiò liberando il Re Tuonante. Sevylath riuscì a proteggere se stesso e il suo antenato, poi si voltò verso Anryena che senza forze cadeva a terra. La afferrò prima che toccasse il suolo. Il corpo della maga cominciò a brillare di luce blu, la luce avviluppò anche Sevylath e il Re Tuonante rendendoli piano piano trasparenti. Poi l'alone sbiadì e tra gli occhi attoniti dei loro compagni i tre scomparvero nel nulla. I tre riapparvero nella sala del trono di Noz'Dingard dove si trovava Kounuk con la Chimera nelle mani.

"Madre?", pianse.

Battaglia della Pietra- Prima Parte


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Sala del trono del palazzo di Noz'Dingard.

Kounok vide delle persone comparire dal nulla in mezzo alla sala, pensando che fosse un attacco contro il Profeta impugnò Chimera sguainandola. Valentin che era lì presente per fare un rapporto al suo superiore estrasse anche lui la spada e si mise a fronteggiare il piccolo gruppo. I nuovi arrivati non sembravano avere intenzioni bellicose, anzi uno solo era cosciente mentre gli altri due erano svenuti.

"Pace Draconiani. Pace", disse Sevylath posando a terra i due compagni.

"Sono Sevylath, Protettore di Yses", aggiunse guardandosi attorno.

"Non sono tuo nemico", continuò poggiando lentamente il martello per terra.

Kounok non capiva cosa stesse accadendo ma non potette non riconoscere sua madre.

"Cosa le hai fatto?", urlò con tono accusatorio.

"Nulla. Questa signora ha appena liberato il Re Tuonante e subito dopo siamo scomparsi in una nuvola blu."

"Dovrete spiegarvi meglio di così."

Kounok depose la chimera e prese Anryena tra le sue braccia; lei era incosciente, spogliata dei suo poteri magici. Non aveva alternativa che portarla davanti al Drago.

"Valentin, fai in modo che soggiornino comodamente", disse al Cavaliere Drago che era ancora sorpreso.

"Ebbene Profeta?", rispose il Protettore.

"Siamo forse prigionieri?", chiese al Cavaliere.

"No, in quel caso te l'avrei detto ma se qualcuno compare dal nulla in questa sala, con mia madre svenuta ho il diritto di saperne di più."

"Racconta cosa è successo a Valentin."

Kounok attraversò vari corridoi per arrivare un giardino estremamente speciale; direttamente sotto la roccia del Drago Blu. C'era un giardino di rose blu e una fontana nel cui centro vi era un maestoso drago. Kounok attraversò il giardino in fretta perché era estremamente preoccupato per sua madre, non era mai stata così debole. Quando arrivò ai piedi della pietra una forma umana si materializzò. Era un uomo alto, non molto dissimile da Kounok e dal suo defunto fratello. Sulla testa aveva diverse corna di cristallo e i lunghi capelli danzavano nel vento. Il suo aspetto era quello di uno spetto blu; Kounok lo guardò sorpreso, poi si ricompose e annuì in segno di rispetto.

"Salute Profeta", Disse l'apparizione.

"Signore del Drago, volevo vederti."

"Per questo sono qui; sei giovane e quindi tendi a dimenticare che noi siamo connessi più di chiunque altro Draconiano. Sei preoccupato per tua madre ma non preoccuparti, sta bene."

"Che cosa ha?", chiese con una nota di apprensione.

"Lei è esausta. Ha usato quasi tutta la sua magia"

"Per questo è tornata qui, giusto?"

"Io amo mia figlia, la mia unica figlia. Non permetterò mai che le accada qualcosa di male, la proteggerò come meglio posso. Una delle mie scaglie, che lei ha, è incantata in modo che se è vulnerabile torni qui."

"Capisco, ora che facciamo?"

"Ha bisogno di riposare", disse avvicinandosi.

Prese la ragazza tra le braccia e sorrise prima di scomparire agli occhi del Profeta. Anryena si svegliò. Il cuore le batteva forte, tutta la sua forza le era tornata percepiva il potere del sangue del drago che la stava curando. Intorno a lei il letto era blu, riconobbe il luogo e si mise a sedere sul baldacchino. Era il posto in cui aveva trascorso l'infanzia, il luogo dome dimorava suo padre. Non appena pensò al padre, lui comparve.

"La tua forza è tornata figlia mia."

"Padre, sono contenta di vederti ma perché sono qui? Ho ancora molte cose da scoprire ai Confini."

"Il fatto che tu sia tornata dipende dalle tue azioni. Tu stessa hai corso il rischio di perdere la tua magia. Ricordati quello che ti dissi: un guemelite senza magia può morire."

"Non avevo scelta, ho percepito che la persona che abbiamo trovato ai Confini potrebbe aiutarci e diventare nostro alleato", disse Anryena. "Il Re Tuonante può essere un aiuto in questa guerra ma fin quando non reciterà la sua parte e bene che ognuno reciti la propria."

Il Drago poggiò una mano sulla guancia della figlia, molti vecchi ricordi tornarono alla luce. Anryena posò la sua mano su quella del padre; i momenti di complicità tra padre e figlia erano così rari da rapirli entrambi in questo atto d'amore.

"Cosa c'è padre? Che ruolo vuoi che assuma?"

Il Dragone prese la mano di lei ed assunse un espressione grave.

"Kounok non ha lo stesso ruolo di suo fratello. Dopo la morte di quest'ultimo il Compendium sta affrontando una lotta interna che non tollero. Promisi tempo fa di non intervenire nelle faccende di quest'ordine ma nessuno riesce a divenire il capo per guidarlo. Tu meriti di prendere il posto vacante del Profeta."

Anryena rimase scioccata, conosceva maghi e saggi Compendium che avevano capacità per assolvere l'incarico.

"E Marzhin? Lui è abbastanza potente e saggio, sarebbe un gran Arcimago."

"Vero, è molto dotato ma il suo posto è l'Accademia degli apprendisti."

"C'è qualcosa di cui mi stai tenendo all'oscuro", rispose con fermezza Anryena.

"La guerra è iniziata e bisognerà affrontare avversari con poteri sconosciuti finora. Devi guidare il Compendium per ripristinare la fede nella magia dei Magi e dei Draconiani per diventare il simbolo di Guem. Il mio cuore sanguina al pensiero che presto bisognerà affrontare il nemico, la nostra famiglia ha sofferto così tanto...."

Anryena tagliò corto.

"Assumerò questo ruolo, con il Drago dalla mia parte cosa mai potrà succedermi?"

"In questo caso il posto è tuo."

Un grande scettro con una forma di drago recata su di esso comparve tra le mani della figlia del Drago; era stato impugnato da molti maghi di Draconia, ma lei era la prima ad esserne degna. Anryena si concentrò ed apparve all'accademia di magia di Noz'Dingard.

Anryena aveva contribuito alla fondazione dell'accademia di magia: un luogo di scambio e apprendimento per tutti coloro che fossero dotati di sensibilità alla magia arcana. Il Castello venne edificato su un gruppo di gemme con la pietra cuore del Dragone che svettava sulla città. C'erano almeno 500 studenti della Draconia e di altre terre lontane che con le loro capacità e le loro pratiche di magia avevano contribuito al miglioramento della cultura generale. Anryena si trovava davanti ad un grande arco, un artefatto magico che si doveva attraversare per poter entrare in accademia. Era tardo pomeriggio e molti degli studenti, finite le lezioni, si dirigevano verso i rispettivi dormitori per studiare un altro poco. I più giovani di loro passarono senza riconoscere la donna appena giunta ma altri rimasero stupiti davanti allo scettro che portava. La donna lasciò che gli studenti facessero teoria su di esso e dopo aver passato l'arco si trovò nell'atrio dell'accademia.

La sala, maestosa e imponente, era il fulcro del palazzo, non di rado ci si doveva passare più volte per raggiungere vari luoghi. Da quando aveva lasciato l'accademia e il Compendium non era cambiato nulla in quel luogo: i soliti splendidi arazzi e vetrate di un magnifico blu. La luce che entrava nella sala era dolce ed incantevole. I passi della figlia del Dragone la condussero a memoria verso il luogo desiderato; aveva attraversato innumerevoli corridoi e sorpassato diverse rampe di scale per arrivare alla sala del Consiglio del Compendium. Il Dragone aveva convocato le più alte cariche dell'accademia.

Nell'anfiteatro di legno alcuni maghi scrutavano accigliati mentre altri sembrava più ben disposti nei confronti della nomina della figlia del Dragone come nuovo capo del Compendium e quindi dell'accademia stessa. Il Compendium non era altro che un organizzazione il cui fine era la gestione di tutto ciò che è magico, sia per quanto riguarda la ricerca che l'insegnamento.L'accademia era diventata con il tempo la sede ufficiale di tale ordine. Anryena si trovava davanti al pubblico e colpì tre volte il pavimento con la punta dello scettro.

"Grandi Maghi e Maestro-Maghi, voci spaventose sono giunte alle mie orecchie. Agitazione indisciplinata muove le fila del Compendium. Tutto ciò non può fa altro che avvantaggiare i nostri nemici e turbare l'insegnamento dei nostri apprendisti che, ora più che mai, hanno bisogno della nostra integrità. Giunto è il momento di porre fine alle liti perché ora io sono qui in veste di Arcimago del Compedium."

I maghi si alzarono ad applaudire, alcuni con più convinzione di altri. Anryena pose fine al rumore, aveva ancora qualcosa da dire.

"Maestro Mago Marzhin, alzati."

Un uomo sui 30 anni si alzò in piedi, indossava la livrea dei docenti dell'accademia e varie insegne che indicavano l'invenzione di vari incantesimi.

"Ti nomino vice direttore dell'accademia di magia di Noz'Dingard."

Era un ruolo molto importante perché in assenza del direttore ne avrebbe fatto le veci.

Un altra volta scrosciò un grande applauso, il maestro-mago si inchinò accettando il difficile ruolo affidatogli.

Dopo altre indicazioni ognuno tornò al proprio compito, nella sala rimasero solo Anryena e Marzhin.

"Grazie per la fiducia che mi avete concesso, signora Anryena."

"Tu sei una persona di gran valore per i Draconiani e un fulgido esempio per i nostri studenti."

"Queste parole mi commuovono, farò del mio meglio."

"Ho anche un caso di studio per i tuoi studenti del più alto livello."

Il Maestro Mago era molto interessato.

"Dobbiamo conoscere i nostri nemici e confrontarci con le loro abilità. So che siete il migliore per trovare una soluzione. Cosa sapete riguardo le Theurgie?"

Marzhin non si aspettava quest'argomento ma aveva studiato Theurgia e in effetti ne sapeva abbastanza.

"Se questi nemici sono davvero sacerdoti e utilizzatori di theurgie, allora abbiamo qualcosa da preoccuparci. Vi propongo di venire domattina al colle, in cortile, per partecipare ad un seminario sulla theurgia e là, con i miei studenti, aumentare la vostra conoscenza a riguardo. Ma avrei solo una domanda, perché farlo con gli studenti che non hanno ancora il titolo di saggi, e non con i grandi anziani? Alcuni hanno conoscenze molto vaste."

"Ma adesso sto parlando con te e rispetto questa tua opinione. Ho bisogno di avere uno sguardo nuovo, uno sguardo che solo la fantasia dei giovani può dare."

"In questo caso, signora Anryena, tu onori i miei studenti."

"Allora a domani."

Prima che si congedassero, il Maestro Mago volle chiedere un altra cosa.

"Dimmi, hai sentito di mio figlio?"

"Pilkim è un ragazzo che impara in fretta sul terreno, gli Inviati di Noz'Dingard sono felici di averlo con loro. State tranquillo, non è in pericolo; e se fosse ha straordinarie capacità per la sua età, deve averle prese dal padre. Prevedo un futuro radioso per lui."

Il Maestro Mago fu soddisfatto dall'apprendere che il figlio stesse bene.

Il giorno seguente gli studenti di Marzhin, pronti per divenire uomini, ebbero il grande onore di entrare nella sala normalmente riservata ai ricercatori della magia Compendium. Un luogo protetto da potenti incantesimi e in teoria indistruttibile da esperimenti magici venuti male. Appena arrivati notarono con gioia che il loro nuovo capo avanzava con altri studenti e con il loro insegnante. Quest'ultimo era seguito da un golem che portava una scatola chiusa da un lucchetto. Gli studenti si affrettarono a salutare il gruppo appena giunto. Alyshk ed Aerouant, recentemente nominati membri del Compendium era lì per dare una mano. Marzhin arrivò sul palco.

"Sedetevi per favore."

Gli studenti si diressero alle loro sedie e pendevano dalle labbra del loro maestro.

"Come potete vedere, oggi l'Arcimaga Anryena ci ha onorato della sua presenza ed è accompagnata da due saggi del Compendium che non molto tempo fa sedevano ai vostri posti."

Il Maestro Mago si diresse verso il golem che portava sempre il baule, ed incominciò ad aprirlo.

"Chi sa dirmi cos'è una theurgia?"

Diverse mani si alzarono all'istante.

"Ti ascolto Armand."

Un ragazzo con i capelli neri ed arruffati balzò in piedi schiarendosi la gola.

"La theurgia è una particolare forma di magia praticata dai sacerdoti e dalle persone di fede. Loro affermano che ottengano poteri sovrannaturali grazie agli dei."

Il ragazzo rimase in piedi.

"Non è altro che una breve definizione, non c'è alcuna differenza allora tra la magia e la theurgia. Qui allora pratichiamo tutti theurgia?", incalzò il maestro.

La risposta fu immediata.

"La magia è un potere chiuso dentro di noi e che noi possiamo richiamare tramite formule, gesti ed incantesimi, la theurgia invece è un potere concesso da un entità superiore. Per farlo bisogna conoscere preghiere e cerimoniali per ingraziarsi il favore della divinità."

"Eccellente", disse Marzhin rivolgendosi al pubblico. "Mi congratulo con te. Quindi la magia è differente dalla theurgia ma in entrambi i casi serve creare una connessione con dentro o fuori di noi. Non tutti sono in grado di utilizzare la magia o la theurgia per varie ragioni. In questo caso un altro problema ci viene posto."

Marzhin prese dal baule una grande e lucente gemma blu.

"Questo è un drago di pietra, qualcuno di voi ha già sentito parlare di questo gioiello?"

Una studentessa dai capelli biondi alzò la mano molto in alto.

"Sì Lenya?"

"Un drago di pietra è un pezzo di pietra-cuore di drago, offertaci dal nostro signore in modo da poter usare il suo potere magico."

"Il che,", rispose il professore mettendo il gioiello sulla scrivania, "fa noi capaci di usare un potere che non è magia. Se si segue il filo logico di Armand questo fa di noi dei theurgisti visto che utilizziamo un potere esterno."

Uno studente lo interruppe.

"Ma si dimentica l'entità superiore."

"Davvero? Il Dragone non è forse un entità superiore?"

"Sì ma noi non lo adoriamo", intervenne un altro studente.

"Vero, noi siamo in grado di utilizzare le pietre del drago senza dover per questo indirizzargli le nostre preghiere."

Anryena era soddisfatta dall'andazzo della discussioni, le risposte erano immediate e mai banali.

"Questo corso sarà individuale. Sapete, negli ultimi anni mi son dilettato nella creazione di nuovi incantesimi. Propongo che oggi si affronti il problema e che dalle nostre risposte si arrivi a dare all'Arcimaga una descrizioni dei rituali usati e un piano d'azione per affrontarli."

I volti degli studenti si illuminarono.

"Fino a poco tempo fa, la theurgia non era molto considerata sulla terra di Guem; se si guarda il recente passato però si vede che la gente proveniente dal deserto la utilizza contro di noi. La nostra magia non è fatta in modo per affrontare la theurgia e in qualche modo pare che la loro abilità sia superiore alla nostra. Il problema che vi pongo è questo: come possiamo usare efficacemente la magia per controbattere la theurgia?"

Da quel momento gli studenti si misero a lavorare su diverse teorie. Alcune vennero rapidamente respinte, altre invece vennero prese in considerazione. La giornata passò velocemente, Anryena lasciò gli studenti e il loro maestro allo sviluppo di quello che era diventato a tutti gli effetti un rituale. Scese la notte sulla Draconia ma la stanchezza non aveva colpito gli studenti, in loro scorreva febbrile la passione per creare; fu il maestro soddisfatto di quanto prodotto a fermare i lavori. Dopo una giornata di riposo, tutti gli studenti e l'Arcimaga vennero invitati ad una dimostrazione di quanto creato.

Per l'occasione Marzhin richiese la presenza di qualcuno che avesse già sentito la parola di una divinità. A Noz'Dingard erano rari i luoghi di culto ma una persona accettò di buon grado di aiutare i maghi dell'accademia. Gli studenti gli presentarono il rituale da compiere. Poi mentre un gruppo di studenti incominciava a lanciare incantesimi, Marzhin spiegò quello che sarebbe successo ad Anryena, Alishk ed Aerouant.

"Abbiamo iniziato la ricerca da tuo figlio e dal rapporto di Marlok sulla magia. Gli studenti hanno supposto che tra un sacerdote e la divinità possa esserci un contatto forte o debole, come un mago connesso ad una pietra cuore. Inoltre abbiamo studiato gli eventi della recente lotta contro il Nehantista. Gli studenti stanno eseguendo la stessa cosa già fatta per isolare le pietre cuore dal Nehantista in modo che si fermi la connessione tra le preghiere dei sacerdoti e la divinità."

L'Arcimaga guardava la manifestazione con occhi da mago, cercava di carpire ogni gesto e movimento. L'idea era buona e se avesse funzionato sarebbe stata utile. Come la maggior parte dei rituali vi è un maestro e ci sono degli accoliti; quest'ultimi concentravano la magia verso il maestro. Dopo pochi minuti il maestro del rituale prese una pietra e lanciò un sortilegio draconico su di essa; venne creata una sfera di buone dimensioni che avviluppò quasi tutta la stanza. Il rituale era finito ma l'incantesimo continuò. Marzhin si diresse verso la "cavia".

"Come ti senti?"

"Strano, mi sento solo."

"Posso?", il Maestro-Mago lanciò una raffica di cristallo che gli lacerò l'avambraccio. "Usa la theurgia e curami."

Il sacerdote pregò il suo dio come aveva sempre fatto ma questa volta non ci fu risposta. Marzhin annuì e fece terminare il rituale. Tutti erano esausti.

Anryena ed Aerouant rimasero soddisfatti del risultato e di come il lavoro di maghi famosi fosse servito di esempio. Alishk andò a dare una mano e congratularsi con gli studenti. Ora il sacerdote poteva ancora usare la theurgia e fu ben felice di curare la ferita del Maestro-Mago che era impegnato a spiegare i passaggi del rito ad un'interessata Anryena.

"Mi pare di capire che la durata del rituale è dovuta a quanto può resistere il maestro del rituale?"

"Sì, ma ci aspettavamo che il vostro potere combinato a quello di Alishk ed Aerouant fosse sufficiente per garantire il successo del rituale. Devo però avvertirla che il rituale impedisce sì di lanciare theurgie ma colui che è nella bolla può sempre uscirci."

"Abbiamo alleati che possono affrontare nemici corpo a corpo."

Anryena guardò lo scettro con nostalgia.

"Abbiamo già il drago di pietra, non ci resta che portarlo sul campo di battaglia. Ti prego di ringraziare i tuoi studenti, devi essere orgoglioso di loro, hanno fatto un ottimo lavoro. Questa è la conferma che ho fatto bene a nominarti vice direttore, ti lascio l'accademia in custodia, dirigerò io stessa di rituale di pietra."

"Vi auguro buona fortuna, Lady Anryena."

I maghi del Compendium trascorsero la giornata a preparare il rituale, in modo da essere pronti ad aiutare gli alleati il giorno seguente. Siccome il tempo era prezioso e non andava sprecato, il Dragone creò un portale che conducesse alla foresta degli Eltarite. Anryena, Alihsk, Aerouant e Kounok attraversarono il portale e si trovarono immediatamente ad un giorno di distanza.

Il confine con la foresta era tranquillo, la nebbia mattutina rendeva tutto misterioso ed inquietante. Il portale compariva direttamente vicino alla Tomba degli Antenati e gli Inviati Noz'Dingard apparvero in quel punto. Non passo molto tempo che alcuni Cuore di Linfa andarono loro in contro a dare il benvenuto. Dopo un breve scambio di informazioni, appresero che i Pirati erano andati in cerca di qualcosa di prezioso e che la "corruzione" della Tomba degli Antenati avanzava lentamente ma senza sosta. Di loro invece gli Inviati spiegarono il funzionamento del rituale ai Kotoba ed ai Cuore di Linfa, le uniche altre due gilde presenti.

Le truppe iniziarono la loro marcia galvanizzati dal pensiero di concludere in fretta il conflitto della pietra caduta dal cielo. I Nomadi del Deserto avevano allestito nella loro porzione di territorio un accampamento e attendevano pazientemente un segno della loro divinità. La tranquillità di quel posto venne infranta da Kararine che di guardia vide arrivare il manipolo di nemici verso la loro direzione. Era il segnale di battaglia e in poco tempo i Nomadi furono in assetto di guerra. La strategia bellica era la specialità dei Kotoba; Gakuysha aveva rapidamente elaborato un piano che tenesse conto della specialità di ognuno. I guerrieri sarebbero stati la spina dorsale mentre coloro che sono abili nell'aggirare il nemico avrebbero passato le linee nemiche per attaccare il sacerdote che era a capo di tutto. Infine i maghi sarebbero restati a distanza di sicurezza e avrebbero protetto il rituale dei Compendium.

Il Signore Imperiale non attese oltre e diede il segnalo d'attacco. Anryena, Alishk ed Aerouant iniziarono il rituale. I due uomini si erano preparati un po' prima di iniziare il rituale dei speciali cristalli che li rendevano più forti per un lasso di tempo finito. La prima fase del rituale fu perfetta, Alishk ed Aerouant scagliavano sortilegi e il loro potere si trasferiva ad Anryena, quest'ultima non si aspettava di riceverne così tanto. Il rituale inventato dagli apprendisti di Marzhin sembrava essere miracoloso. Poi Anryena afferrò lo scettro e incanalò in esso l'energia che le scorreva nel corpo, apparve una bolla di magia che cresceva a vista d'occhio.

Ben presto la bolla inglobò il campo di battaglia e la pietra caduta dal cielo. Iolmarek e i suoi sacerdoti vennero sorpresi dalla bolla e capirono quello a cui serviva solamente quando non riuscirono a guarire i Guardiani del Tempio. Tagliate le comunicazioni con il loro dio, i fedeli di Sol'ra vennero rapidamente sopraffatti dalle innumerevoli orde nemiche....

Battaglia della Pietra- Seconda Parte


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Il sole brillava alto nel cielo senza nubi del deserto di smeraldo. Il caldo, insopportabile a quest'ora della giornata, costringeva la gente a stare in zone più fresche, come le vie della città di P'tra. Un tempo era fiorente ed il centro di un regno ormai scomparso. La città nata dallo scavare e scavare nella montagna rossa di Ponant era ormai solamente l'ombra di quella che era stata. Solamente una dozzina di famiglie rimaneva in città vivendo della creazione di gioielli di smeraldo. Questo territorio era però anche l'unico in cui si adorava Kehper, il dio scarabeo che comunicava con le masse brulicanti degli insetti. Il tempio dedicatogli era una magnifica grotta immersa nella luce che passava tra le innumerevoli aperture. L'ingresso conduceva in un enorme stanza nel cui mezzo si trovava una rappresentazione umanizzata della tragedia di Kehper: un uomo dal volto di scarabeo guardava con i suoi immobili occhi bluastri l'eternità. Nelle pareti c'erano vari piccoli fori da cui i sacri scarabei andavano e venivano. Soraya era stata designata da Kehper a diventare la sua nuova servitrice e la giovane donna, che non era spaventata dagli scarabei, era stata onorata di servire una divinità. La ragazza si struggeva nel vedere il suo popolo approfittarsi di altri paesi meno forti; stava pregando Kehper di aiutarla.

"Che cosa abbiamo fatto di male? Abbiamo provocato la tua ira? I nostri fiumi si stanno essiccando e la nostra gente muore di fame. Qual'è il motivo di tutto ciò? Forse è una prova? Perché siete così crudele con la vostra gente?"

La ragazza non si aspettava risposta; Kehper rispondeva solo con piccoli segni e con la manipolazione degli scarabei. Questa volta le sue preghiere vennero però ascoltate anche se, probabilmente, non nella maniera in cui lei si aspettava.

"La tua gente nulla ha fatto per inimicarsi gli dei, giovane sacerdotessa."

Vicino all'ingresso c'era un uomo alto. La luce proveniente dalle sue spalle gli conferiva un aria suggestiva e particolare. Si diresse verso la sacerdotessa che era insicura, vedendo l'aspetto del nuovo giunto: vestito con un perizoma e vari ornamenti rappresentanti il sole, la sua pelle era molto scura, come bruciata, in contrasto con il candore dei capelli. Inoltre, per aggiungere spessore ad una figura così importante, due grandi ali battevano lentamente dietro la sua schiena.Soraya mai aveva visto qualcosa di simile ma la matrice divina era evidente, si alzò e si avvicinò al nuovo arrivato.

"Se così stanno le cose, perché c'è tutta questa miseria intorno a noi se non abbiamo fatto infuriare gli dei?"

"Il Dio ti guarda e quello che compirai determinerà le sorti del tuo popolo. Sai chi sono io?"

Soraya scosse la testa. Una lancia di luce apparve nella mano dell'uomo.

"Sono Tsheptes, messaggero di Sol'ra, dio degli dei."

Impressionata dal fatto che non le avesse mentito, la sacerdotessa si inchinò repentinamente per mostrare sottomissione.

"Sei venuto a dirmi della fine di P'tra?"

"No, non sono qui per questo. Porto un messaggio di Kehper, schiavo di Sol'Ra. Se desideri salvare la tua gente, ascolta ed ubbidisci."

"Sono al vostro servizio."

"Dovrai trovare Kephsoun, il luogo di Kehper ed ottenere il canopo della sua incarnazione."

Soraya ascoltò più volte la frase per comprendere tutte le implicazioni di ciò che le era stato chiesto. Khepsoun era un tempio dedicato alla divinità, al primo coleottero. Il canopo sarebbe stato nascosto all'interno del tempio, come recitavano gli antichi testi sacri di P'tra. Ci fu un momento in cui ebbe luogo una guerra tra gli dei e in cui vennero fatti grandi sacrifici alle divinità: esistevano due sole possibilità, sottomettersi o morire.Kehper voleva ristabilire l'ordine tra le divinità ma molte dei e dee non lo capirono, e così scoppiò la guerra contro i seguaci di Sol'Ra. Gli dei decisero di assumere forma umana. Ci furono molte sanguinose battaglie e molti "avatar" vennero uccisi. L'Avatar di Kehper morì dopo aver affrontato Ayepht, simbolo del male e marito di Ptol'a. Il suo corpo venne riportato a Kephsoun; fu allora che Sol'ra intervenne e lo curò. Il suo corpo venne imbalsamato e chiuso in una tomba, un vaso canopo contenente parte del suo potere divino venne rinchiuso nel tempio. Si narra che Ayepht imprigionò i sacerdoti che vivevano a Kehpsoun coprendo il luogo con enormi quantità di sabbia.

"Nessuno ha mai trovato Kehpsoun e ...."

"Tu esiti troppo, hai tutto a portata di mano, apri gli occhi e sopratutto, abbi fede."

La ragazza si guardò attorno, pensando che sarebbe bastato così poco per trovare un indizio ma nulla accadde. Sarebbe stata ben lieta di trovare il canopo dell'essere da lei adorata ma la missione era insormontabile.

"Ricordati chi sei Soraya, ricorda."

Tsheptes lasciò la ragazza alla sua missione divina, un destino diverso attendeva il solarian, oh sì, un destino incredibile...

Soraya turbata dalla visita, iniziò la ricerca del tempio vero e proprio. Tutto era vecchio ed fu difficile per lei trovare delle persone che potessero occuparsi della manutenzione del tempio. C'erano meno fedeli, meno soldi e certamente la gente meno qualificata. C'era più attività quando era più piccolo e specialmente più sacerdoti. Il suo fondatore era morto cinque anni fa, lasciandola sola e diventare l'ultima serva di Kehper. Il tempio era un insieme di gallerie che si affacciano su piccole sale di preghiera o in luoghi di vita per la maggior parte abbandonati. Si fece un giro, lamentandosi dello stato fatiscente del lavoro architettonico. Si fermò al vecchio luogo di preghiera, ormai abbandonato a favore della grande sala di preghiera, ma molto utilizzato quando il tempio fu fondato parecchio tempo fa.

Stranamente tutto era perfetto così come era, le decorazioni e le pareti erano di una tinta ricordante quella dei coleotteri. Soraya notò la presenza di un gran numero di questi insetti. C'erano scarabei di tutti i colori e dimensioni, essi sciamavano su un altare illuminato dalla luce. Quando la ragazza si avvicinò, gli insetti smisero di muoversi, come se fossero ben attenti a cosa stesse per fare a sacerdotessa.

Scrutò l'altare al centro e trovò un idolo di scarabeo al centro. Era già stata qui ma non aveva mai notato una scultura come quella. I piccoli animali si allontanarono quando lei tese la mano per afferrare l'idolo parzialmente coperto di sabbia. La sabbia cadde a terra dolcemente e notò nuovamente che i coleotteri sembravano in attesa di qualcosa. L'idolo era rotto, la sua superficie era stata strappata come un guscio d'uovo. Alcuni sacri scarabei addormentati ormai da tempo immemore, si svegliarono e cominciarono ad uscire dalle pareti. Uno di essi, molto più grande dei suoi fratelli si arrampicò sulla mano di Soraya, aveva tinte verdi e colori che ricordavano l'arcobaleno.

"Bene, tu saresti Kehperis?"

Il coleottero si librò in volo, danzò brevemente nell'aria e poi guardò negli occhi Soraya.

"Kehperis Ak-ik toun."

Soraya sapeva che le parole del coleottero erano nell'idioma di Kehper. Nessuno parlava quella lingua a parte alcuni ex iniziati e gli abitanti di P'tra. Queste parole confermarono alla giovane lo status della creatura. I kehperis avevano accompagnato il dio fin dal tempo dell'esistenza del deserto di smeraldo. Soraya non credeva alla coincidenze, comprese che tutto stava accadendo per un motivo preciso. Prima la comparsa di Tsheptes, poi la venuta del Kehperis e poi chissà cosa sarebbe successo. Sapeva bene l'importanza dell'aver trovato un kehperis, tra loro e Kehper c'era un fortissimo legame, l'avrebbe aiutata a trovare Kehpsoun.

"Kehperis, è di vitale importanza trovare il canopo di Kehper, percepisci anocra la sua energia?"

Lo scarabeo si poggiò a terra brevemente, poi riprese a volare in una direzione.

"Khek", rispose. Nel suo idioma significava "Sì."

La sacerdotessa ebbe appena il tempo di recuperare alcuni effetti personali che si era già usciti dal tempio. Il kehperis era seguito da diversi altri scarabei. La sabbia era incandescente ma nonostante ciò e i due faticosi giorni di marcia, Soraya non si arrese. La sua forza d'animo e la sua fede furono la sua vera forza durante questo viaggio verso ovest. Passò attraverso rose di sabbia in cui si formavano gli smeraldi, si ferì i piedi su di esse ma non si prese ulteriori momenti di riposo, per non abusare della generosità del suo dio. Il terzo giorno l'aria si fece più fresca, il mare non doveva distare molto. Quella sera il kehperis fermò il suo volo, atterrò su una collina e incominciò a scavare aiutato dai suoi compagni insetti. In poco tempo riportarono alla luce un'antica porta di roccia, adornata di antichi simboli.

"L'ingresso di Kehpsoun, Kehperis ti ringrazio."

Soraya aprì la porta, che si aprì senza problemi per lo stupore della ragazza. Immediatamente fece un passo indietro, percepiva una presenza mortale all'interno. Non si scoraggiò e dopo aver acceso una torcia, vi entrò. Ad ogni passo si vedevano centinaia di scarabei oramai morti, con il solo esoscheletro come prova della loro esistenza. Stava camminando lungo un corridoio quando si accorse dei primi sacerdoti di Kehper morti. Tutto ciò la rattristo enormemente, ecco spiegata la presenza mortale percepita prima, questi sacerdoti avevano seguito il loro padrone nella morte, una morte che non si dovrebbe augurare neppure al peggior nemico.

Avanzò lentamente per guardare meglio le incredibili meraviglie architettoniche che aveva innanzi. Secoli di storia del suo culto era incisi su pietra bianca e levigata. Man mano che avanzava, la sensazione di pericolo aumentava; percepì che era presente una forza oscura. I suoi piccoli compagni, gli scarabei, non si allontanarono mai da lei.

Improvvisamente gli scarabei si raggrupparono, facendo un muro davanti a lei. Una lancia di luce comparve dal nulla, schiantandosi contro il muro di coleotteri e uccidendone molti. Grazie al baluginare della torcia si accorse della presenza di una creatura che avanzava verso di lei. Era un sacerdote di Kehper, i suoi vestiti erano lacerati, l'aspetto mostruoso, pelle essiccata e aveva la testa di un serpente.

"La maledizione di Ayepht, è disgustoso tutto ciò."

I coleotteri giravano attorno a Soraya per darle maggior protezione. La reazione della creatura fu veloce e rapida, infuriato per la sorte che lo attendeva scagliò theurgie contro Soraya. La battaglia fu furiosa, da una parte theurgie, dall'altra l'intervento degli scarabei. La creatura fu costretta a retrocedere ma era lenta ed impacciata; menava la sua spada arrugginita con forza e dalla testa serpentina ululava promesse di morte e sofferenza. Contro la furia della creatura però Soraya aveva la sua forza di volontà e il supporto del dio che la rendeva forte.

La creatura invece, che non era più viva, non sentiva dolore e rabbia, sentiva solo il compito affidatogli, uccidere l'intruso. La fatica dei giorni di marcia incominciò a farsi sentire e Soraya fu costretta ad indietreggiare facendo guadagnar terreno alla creatura. Innanzi al pericolo, il kehperis abbandonò la lotta e si diresse alla ricerca del canopo, non passò molto che riuscì a trovarlo. Scavò sotto la sabbia, scivolò tra pietre ed infine si lanciò contro di esso per rovesciarlo. Il vigore con cui il kepheris si era lanciato fece cadere il canopo a terra. Il coperchio d'argilla di infranse in mille pezzi. Dal canopo fuoriuscirono una moltitudine di scarabei che si diresse con vigore contro la creatura, la avvolsero e la divorarono lasciando dietro il loro passaggio solamente lo scheletro. Soraya si genuflesse non appena si accorse della presenza dei coleotteri, riconobbe la presenza di Kehper.

"La mia vita è tua, mio Signore."

Il kehperis atterrò vicino a lei e attraverso di lui, il dio parlò.

"La tua vita è preziosa sacerdotessa. Ti sono grato dell'aiuto che mi hai fornito. Grazie a te, tutto non sarà più lo stesso, questo tempio ora è tuo e P'tra tornerà ad essere quella che era. Prima però dovremo condurre una nuova battaglia."

"Farò come desideri."

"Devo ripristinare le mie forze, nel frattempo farai un lungo viaggio fino alle terre prive di sabbia. Questo kepheris ti accompagnerà e quando sarai giunta a destinazione io ti raggiungerò. Hai capito, Soraya?"

"Sì, mio Signore."

"Dunque incamminati. Non conoscerai ne fame ne stanchezza, cammina per una giornata e niente ti intralcerà, questa è la mia volontà."

Soraya senza alcuna esitazione si alzò e se ne andò, seguita dai suoi fidi scarabei. Passarono alcuni giorni. Soraya sentì il canto della pietra, la sua voce le chiese di affrettarsi, di aiutarla contro gli infedeli. Superò il confine della Tomba degli Antenati, la pietra era a portata di mano. Percepiva l'energia divina della pietra, la quale si estendeva purificando vaste porzioni di territorio. Camminò intorno alla pietra e vide i Nomadi in difficoltà, rinchiusi in una gigantesca bolla magica; il kehperis le disse di non entrarci. Era giunto il momento di invocare Kehper. La sacerdotessa afferrò il sacro scarabeo e parlando nella lingua dei suoi antenati implorò la venuta di Kehper, in modo che giungesse per ristabilire giustizia e per combattere i loro nemici. Poggiò lo scarabeo a terra e continuò il rito. Alcuni Nomadi raggiunsero la sacerdotessa, erano inseguiti dai loro avversari. La giovane donna comprese che i suoi connazionali stavano proteggendola. Lodir parò con la sua scimitarra a due mani un colpo proveniente da una lancia d'ambra, La Sfinge, desideroso di fare la sua parte, non indietreggiava di un centimetro e i Guardiani del Tempio pur subendo molte ferite, difesero con le unghie e con i denti la pietra che era loro, loro e di nessun altro. Accerchiato, La Sfinge cadde a terra ricoperto del suo sangue. L'invocazione era terminata, comparve Kehper.

Un coleottero più grande di un abitazione apparve in una tempesta di sabbia. Soraya era in uno stato di trance. L'incarnazione della divinità spazzò via due Hom'chai come se nulla fosse. Il rituale di pietra si fermò. La guerra è come il gioco degli scacchi e Sol'ra era una mossa avanti, concesse alla sacerdotessa il permesso di attingere alla sua potenza divina in modo da poter curare tutti i Nomadi. Soraya si concentrò, focalizzò ogni membro dei Nomadi e fece scaturire luce dal suo corpo che venne indirizzata verso ogni singolo Nomade del Deserto. Tutte le ferite vennero curate.

Anryena e gli altri membri del Compendium erano esausti, il rituale aveva consumato quasi interamente le loro energie. Fino a quel momento tutto stava andando come previsto, i Nomadi erano stati sconfitti. L'evento appena avvenuto era stato però imprevisto, non avevano abbastanza energie per riprendere il rituale. I Nomadi serrarono nuovamente le fila e senza perdere tempo attaccarono con furia i loro nemici. I Cuore di Linfa interpretarono l'arrivo dello Scarabeo come un presagio di morte e si ritirarono. Gakyusha non riusciva a tenere le truppe, fece serrare i ranghi ai Kotoba e ai Noz. La loro strategia era difensiva e finalizzata alla ritirata. Dopo l'infuriare della battaglia, la coalizione tra gilde era stata allontanata dalla Pietra, avevano perso la battaglia della Pietra.

Cronache dei Kotoba: Jian Qiao e Sen'Ryaku


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L'esito della battaglia della Pietra non sorrideva alla coalizione tra le Gilde. I Nomadi grazie all'arrivo momentaneo dell'incarnazione divina sembravano inarrestabili. Ognuna delle gilde si ritirò entro i propri confini per analizzare la sconfitta e pensare alle prossime mosse da fare. Per qualche motivo sconosciuto, i Nomadi non inseguirono le truppe in fuga ma rimasero a guardia della Pietra caduta dal cielo. I Kotoba si rifugiarono ad Okia, una piccola città sul confine tra la Tomba degli Antenati e l'Impero di Xzia. Gakuysha, ferito in battaglia, stava recuperando le forze nella dimora del Signor Ayao; gli altri membri dei Kotoba erano stati gentilmente accolti alla locanda del Kirin.

C'era un sacco di movimento in città. I residenti, spinti dalla curiosità erano ammassati sull'uscio della locanda per cercare di carpire informazioni su quanto stesse accadendo. Xin si era allontanato dagli altri e si era rifugiato in fondo alla sala. Amaya, Tsuro, Masamune e Sen'Ryaku stavano discutendo della battaglia. Amaya voleva tornare ardentemente a prendere "a calci in culo" i Nomadi, Tsuro e Masamune analizzavano invece il come le sorti della battaglia fossero cambiate repentinamente, Sen'Ryaku dal canto suo ascoltava le argomentazioni dell'uno e dell'altro. Lei aveva dubbi riguardo all'esito di questa guerra; i Nomadi erano stati in grado di invocare degli esseri superiori, l'equivalente dei Kami. E cosa si poteva fare, combattere contro delle divinità? Condivise le sue preoccupazioni con gli altri, aggiungendo tensione ad un clima già esasperato.

"Non è da te avere tanti dubbi, cara cugina!"

La voce era abbastanza forte perché fosse udita da tutti. Passando attraverso i curiosi, una giovane donna, vestita con un abito largo bianco e rosso, entrò nella locanda. Il legame che aveva con Sen'Ryaku era lampante.

"Bene! Allora non mi saluti?"

Sen'Ryaku corse ad abbracciare la cugina. Era sorpresa di vederla.

"Jian! Che ci fai qui? Sei molto distante dallo zio."

Jian Qiao si rattristò improvvisamente.

"Ti dirò tutto più tardi ma per ora sappi," disse guardando Tsuro e Masamune, "che devo andare a presentarmi al Signore Imperiale perché sono appena diventata un nuovo membro dei Kotoba."

Sen'Ryaku esplose di gioia e le due giovani donne erano entrambe radiose.

"Il Signore Imperiale non è disponibile al momento ma essendo io il suo secondo, puoi parlare con me", tagliò corto Tsuro.

Un "Hum hum" eseguito con voce roca interruppe lo scambio di cortesie.

Alle spalle di Jian Qiao, sulle soglia, c'era un uomo vestito da magistrato con il vessillo dell'Imperatore, il Magatama. Jian Qiao si era completamente dimenticata dell'importante personaggio con cui era arrivata.

"Oh sì, egli è il cronista imperiale Sima Quian."

Udito il nome, Tsuro, Masamune e Xin si alzarono in piedi per poi inchinarsi in segno di rispetto.

"Vedo che esistono ancora persone che mostrano il rispetto dovuto ad un cronista imperiale", disse acido fissando Jian Quao e sua cugina. "Aspetta che il Signore Imperiale senta di questa spaventosa mancanza di disciplina tra le fila dei Kotoba."

"Onorevole Sima Quian, a cosa dobbiamo la sua visita?", intervenne Tsuro.

"Il Reggente Imperiale vuole che le storie dei membri della Kotoba siano raccontate alla gente, così che si ridia speranza. Quindi sono qui per parlare con alcuni di voi e trascrivere le vostre storie."

I Kotoba rimasero confusi da questa notizia. Le due cugine si fecero avanti assieme, come volontarie. Sima Quan non dissimulò la delusione ma accettò.

"Bene... vi intervisterò assieme così finirò entrambe in un colpo solo."

Il proprietario della locanda riservò una parte del suo locale al cronista imperiale, in modo che quest'ultimo potesse stare comodo in attesa di Sen'Ryaku e Jian Quao. Le due donne si inginocchiarono davanti al vecchio e attesero pazientemente come voleva la tradizione.

"Improvvisamente vi trovo molto più tranquille e rispettose delle regole di buona educazione. Credo che il vostro superiore ve le abbia ricordate. Da quello che ho capito dal lungo chiacchierare di Jian Qiao, voi fate parte della stessa famiglia."

L'uomo sembrava abbastanza infastidito e continuò dicendo.

"Sto ascoltando."

Jian Qiao si schiarì la gola.

"Siamo nate nel villaggio di Ciam-oi dove le nostre rispettive famiglie hanno sempre vissuto. Entrambe nate lo stesso giorno. I nostri padri sono fratelli e anche loro sono nati lo stesso giorno, anche i padri dei nostri padri sono fratelli. Con questo straordinario destino siamo cresciute assieme, e presto abbiamo mostrato affinità con le arti marziali."

Accanto a lei Sen'Ryaku commentava le frasi della cugina con espressioni facciali che andavano dal riso al sorriso fino ad espressione interrogative. Sima Quian trascrisse il tutto come fosse un romanzo.

"Avanti, parlatemi delle vostre gesta eroiche."

Le due cugine pensarono a cosa raccontare e a Jian Qiao venne in mente la storia giusta.

"Che ne dici dell'attacco dei banditi della montagna del Cane Morto?" Chiese alla cugina.

"Sì, sì, la racconti così bene quella storia."

La ragazza saltò in piedi in modo da raffigurare la storia visivamente.

"Era una giornata d'estate, quella famosa estate in cui il fiume che scorre vicino al villaggio si era asciugato a causa della siccità. I nostri anziani non avevano mai avuto a che fare con una siccità di tale portata. I più deboli di noi facevano la fame per la povertà del raccolto e del bestiame. Molti uomini avevano lasciato il villaggio in cerca di cibo ed acqua, lasciando vecchi, donne e bambini soli al villaggio. Quel giorno i banditi della montagna del Cane Morto decisero di attaccare il nostro villaggio...fu un grande errore da parte loro."

Erano una trentina, quei dannati rifiuti umani e armati fino ai denti. Non sapevano che io e mia cugina fossimo presenti. Li avvertimmo di andarsene o sarebbero morti tutti.Quando sentirono il nostro avvertimento scoppiarono a ridere. Morirono poco dopo..."

Jian Qiao imitava una scena di lotta, facendo pose di arti marziali e affrontando briganti immaginari. Imitava pure il rumore di ossa rotte e schivava colpi. Sen'Ryaku si alzò in piedi e fece le medesime cose.

"Abbattemmo i briganti quando apparse Thang-ye, un personaggio ignobile la cui orribile fama era arcinota nella regione. Si diceva che potesse far stramazzare un uomo con un solo pugno e che avesse il respiro di un drago."

Sen'Ryaku mimò un uomo orribile e saltò su Jian Qiao. Si svolse una breve lotta tra le due giovani donne ed infine Sen'Ryaku si finse sconfitta stramazzando al suolo.

"Loro non potevano competere con noi e così i terribili briganti di montagna del Cane Morto vennero arrestati."

Le due ragazze sorrisero e si applaudirono a vicenda.

"Bene, bene, questo era eccitante. C'è altro?", chiese il cronista.

Questa volta fu Sen'Ryaku a parlare.

"C'è l'incendio della foresta di bonsai. Ne ha mai sentito parlare?"

Sima Quian scosse la testa mentre a Jian Qiao brillavano gli occhi per l'eccitazione.

"Fu incredibile. Io e mia cugina decidemmo che fosse arrivato il momento di vivere la nostra vita, così ci dirigemmo a Meragi per trovare gloria e fortuna. Camminammo diversi giorni e il cielo era velato da una nube nera. Incuriosite andammo ad investigare. Mishima, la millenaria foresta di bonsai stava andando a fuoco. Potete immaginare che disastro? Quel luogo mistico era la casa di alberi ed animali rari, anzi unici. Nelle vicinanze di un fiume, poco distante, c'era un villaggio. La gente era rimasta terrorizzata nel vedere il disastro ma noi prendemmo immediatamente le redini della situazione. Jian Qiao assunse il comando delle operazioni ed organizzammo una grande staffetta per spegnere l'incendio. Ed alla fine ce la facemmo."

Sen'Ryaku e Jian Qiao si avvicinarono a Sima Qian e gli sussurrarono all'orecchio.

"Solo che ci eravamo sbagliate...l'incendio non era apparso dal nulla, era stato causato da mano umana. Huo, un criminale scappato di prigione, aveva appiccato il fuoco."

Jian Qiao sovrastò la cugina.

"Era alla ricerca di nemici e li trovò. Lo attirammo al fiume e dopo una lotta intensa lo facemmo finire al suo interno, sconfiggendolo. Alla fine rimanemmo ustionate", disse mostrando le cicatrici sulle braccia.

Anche Sen'Ryaku mostrò le cicatrici così da dimostrare la veridicità di quanto appena raccontato. Il cronista imperiale non fiatò, si limitò a vergare la storia raccontatagli. Non alzò lo sguardo dal foglio su cui stava scrivendo. Egli non dubitò nemmeno per un secondo che la storia raccontatagli non corrispondesse al vero. Le due ragazze si sedettero in attesa. Sima Qian poggiò gli occhiali su un piccolo vassoio di legno ed assunse un espressione divertita.

"Le vostre storie sono affascinanti, piene di vitalità e incredibili. Ma per quanto riguarda al caso Azawi?"

Quel nome fece spalancare gli occhi alle due cugine, Azawi era senza dubbio la loro più grande umiliazione.

"Non dovremmo parlarne se possibile", si affrettò a dire un'imbarazzata e timida Jian Qiao.

"Perché non vuoi parlarne? Quella missione fu un completo successo."

"Ma la situazione era svantaggiosa, non dovremmo fare in modo che la gente abbia una buona impressione dei Kotoba?"

Sen'Ryaku non disse altro, ricordava bene quella missione in cui lei e sua cugina furono inviate per rubare informazioni ad un uomo importante. In quell'occasione furono costrette a vestirsi come ragazze, truccate, con i capelli in ordine e vestite in kimono. Il loro travestimento venne compromesso una volta ottenute le informazioni richieste e dovettero affrontare uno scontro nel giardino della dimora di Azawi. C'erano tantissimi ospiti tra cui il Signore Imperiale Gakyusha, che era lì per accertarsi che la missione andasse a buon fine. Jian Quao e Sen'Ryaku furono impacciate per colpa dei loro abiti e finirono con l'essere poco vestite...davanti a tutti...

"Avete ragione a voler saltare quella storia, ho già abbastanza materiale su cui lavorare. Potete lasciarmi solo ora, a finire la vostra storia."

Le cugine non si fecero pregare, felici di non dover raccontare quella storia.

"Pensi che abbia capito quello che gli abbiamo raccontato?", chiese Jian Quao preoccupata.

"Secondo me ha già sentito tante altre storie ingigantite."

"Sì, in ogni caso è stato divertente."

Sulle tracce del Mangiapietra


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Anryéna, Sevylath e il Re Tuonante erano improvvisamente spariti davanti agli occhi sbalorditi dell'Intrappolato e dei suoi compagni. Fu un'azione così fulminea che rimasero impietriti per qualche secondo, prima di riprendersi. Ergue esaminò il suolo e la sua struttura per verificare se ci fosse qualcosa di “anormale”.

“Ecco, ecco perché non mi piace la magia! È troppo imprevedibile! E adesso, sì che va tutto bene!” Ergue si era abbastanza innervosito per la situazione. Gli sarebbe piaciuto sapere esattamente chi era quel personaggio e in più avere una ricompensa dopo che la battaglia si era conclusa.

“Ergue, se è successo ci sarà una ragione. Ora faremmo meglio ad andare, perciò mettiamoci in cammino”, ordinò l'Intrappolato dopo un breve giro del tempio.

Occhio di gemma non se lo fece ripetere due volte e fu la prima ad uscire dal tempio, che salutò inserendolo nella categoria “luogo nel quale non rimettere più piede”. Ma fu proprio quello il principio di un crollo morale del gruppo: fino a quel momento erano stati animati dallo spirito della loro missione, ma alcuni giorni dopo la sparizione di Anryéna i primi dubbi iniziarono a prendere forma. Percorsero i Confini senza una giusta direzione da seguire e senza avere la benché minima idea di che faccia avesse questo famigerato Mangiapietra che stavano cercando in vano. Un giorno Malyss non resistette più e sbottò:

“Di fatto, Intrappolato, non sai un bel niente e ci stai facendo girare a vuoto per evitare che ritorni nella tua prigione! Ci hai solamente usati!”

Il Daïs inclinò la testa, seccato dalla sfiducia dimostrata verso di lui e verso la validità della loro missione.

“Corvo, ti sei forse dimenticato che le terre di Guem sono in pericolo? Le foreste ancestrali degli Eltarite sono minacciate e la nostra unica speranza è quella di incontrare il Mangiapietra”, rispose l'Intrappolato.

Il livello di tensione aumentò rapidamente. Ergue e Occhio di gemma non erano affatto abili in campo diplomatico e la situazione precipitò. Fu un viaggiatore come loro che interruppe le ostilità: un giovane che aveva seguito le tracce del gruppo, si avvicinò. Era vestito in modo strano. Appena vide il piccolo gruppo, si fermò sul ciglio della strada, a pochi passi da loro, e si sedette per riprendersi e mangiare qualcosa, senza curarsi più di tanto dei viaggiatori. L'Intrappolato si avvicinò al giovane, che lo salutò con un sorriso amichevole.

“Mi dispiace disturbarla, ma devo ammettere che ci siamo persi.”

“Salve Daïs. Ho ascoltato la vostra discussione.”

“Sa cosa sono?”

“Ci sono molti della sua razza all'interno dei Confini. Si vede che non conosce molto bene questa parte del mondo. Ed è evidente, dato il fatto che vi siete persi.”

Il giovane rovistò nella sua borsa e tirò fuori una pergamena abbastanza spessa. Dispiegò la tela con attenzione e su di essa apparve una mappa, disegnata in modo grossolano.

“Noi siamo qui”, puntualizzò, appoggiando l'indice sulla mappa.

“Ci sono più tragitti che portano a diversi piccoli villaggi. Il più vicino è a qualche giorno di marcia da qui. Potreste iniziare la vostra ricerca da lì. Tenetela,” disse il giovane, porgendo la pergamena verso il suo interlocutore, “ve la lascio in dono.”

L'Intrappolato tornò dai suoi compagni e li mise al corrente della scoperta di quella mappa.

“Andiamo!”, suggerì Occhio di gemma, rincuorata dal fatto che ci fosse un villaggio nelle vicinanze.

“No!”, ribatté innervosito Malyss. “Andiamo verso un'altra direzione. Più individui sanno della nostra presenza e più rischiamo di incappare in qualche guaio.”

“Da dovunque venga, non sappiamo niente su di lui”, aggiunse sospettoso Ergue, riferendosi al giovane viaggiatore.

Lo Zil afferrò la mappa e cercò di decifrarne i simboli inscritti, senza successo. A quel puntò la discussione si riaccese, davanti allo sguardo incredulo del giovane. Arrivati al calar della sera, i viaggiatori non erano ancora riusciti a prendere nessuna decisione e così si sistemarono per passare lì la notte, con un'atmosfera del tutto cupa. L'Intrappolato invitò il giovane straniero ad unirsi a loro; dopo tutto era solo e faceva meglio ad approfittare della loro compagnia, sebbene non fosse delle più gradevoli in quel momento. Per il gruppo poteva anche essere un'occasione per scoprire qualcosa in più sui Confini.

“Grazie per avermi accolto tra di voi”, disse il giovane. “È certamente più bello condividere con qualcuno le proprie serate, ed è molto difficile incrociare qualcuno su queste strade.”

Il peregrino gettò delle strane noci nel fuoco prima di riprendere.

“Gli abitanti delle terre di Guem non hanno la minima idea di cosa sono i Confini, né sanno dove si trovano. Questo però forse non vi interessa; non voglio annoiarvi con i miei racconti.”

Il giovane fece un piccolo segno con la mano e le noci che si stavano scaldando nel fuoco iniziarono a fluttuare nell'aria, per poi finire davanti a lui. Le sgusciò con difficoltà perché erano bollenti e poi ne mangiò il contenuto. Curiosi come bambini, Ergue e Occhio di gemma chiesero al giovane se ne avesse delle altre; lui gliene diede alcune, poi si arrotolò in un mantello.

“Qual è il suo nome?”, chiese l'Intrappolato.

“Ciramor”, rispose lui, sbadigliando. “Buonanotte Intrappolato.”

“Aspetti!”, si affrettò Malyss. “Ci deve parlare dei Confini.”

“Un'altra volta, ora sono stanco. Porti pazienza.”

Il Corvo borbottò per qualche istante e poi andò a fare un giro; quella non fu di certo la sua giornata. Confuso e insoddisfatto, Malyss escogitò in fretta un piano - non ci dimentichiamo che era pur sempre un membro del clan del Corvo. Anche Ergue, che era abbastanza sospettoso, si unì al mago e insieme iniziarono a tramare.

“Credi che ci stia nascondendo qualcosa, Malyss?”

“Ne sono certo. Questi luoghi mi innervosiscono e credo che quel giovane non sia un semplice viaggiatore. In ogni caso, mi sembra che conosca bene il posto, ma se ci indica la strada sbagliata?”

“Non aggiungete altro!”, Occhio di gemma interruppe la conversazione.

“Non avete niente di meglio da fare che stare qui a complottare? Non è altro che un viaggiatore e domani ci dirà qualcosa in più. Ora andiamo a dormire. Siamo ben lontani dalla meta di questa missione.”

Malyss ed Ergue non aprirono più bocca, ma il dissenso all'interno del gruppo aumentava celatamente ad ogni istante. All'alba del giorno seguente il sole penetrava attraverso le nuvole e i suoi raggi colpivano i cristalli disseminati sulla moltitudine delle isole dei Confini. Intanto che Malyss, Ergue e Occhio di gemma stavano ancora dormendo, l'Intrappolato approfittò di quel momento di pace per parlare con il nuovo compagno. Essendosi svegliato molto presto, il Daïs fece uso dei suoi poteri magici per divinare sulla natura di Ciramor. E il risultato fu sorprendente: ne rilevò una magia molto potente.

“Già sapeva dove eravamo, vero?”, chiese l'Intrappolato.

“A dire il vero sì”, rispose il giovane al risveglio. “Ho avvertito la vostra presenza nei Confini dal momento in cui siete arrivati.”

“E allora chi è lei? Dobbiamo avere paura di qualcosa?”

Ciramor rise.

“No, no! Io sono realmente un viaggiatore e speravo di trovare altre persone, così da non dover vagare da solo per queste terre.”

‘Non mi sta dicendo tutto,' pensò l'Intrappolato. ‘Se le parole non bastano per fargli aprire bocca, allora passerò ai fatti.' Con grande rapidità il Daïs sfoderò il suo pugnale e si mise in guardia. Ciramor balzò in piedi e alzò le mani in segno di pace:

“Le prometto che non vi farò del male! Se avessi voluto farvene, sareste morti durante la notte.”

“Forse non sta cercando di ucciderci, ma vuole qualcosa di più.”

Ciramor si girò in modo da avere il sole alle spalle e l'Intrappolato fu accecato, intanto che la magia del suo avversario prese vita: i suoi vestiti si trasformarono, una maschera apparve sul suo volto. Poi lanciò un sortilegio che paralizzò il Daïs, prima che riuscisse ad avere tempo per reagire.

“Ora che non può fare più del male a nessuno, deve sapere che io…”

Fu interrotto da Malyss che lo attaccò senza preavviso. Iniziò un faccia a faccia. Ciramor tentò di fare capire al Corvo che lo aveva fatto solo per proteggersi, ma non riuscì a convincerlo. Malyss fece appello a tutta la sua magia. Il duello però non durò molto: il Corvo diede sfogo a tutta la sua frustrazione a la sua rabbia, ma Ciramor si rivelò un avversario temibile, in quanto la sua magia non era la stessa utilizzata nelle terre di Guem. Tornò ad apparire come un giovane; la maschera scomparve. Piantò il suo bastone a terra, poi, con un agile gesto, aprì un librò che apparve dal nulla. Malyss ne approfittò per giocare le sue ultime carte e lanciò i sortilegi più oscuri delle arti del Corvo. Il bastone di Ciramor, però, lo protesse e nulla accadde. Infine, dopo aver letto qualche riga, il viaggiatore richiuse il libro, mettendo fine al duello, perché in quell'istante Malyss perse la voglia di scontrarsi con Ciramor: tutta la sua rabbia e la sua confusione si erano volatilizzate dal suo animo. L'Intrappolato fu di nuovo libero e anche lui non aveva più lo spirito per confrontarsi con il mago. Quest'ultimo recuperò il bastone, sospirando frustrato.

“Vi darò delle risposte”, disse Ciramor. “Ma prima dovete sapere che per trovare il Mangiapietra avrete l'obbligo di essere solidali e formare un gruppo unito; senza questo non potrete arrivarci. Sediamoci e parliamo. Ho ancora qualche noce di Zyx che mi sembrano piacervi.”

Prima di prendere posto intorno al fuoco, Ciramor vi ci gettò alcune di quelle noci; poi iniziò la sua storia.

“Tempo fa questa parte del mondo era molto simile alle terre da dove venite. Ma degli uomini venuti in nome di una divinità sconosciuta ci attaccarono e di lì a poco scoppiò una guerra. A causa delle battaglie, queste terre si sgretolarono, creando delle immense crepe, faglie e ancora crepe. I Confini devono la loro salvezza a una sola persona. Certamente anche voi la conoscete, perché ha contribuito alla salvaguardia delle terre di Guem: sto parlando di Eredan.”

I quattro viaggiatori pendevano dalle labbra di Ciramor. Non descriveva granché, ma se tutto fosse stato vero, allora Eredan non aveva ancora rivelato tutti i suoi segreti.

“Avete un'aria interrogativa. Che sapete voi di Eredan?”

“Io so solo che è grazie a lui che Nehant è stato battuto, ma che subito dopo è scomparso, senza che nessuno ora sappia dove sia andato”, spiegò Ergue, mentre sgusciava una noce.

“Con validi motivi, ne approfittò e rispose a un allarme di soccorso degli abitanti di queste terre, in quanto questi non riuscivano a respingere gli attacchi degli invasori. Anche lo stesso Eredan non era abbastanza forte da resistere alla minaccia da solo, così creò una creatura capace di comprendere e respingere la magia dei nemici: voi lo chiamate Mangiapietra, ma allora aveva un altro nome. Nel bel mezzo della battaglia finale, le terre si misero e tremare ed esplosero in migliaia di isole che iniziarono a fluttuare nell'aria. Eredan, il Mangiapietra e il popolo di ciò che ormai erano divenuti i Confini, avevano vinto. Ma a quale prezzo? Colpito da uno strano dolore, Eredan si stava spegnendo pian piano. Tentò in ogni caso di trasmettere il suo sapere e lasciare in custodia il Mangiapietra a qualcuno che lui avrebbe scelto."

“Lei è uno di quelli, vero?”, chiese l'Intrappolato.

“Il mio maestro, ormai scomparso, era uno dei discepoli di Eredan.”

“E alla fine, che ne è stato di Eredan?”, domandò Malyss.

“Noi pensiamo che sia morto, ma non ne siamo sicuri, perché sebbene fosse terribilmente sofferente, decise comunque di partire. In quanto a sapere dove fosse diretto, nessuno lo sa.”

“È una storia incredibile! Vale quanto la leggenda del Titano. Ecco una storia che posso raccontare alla ciurma!”

“Adesso che ne sapete di più”, continuò Ciramor, “sta a voi darmi le informazioni che mi sfuggono: perché cercate il Mangiapietra?”

“Nelle nostre terre il Mangiapietra è una leggenda, una creatura capace di mangiare i cristalli magici più potenti. Il fatto è che una sorta di meteorite si è abbattuto sulle terre di Guem e da allora degli individui provenienti dal deserto e con poteri sconosciuti ci attaccano e difendono quella pietra caduta dal cielo. Ascoltando il suo racconto, ho paura che la storia debba ripetersi.”

“Interessante, ma nella mia storia non c'erano meteoriti.”

Ciramor guardò verso il fuoco; gli occhi persi nel vuoto. Una moltitudini di sensazioni si stavano intrecciando in lui.

“Vi aiuterò a trovare il Mangiapietra, ma devo avvertirvi: dovrete essere molto uniti per superare le prove che vi verranno poste. Eredan ha fatto in modo che avvicinarsi al Mangiapietra non fosse permesso a chiunque. Il vostro impegno sarà messo alla prova. La domanda è dunque: pensate di essere all'altezza di questo compito?”

Rinascita

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Capitolo 1 - Dimizar

Questa storia comincia molto prima della Pietra Caduta dal Cielo all'altra estremità della terra di Guem, ai piedi della montagne nere di Tantad. Un uomo camminava con passo indeciso, le sue lacrime cadevano copiose a terra e il suo cuore era ricolmo di dolore. Non sapeva dove stesse andando e rischiò di cadere a terra più e più volte. Il dolore aveva preso il sopravvento sulle altre emozioni e sulla ragione.

Camminò per ore, perso in luoghi in cui nessuno osava entrare. Nel momento più cupo della notte si ritrovò esausto, era in una baia, circondato da lucciole svolazzanti. Depose a terra la donna che teneva in braccio. Ora le lacrime si erano fermate, ma il suo viso era sconvolto da terribili singhiozzi. Con la sua mano coperta di tagli accarezzò il viso della donna e poi le baciò le palpebre, come per dirle addio.

"Potrai mai perdonare la mia debolezza ed incapacità di trovare qualcosa che fermasse la tua sofferenza? Sarai sempre nel mio cuore."

Afferrò poi una pietra e la depose accanto alla moglie, poi ne afferrò un seconda ed un terza e via via costruì una tomba. Era tardi e la stanchezza ebbe il sopravvento sull'uomo. Si addormentò, distrutto per l'eternità.

"Dimizaaaaar.....Dimizaaaaaar.....Non è colpa tua! La colpa è del guaritore che non ha fatto nulla."

Nel sogno l'uomo stava rivivendo i momenti peggiori della sua vita. La mancanza di soldi con cui non poteva sfamare la famiglia, il trovarsi bandito dalla comunità. Il volto di sua moglie che era stato gioioso e pieno di vita, che mano mano svaniva per colpa della malattia che la affliggeva. Si svegliò in un bagno di sudore. Si rese conto che era tutto reale, pianse.

"Sii forte Dimizar, è il momento che tu guardi al futuro."

Da dove proveniva quella voce? Non c'era nessuno a parte lui stesso e la tomba della moglie. Si irrigidì e si guardò attorno sospettosamente. Cadde in buco nascosto da un cespuglio, c'era un passaggio tra la roccia. Normalmente non si sarebbe avventurato nel bel mezzo del nulla e di notte per giunta ma cosa aveva da perdere? La grotta in cui era entrato, probabilmente era opera dell'uomo perché vi erano fitte rampe di scale che solcavano la montagna. L'uomo non riusciva a vedere nulla, il buio era pesto, ma non gli importava, in uno stato di trance trovò la via tra bui corridoi e zone umide. Quanto tempo era passato?

Non lo sapeva ma nemmeno gli importava perché non sarebbe mai tornato a quella città che lo aveva respinto. Una fioca luce gli suggerì di essere vicino all'uscita e lo portò in un luogo incredibile. Davanti a lui, nell'oscurità, c'era un enorme palazzo in pietra grigia. L'edificio dominava quella che avrebbe dovuto essere un gran giardino, anche se adesso era ricolmo di erbacce. C'era un cristallo oscuro che "brillava". La cosa più sorprendente era il paesaggio che attorniava il palazzo. Stranamente si sentiva a suo agio, come se questo maniero stesse aspettando proprio lui.

"Dai, sei a casa", sussurrò nuovamente la voce dentro la testa dell'uomo.

L'interno era deprimente. L'arredamento era ricoperto da polvere nera e generazioni di ragni avevano contribuito nella creazione di enormi ragnatele. Le creaturine si diedero alla fuga, non appena si accorsero della comparsa dell'uomo. La scale scricchiolavano ad ogni passo, minacciando di collassare ogni volta. Lo stile era strano, non aveva mai visto qualcosa del genere, tutto era nero, sproporzionato e crudele. L'uomo arrivò in un ufficio che era stato devastato. Fogli di pergamena si mischiavano alla polvere. La persona che aveva vissuto in quel posto doveva essere ricca, a giudicare dai titoli dei libri sparsi a terra: Cristallomante vecchio Pyrocrate - L'era della regina Rubino e molti altri vecchi grimori.

"L'ufficio Dimizar, vai in ufficio."

Era relativamente intatto, l'arredamento era ricoperto di tagli, come graffi. I cassetti era sparsi per la stanza. Passò le dita sui mobili fino a sentire un "clank". Si aprì un passaggio segreto, una parte delle libreria era scomparsa per fare posto ad un angusto spazio in cui vi era una scala a chiocciola. La scala, che era interminabile, conduceva ad una grande stanza scavata nella roccia ed illuminata da strani cristalli sferici.Gemme nere erano incastonate su tutto il pavimento e accanto a loro era tracciati strani simboli; in mezzo a quest'ultimi c'era una persona, o meglio il cadavere ormai scheletro di una persona. Sdraiato in posizione fetale, lo scheletro teneva stretto qualcosa tra le mani. Non fu la curiosità a spingere l'uomo ad avvicinarsi e vedere cosa tenesse in mano. L'oggetto era una pietra, nera e con inciso il medesimo simbolo che era presente in tutta la grotta e in tutto il palazzo.

"Questa pietra è tua, prendila Dimizar."

La voce sembrò provenire da molto vicino. Decise di afferrare la pietra. Immediatamente l'uomo si sentì sopraffatto da qualcosa, da una grande potenza, potente, furiosa e devastante. Amore, compassione, rimorso...tutti questi sentimenti svanirono in un istante. Dopo aver ripreso i sensi si accorse di non essere più lo stesso, la cosa non lo toccò, il ricordo della sua sventura era già lontano. I suoi occhi si passarono su un libro chiuso. Si avvicinò. La copertina era ricoperta da uno spesso strato di polvere. Una scrittura fine e gotica recitava "Diaro di Zejabel".

Capitolo 2 - Lo specchio e Zejabel

Pochi giorni più tardi, Dimizar aveva letto interamente il diario.

Il libro conteneva tutta la vita di Zejabel, come conobbe e decise di seguire Nehant, la sua ricerca sulla magia e varie informazioni sulle terra di Guem di quel periodo. Dimizar rimase affascinato dall'ultimo capitolo del diario. Il luogotenente di Nehant raccontava gli ultimi eventi che portarono alla fine della guerra nera.

“Eravamo così vicini. La vittoria era nelle nostre mani, e Nehant sarebbe diventato il padrone della terra di Guem. Com'è potuto accadere tutto ciò? Uno per uno, noi luogotenenti, siamo caduti.”

“Noi che abbiamo guidato le legioni contro le città delle più potenti civiltà. Poi è arrivato Profeta a portare la parola di Dragone e tutti, come cani che mordono il padrone, ci si sono rivoltati contro."

“Si sono organizzati, hanno trovato Eredan e grazie a lui ci hanno annientato su tutti i fronti. Amidaraxar, il più potente di noi, è stato rinchiuso e Xorzar ed il Flagello delle Anime sono stati spediti in un limbo.

Nelle pagine successive c'era scritto:

“Sento che il potere di Nehant si è affievolito, è quasi impercettibile. Sento che non ho più il potere concessomi."

“Sono costretto a ripiegare in questo maniero, uno dei pochi posti ancora sconosciuti a quel Profeta maledetto."

“So che mi sta cercando e se non riesco a scomparire non passerà molto tempo prima che ci riesca.

Infine Dimizar trovò una voluminosa lettera alla fine del libro:

“Tu sei colui che fa ricominciare il tutto."

“Se stai leggendo queste parole significa che la magia che proteggeva il mio diario non è stata distrutta e quindi hai anche la mia pietra cuore che, adesso, è anche la tua pietra cuore."

“Passai giorni e giorni a cercare il modo per farmi trovare dal Profeta e alla fine trovai la soluzione pensando a Nehant."

“A quello che è toccato a Nehant."

“Intrappolato in una pietra e sigillato al suo interno.”

“Ho seguito il medesimo procedimento e ho trovato il modo di sigillare la mia conoscenza, la mia magia e la mia anima all'interno di una pietra."

“Tu sei me ed io sono te."

Mentre leggi queste parole dovresti riuscire a percepire l'effetto di questo rituale e i cambiamenti che comporta."

Resta da vedere se hai intenzione di usare il mio potere o se ne verrai consumato.”

“Il tempo è giunto, il tempo di riformare i ranghi e di vendicarsi dei nemici di Nehant."

Per me è giunto il momento di lasciare questo corpo mortale e concedergli riposo."

Con questa lettera troverai lo specchio di Nehant, l'ho nascosto agli occhi di tutti."

C'è anche il mio testamento magico, ti permetterà di divenire il mio erede."

Zejabel”

Dimizar rimase turbato da questa lettera. Ovviamente percepiva dei cambiamenti. Scoprì potere e conoscenza. Scoprì che il suo modo di pensare non era più lo stesso di sempre. Non gli diede però fastidio, anzi, così avrebbe trovato il modo di vendicarsi di coloro che gli avevano negato aiuto, di coloro che avevano condannato a morte sua moglie.

Guardò gli altri fogli e scoprì che erano una sorta di chiave magica. Istintivamente recitò gli incantesimi che vi erano vergati e ciò facendo, risvegliò ciò che era stato imprigionato. Il palazzo si svegliò, come se avesse avuto una sua coscienza.

"Ora, vieni da me, Dimizar."

La stessa voce di prima provenne dalla stanza dello scheletro. Vi entrò di fretta e scoprì che un pezzo di muro era crollato, dietro di esso vi era un grande specchio con una cornice intagliata. Dimizar si avvicinò con un sorriso. Vide il riflesso di un uomo cambiato e influenzato dalla vita passata. Il viso delicato e con una leggera barba andava mano a mano cambiando, diventando sempre più deforme. Il volto era quello di un demone. Si passò una mano sulla guancia, come per rassicurarsi. Nulla era cambiato, l'immagine nello specchio non era la sua.

"Sei Nehant, vero?"

"Se così vuoi chiamarmi, allora sarò Nehant."

Dimizar si inchinò.

"Sono il tuo servo, tu ordina ed io eseguirò."

"Bene, bene, bene, è giunto il momento di fare di te un vero nehantista."

Capitolo 3 - Profeta

Passarono molti mesi da quando Dimizar aveva ottenuto i suoi poteri. Nel frattempo si era vendicato. Sperimentò i suoi poteri di corruttore sugli abitanti del suo vecchio villaggio e pose tutti sotto il suo controllo. Diventarono tutti schiavi di Dimizar e vennero trasferiti al Maniero, il vecchio feudo di Zejabel.Dimizar stava architettando un modo per nascondere il suo maniero agli occhi del Profeta, perché il Noz era ancora vivo e restava una grande minaccia per il nehantista e i suoi scagnozzi.

Molto lontano, Il Profeta stava esaminando un cristallo molto attentamente. Accanto al capo dei Noz, un libro galleggiava in aria come privo di peso. Il cristallo per Osmosi aveva rivelato al Profeta uno strano disturbo, una vibrazione negativa che non era più stata percepita dai tempi della Guerra di Nehant. Incuriosito, il figlio di Anryena, aveva passato il suo tempo a scoprirne le ragioni. I giorni passarono ma la vibrazione perdurava ed infine giunse alle orecchie del Profeta la storia di un villaggio, i cui abitanti erano scomparsi nel nulla.

Erano scomparsi senza lasciare alcuna traccia. A dare l'allarme fu il signore di quella terra, il quale non riusciva a capacitarsi di cosa fosse accaduto. Eppure il Profeta ricordava un caso molto simile. I suoi ricordi non erano sfuocati dal passare del tempo, visto che erano successi nell'ultima parte della sua lunga vita. La scomparsa di persone era probabilmente l'opera di un servo di Nehant, ma non era sicuro che avrebbe dovuto vederlo.

Dimizar ben sapeva che avrebbe attratto occhi indagatori, ma aveva anticipato le future investigazioni dei suoi nemici, tra cui Profeta. Grazie ad un incantesimo di occultamento nascose il Maniero a chi non fosse stato iniziato al nehantismo.

Il Profeta si diresse a cercare la fonte della vibrazione negativa, vi arrivò vicino ma non riuscì a trovar nulla. Si trattenne due giorni nella ricerca, cercò, setacciò le strade, abitazioni ed altri segni magici. Ma non c'era alcuna traccia, e la cosa lo disturbava perché avrebbe dovuto trovar qualcosa... nulla di nulla. Tornò a Noz'Dingard con unica certezza, il Nehantista esisteva ed era nascosto.

Il Profeta si era prefissato di continuare la ricerca del nemico ma purtroppo il destino aveva altri piani: sopraggiunse la Pietra Caduta dal Cielo e Dimizar completò l'occultamento del Maniero.

Capitolo 4 - Il Piano

"Dimizar...Dimizar."

La voce echeggiò nel Maniero.

"Giunta è l'ora."

Il Nehantista scese la scale con la certezza di cambiare il mondo. Raggiunta la caverna si mise di fronte alla luce del simbolo di Nehant che compariva dallo specchio.

"Le stelle hanno annunciato il cambiamento. Sta per giungere una Pietra, cadrà in luogo in cui si affronteranno tutte le forze del mondo."

Dimizar comprese quale potenzialità avesse tale evento.

"Non siamo interessati alla pietra ma è il diversivo ideale per attuare il nostro piano. La prima cosa da fare è eliminare l'unico che ci può fermare, il Profeta. Vai dagli Zil per questo compito, abbiamo gente che lavora per noi tra le loro fila."

"Mi metterò in contatto con queste persone."

Il simbolo scomparve dallo specchio, ora rifletteva solo l'immagine di Dimizar. Era nato un piano e le prospettive sembravano promettenti; il nehantista doveva lasciare la dimora di Zejabel e dirigersi tra le terre di Guem. Prima però doveva radunare le truppe. Il primo a tornare fu Mangia-Anima. Tra le varie cose lasciate a Dimizar da Zejabel vi erano diversi grimori e dalla loro lettura il nuovo nehantista aveva capito che il vecchio esercito di Nehant era stato composto da demoni. Grazie ad alcune pietre conservate in una scatola avrebbe potuto invocare il ritorno del demone e senza esitazione decise di farlo. I suoi schiavi disposero candele su tutto il pavimento della grotta. Dimizar afferrò in un libro vergato in una lingua mai vista che però inspiegabilmente conosceva e memorizzò i passaggi da effettuare. Mise la pietra in mezzo ad un grande simbolo di Nehant.

"Tu, tra le viscere della terra, nascosto agli occhi dei mortali, ascolta la supplica del servo di Nehant."

La pietra si illuminò, sviluppando magia.

"Tu sei il pugno che viene auto-inflitto, tu sei il problema."

La pietra cominciò a levitare.

"Tu che urli in prigionia. Tu divoratore di anime, io ti invoco. Spazza via la barriera che ostacola il tuo cammino."

L'energia attorno alla pietra cominciò a mutare di forma e a prendere i contorni di un umanoide.

"Mangia-Anima riprendi possesso del tuo corpo e dirigiti nei campi da battaglia."

Ora la forma era diventata stabile. Il demone aveva due grandi corna di cristallo, pelle abbrustolita e alcune parti del suo corpo sembravano essere fatte di lava.

"Sei forse tu a chiamarmi, Zejabel?"

Dimizar si avvicinò senza timore.

"Non esattamente, lui mi considera il suo erede."

"Io servo solo Zejabel."

"Ah sì? Ti dimostrerò che non sto scherzando", rispose Dimizar con una calma sorprendente per essere innanzi ad un demone.

Il nehantista sentiva che la pietra era ben presente nel ventre del demone e la connessione che la legava alla sua pietra-cuore era debole. Troppo debole perché il demone la percepisse, andava ripristinata. Il nehantista tirò fuori la pietra-cuore e si concentrò sulla connessione. Il demone urlò di dolore ma non ebbe il tempo di reagire. Ora la connessione era forte, era sotto il suo controllo.

"Bene, ora che questo piccolo equivoco è risolto, possiamo andare avanti."

Pochi giorni dopo, davanti alla prigione di Archopolis, la città più ad oriente di Tantad, Dimizar fissava una porta in legno. Dietro la porta vi era una creatura che attendeva la sua esecuzione per via degli efferati crimini commessi. Il nehantista non fece male ai deboli esseri umani che incontrò sul suo cammino, si limitò a controllarli. Il carceriere, come una marionetta, aprì la porta della cella.

"Dammi le chiavi, lascia una guardia alla porta della prigione, se qualcuno indagasse tu troverai una scusa per depistarli."

Poi si rivolse alla creatura.

"Non ti farò del male se non farai nulla di avventato."

Aprì la porta e vi intrufolò all'interno. La creatura era una donna ma era chiaro che sarebbe stata perseguitata per tutta la vita. Occhi dorati, pelle nera come il buio della notte e dita che terminavano in lunghi artigli. Guardò Dimizar con mani tremanti.

"Pietà, signore. Non farò nulla di male, te lo prometto."

Dimizar rise di gusto.

"Sei una grande attrice ma io so quello che sei. So la tua personalità, i tuoi sentimenti. Io ho bisogno di una come te, ti prometto che i tuoi talenti non andranno sprecati e che non te ne pentirai."

La donna fermò i suoi gemiti, il suo atteggiamento cambiò totalmente.

"Se mi fai uscire per uccidere e recare dolore a qualcuno, ben venga."

"Ottimo, come ti chiami?"

"Anagramma."

"Un falso nome, giusto?"

"Ovvio, quindi?"

"Perfetto, è perfetto. Andiamo, abbiamo molte cose da fare."

Il giorno seguente, in una radura non molto lontana da Archopolis, Dimizar e Anagramma fecero conoscenza con coloro che sarebbero state la rovina del Profeta. Due ragazze con abiti eccentrici e pelle nera litigavano con un uomo il cui volto era celato da una maschera di ferro. All'arrivo di Dimizar e Anagramma smisero di battibeccare.

"Spero siate stati attenti a non farvi seguire," disse Dimizar saltando i convenevoli.

Maschera di Ferro si inchinò con rispetto.

"Maestro, grazie per averci degnato di tale onore. Stiate sicuro che nessuno ci ha seguito."

"Perfetto. Ho sentito parlare delle tue doti come oratore, Maschera di Ferro, avrò bisogno di te per una missione speciale. Ne parleremo dopo."

"Mi insegnerai quello che sai?"

"Lo farò non appena mi dimostrerai di essere degno di tale onore," replicò Dimizar con un accenno di fastidio nella voce.

Anagramma fissava le due donne, la loro somiglianza era inquietante. Silene e Selene erano molto contente e allo stesso tempo gelose di vedere Anagramma.Anche se le tre erano molto simili fisicamente, le due sorelle erano Guemelite dell'Ombra mentre Anagramma era Guemelite di Nehant. Una differenza minima, ma per le due sorelle era importante.

"Per voi due signore, ho una missione importante. Mi piacerebbe avere più Zil tra di noi,e per farlo ho bisogno di discrezione. Se ci riuscirete verrete ricompensate. So cosa volete e credo proprio di potervelo far ottenere."

Le due donne divennero immediatamente estasiate.

"Spero che tutti si rendano conto della situazione. Il fallimento non è contemplabile. Il futuro ci riserva due sole strade: o la morte o la vittoria. Ora devo parlare da solo con Maschera di Ferro, lasciateci soli."

Anagramma e le due sorelle si allontanarono per parlare tra di loro. Rimasto solo con Dimizar, Maschera di Ferro rimosse la maschera che celava il suo volto.

"Capisco perché la indossi. Un giorno non dovrai nasconderti ma prima di allora abbiamo tanto da fare. I nostri nemici sono tanti, non posso prendermene cura di tutti."

"Esattamente, che vuoi che faccia?"

"Prima di tutto voglio essere a conoscenza di quello che accade politicamente. Voglio sapere cosa mangia l'Imperatore, cosa discute con i suoi consiglieri. Della Draconia invece so già tutto."

"Sarà fatto."

Maschera di Ferro esitò un istante e poi chiese.

"Stai formando un esercito per schiacciare questi scarafaggi?"

"Tutto è già ben delineato ma al momento preferisco che si mantenga un basso profilo. Sappi però che le nostre fila si ingrossano giorno dopo giorno, sopratutto tra gli insospettabili. Dammi la tua pietra-cuore."

Maschera di Ferro glielo consegnò con preoccupazione.

"Non preoccuparti, ho bisogno di avere tutta la tua volontà. Sto segnando la tua pietra in modo che possiamo rimaner in contatto. Saprò dove sei e potremo comunicare. Se mai dovesse accadere qualcosa ad uno di noi due, la connessione svanirà."

La mano di Dimizar tenendo la pietra-cuore venne illuminata e poi assunse un colore più cupo. Il Nehantista non consumò alcuna energia magica per compiere questa operazione.

"Giunto è il momento di mettere in atto il piano."

Capitolo 5 - La Morte di Ishaia

Il Consigliere Verace non ne poteva più. La sessione di quel giorno era stata intensa e complicata. Gli eventi intensi che stavano accadendo, venivano continuamente discussi nel Consiglio. Fortunatamente il Castello di Kaes era circondato da lussureggianti e rilassanti giardini. Il Consigliere inspirò una boccata di aria fresca e si incamminò tra i labirintici mucchi di siepi e fiori. Si tranquillizzò pian piano e stava ricominciando a riorganizzare le idee quando si imbatté in qualcosa, o meglio in qualcuno.

"Che cosa?"

Per terra giaceva un corpo senza vita, lo riconobbe immediatamente: la Consigliera Ishaia.

"Oh cielo."

Immediatamente si chinò per controllare il polso della donna.

"Guardie, guardie!!", urlò disperato.

Il cuore batteva tanto forte quanto il tremore delle mani, la Consigliera Ishaia era morta. Due mesi prima Maschera di Ferro si trovava all'orfanotrofio "Bambino Perso", una delle poche strutture adibite ad accogliere bambini abbandonati e orfani. Venne informato che vi erano cose terribili in atto e che la presenza del Consiglio era richiesta. Lui e Dimizar sapevano che era stata utilizzata magia nera in quel luogo, perciò fecero in modo che il caso andasse al Consiglio e che gli venisse affidato. L'orfanotrofio era una struttura banale, un edificio molto vecchio rinchiuso da decrepiti muri. Maschera di Ferro venne accolto come un salvatore e a vedere dal volto di chi lo attendeva, la faccenda era seria.

"Mio Signore, vi ringrazio per essere venuto."

La signora aveva l'aspetto di non aver dormito per giorni e giorni.

"Non mi ringrazi, il Consiglio è al vostro servizio, in parte finanziamo l'orfanotrofio e ci prendiamo da sempre cura di questa nobile attività."

"Grazie, grazie davvero."

"Bene, che succede?"

"I bambini...sono scomparsi."

Maschera di Ferro rimase allibito.

"Ma è terribile," rispose con un tono di finta preoccupazione molto credibile.

"Non è tutto, quando il nostro cuoco è andato via abbiamo trovato degli strani simboli nella sua stanza."

La discussione continuò mentre si dirigevano verso la stanza, quest'ultima era in soqquadro. Per terra era stato disegnato, con un carboncino, un simbolo a spirale

"Bene così," pensò Maschera di Ferro.

"Guardate, questo simbolo ha fatto scomparire il cuoco."

"Devo sbarazzarmene."

"La prego, io ho la responsabilità di questo posto e ho bisogno della collaborazione di tutti. Per questo ho chiesto la Sua presenza."

"Certamente, me ne occuperò io."

"Questo è tutto, bisogna sbrigarsi."

Quando Maschera di Ferro rimase solo il simbolo si rivelò, brillava ancora.

"Sta scomparendo," disse tra se e se mentre utilizzava un sortilegio rivelatore di Nehant, un sortilegio che gli avrebbe permesso di vedere la connessione tra un mago e il suo incantesimo.

Il filo era sottile ma il nehantista era specializzato in quel tipo di magia. Seguì la traccia fino alle cantine, in quel luogo dietro a delle scatole giaceva il cuoco, morto.

"Adesso capisco perché la connessione stava rapidamente svanendo."

Focalizzando l'attenzione sul corpo si accorse di un altra connessione che stava scomparendo.

"Devo fare in fretta."

Si diresse in quella direzione camminando speditamente. Attraversò i cortile ed entrò nell'ala riservata al personale istituzionale. La connessione svanì, doveva essere vicino. Entrò in una sala d'attesa ma non c'era nessuno a parte un forte odore di bruciato e la chiara traccia di magia nera. Chiuse la porta e incominciò a cercare qualche traccia: libri, vestiti e lettere. Maschera di Ferro percepì che erano le lettere ad essere degne di attenzione.

"Caro mio apprendista....blablablabla.... Firmato: Consigliera Edrianne."

Lesse la lettera e si fece un'idea della persona che avrebbe dovuto cercare. La donna era stata inviata lì per controllare le finanze dell'Orfanotrofio e aiutare la responsabile nelle sue mansioni. Il nehantista trovò in una scatola alcuni simboli di nehant, tracciati con discrezione.

"Uhm è un pesce grosso."

Nel frattempo avrebbe dovuto trovare un modo per spiegare la morte del cuoco e trovare i bambini. La notte scese rapidamente e il corpo del cuoco venne trovato, la causa della morte era stato un "tragico incidente". Durante la cena il nehantista ebbe modo di capire chi era l'apprendista della Consigliera Edrianne, una giovane donna, timida e fragile. "Gioca a nascondino." Nel frattempo contattò Dimizar e quest'ultimo gli disse di portare "la colpevole" al maniero di Zejabel.

I piccoli orfani dormivano nella convinzione di esser protetti vista la presenza di un membro ed investigatore del Consiglio, avessero saputo la verità sarebbero fuggiti a gambe levate. Maschera di Ferro si presentò alla porta della colpevole e bussò.

"Sì?", disse una timida voce.

Il Nehantista entrò senza fronzoli e una volta dentro vi fu un gioco di sguardi tra i due, entrambi incantati dalla origine magica dei loro poteri. Maschera di Ferro rimase paralizzato dall'anima nera e arsa al dolore della donna.

"Tu..tu sei un..."

"Shhh.", lo interruppe lei "Zitta."

Il suo atteggiamento non era più quello di una fragile fanciulla, anche il suo corpo era mutato in una figura più completa ed attraente.

"Un nehantista. Sei la mia fortuna, possiam parlare senza essere disturbati?"

"Dovresti ringraziarmi, se io e il mio padrone non ci fossimo accorti dell'utilizzo di magia nera, ora saresti nei guai."

"Non mi interessa il tuo maestro o cose del genere, vai via senza voltarti."

"Davvero pensi che possa lasciare tutto come è? Dove sono i bambini, non hai fatto loro del male?"

"No, sono così odiosi, sempre a pensare a se stessi. Una delizia."

"Hai detto che non ti servono, allora consegnameli, o dovrò sottometterti al mio volere", disse con asprezza Maschera di Ferro.

La giovane donna incominciò a respirare velocemente, stringendo i pugni.

"Va bene", disse con voce rotta.

Il giorno seguente i bambini vennero ritrovati e per sicurezza venne cancellata loro la memoria degli ultimi avvenimenti. La versione ufficiale fu che si erano allontanati per giocare e si erano persi. I due nehantisti dopo aver accampato una scusa si diressero da Dimizar, al maniero di Zejabel.La giovane donna chiamata Odio era stata fonte di eccitazione per i due nehantisti: il demone aveva approfittato di un contratto firmato dalla giovane donna e si era incarnato in quel corpo. Si sa, i contratti sono sempre sfavorevoli a chi li firma. Odio si era ben trovata in quel corpo e si era aggregata come apprendista di un Consigliere. Pochi giorni dopo a Dimizar venne in mente un piano che avrebbe contribuito non poco a mettere sotto controllo il Consiglio delle gilde. Il Nehantista ordinò a Maschera di Ferro e ad Odio di ritrovarsi per una piccola riunione di "lavoro". La stanza era stata trasformata da Dimizar e ora è una sorta di via di mezzo caotica tra un laboratorio ed una biblioteca. Odio e Maschera di Ferro trovarono Dimizar davanti allo specchio.

"Mio Signore, tutto verrà fatto secondo i tuoi desideri. Avete altri consigli?"

Segnò qualcosa, come se avesse sentito qualcosa oltre alle parole del suo apprendista e poi rispose.

"Direi che abbiamo una settimana. Verrà eletto un sostituto in fretta ma in quel lasso di tempo il Consiglio sarà nostro."

Dimizar si voltò verso i due con un gran sorriso che non tradiva la sua gioia.

"Stiamo andando a colpire, colpite duro. Il Consiglio governa le Gilde, gilde che hanno contribuito a rinchiudere Nehant. Dobbiamo prendere possesso del Consiglio e due saranno le persone artefici della sua rovina. Maschera, mi hai detto che al ballo di Kastel Draken c'era una persona che mostrava invidia nei confronti della Consigliera Ishaia?"

"Sì, Maestro. Una donna chiamata Angelica è innamorata di Marlok ed odia Ishaia con tutte le sue forze."

"Vorresti che l'odio risorgesse e prendesse il controllo del suo essere", disse Odio con impazienza.

"Hai capito il mio piano ma ora ti racconterò come andrà. Prima Maschera di Ferro diverrà confidente di Angelica e la porterà ad odiare ulteriormente Ishaia, ha fiducia in voi, non sarà difficile. A quel punto le presenteremo una maga che si spaccerà per una grande amica di Maschera di ferro e che la convincerà che Marlok non ama Ishaia ma è accecato da un incantesimo che può essere infranto firmando un contratto."

Odio guardò Dimizar comprendendo il piano.

"Una volta firmato il contratto, tu Odio se in grado di assumere le esatte sembianze di chi lo ha firmato. Sarà impossibile riconoscere la vera Angelica da te."

"Ma Maestro perché non far uccidere Ishaia dalla vera Angelica?"

"Giusta domanda, Ishaia è protetta da potenti incantesimo che Angelica non saprebbe affrontare ma questi incantesimi non sono a prova di demone. La Consigliera sarà indifesa come una bambola."

Dimizar si rivolse verso lo specchio.

"Una volta che Ishaia verrà a mancare, si aprirà un bando per un nuovo consigliere, e magari un apprendista che ha sempre fatto bene e ha risolto il caso dell'orfanotrofio potrebbe essere scelto. Direi che il piano funzionerà."

Il piano del nehantista stava andando come pianificato, Ishaia ed Angelica camminavano fianco a fianco nei giardini. Dopo uno scambio di reciproche cortesie stavano parlando del nulla.

"Mia piccola Angelica, qual'è il motivo di un colloquio così segreto e urgente? Spero non vogliate parlarmi del mio riavvicinamento con il vostro amico Marlok."

"No, non ti preoccupare, quello di cui ti devo parlare è molto più importante, anzi direi che è fondamentale."

"Bene, se posso dare una mano."

Ora le due donne erano nella giusta posizione, abbastanza lontane dagli occhi di tutti. Tutto accadde in un attimo, la falsa Angelica sguainò un pugnale stregato da Dimizar e lo fece passare nel cuore di Ishaia. Angelica ritirò la lama e la Consigliera cadde a terra davanti al suo assassino.

"Dimizar ti porge i suoi saluti."

Ishaia provò a proferire parola ma Odio/Angelica mise un dito sulla sua bocca.

"Adesso è tutto finito."

Il demone allora si tolse un pezzo di stoffa blu e lo avvicinò alla Consigliera. Così morì la Consigliera Ishaia.


Ultima Speranza


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Una scossa investì il villaggio. Molto lontano, un costone di ghiaccio si rovesciò improvvisamente e andò in mille pezzi, come un castello di carte. Questo non era la prima volta che succedeva, ultimamente queste scosse si stavano manifestando sempre di più, il Ghiacciaio Ametista stava morendo. Nel più grande villaggio degli Elfi del Ghiaccio, che abitavano solo in questa parte di mondo, la situazione era piuttosto grave ed era stata convocata un assemblea nella piazza centrale. Donne e uomini piangevano e allo stesso tempo interrogavano la loro profetessa Yilith.

"Che ne sarà di noi?", chiese un maschio che sembrava essere un cacciatore.

"Aveva ragione la profetessa! Il ghiaccio si sta sciogliendo e spaccando. Cosa rimarrà del nostro paese e del nostro ghiacciaio?", esclamò un elfo ben più alto degli altri-

In quel preciso istante un altra scossa venne avvertita e la sacra statua del villaggio si infranse in mille pezzi. Questa statua raffigurava una creatura torturata legata da una catena di ametista. Yilith percepiva la grande tristezza del suo popolo.

"Io...io devo vedere Nibelle."

"Sei sicura? Nibelle ci ha chiesto di non andare da lei."

"La mia percezione della verità sta cominciando ad oscurarsi. Devo tornare a vedere con limpidezza."

Gli Elfi del Ghiaccio rimasero storditi dalle parole di Yilith, questa oscurità aveva previsto la fine del Ghiacciaio di Ametista e della loro stessa esistenza. Yilith terminò di rispondere alle domande e si diresse verso la sua meta. Camminò senza sosta per due giorni, mossa dal desiderio di ottenere risposte. I ghiacciai stavano divenendo sempre più instabili e Yilith dovette sfuggire alle insidie che celavano. Improvvisamente una bufera di neve la investì, come un gatto fa con il topo, fortunatamente però gli Elfi del Ghiaccio sono impermeabili al freddo e la donna si ritrovò solo ostacolata e rallentata. Continuò senza sosta fino alla casa della vecchia Elfa Nibelle. Da lei, Yilith aveva imparato tutto quello che sapeva sulla divinazione e la comunicazione spirituale. Diversi anni fa Nibelle era scomparsa, lasciando solo una lettera per Yilith in cui c'erano poche parole: "Per me è arrivato il tempo di lasciare alla mia apprendista la mia posizione. Me ne vado ad "Anima Violata" sul ghiacciaio Ametista, vi proibisco di avvicinarvi a quel posto maledetto". Quegli avvertimenti erano stati rispettati, fino ad oggi.

Yilith raggiunse la sua destinazione ma quasi non riconobbe il luogo. "Violata" si era trasformata in un enorme buco simile ad una ferita. La profetessa attinse ai suoi poteri per scegliere il modo migliore per andare in basso. Sentiva un potere divino all'opera, un potere familiare. Nibelle era qui, da qualche parte sotto la ferita nel ghiaccio. Forse era in pericolo. Il ghiaccio era duro e inframezzato da cristalli di ametista. Yilith, mentre si calava, non poteva non ferirsi ma questo non la preoccupava visto i suoi poteri di guarigione. Quando raggiunse il fondo, vide un sentiero scavato nel ghiaccio. Non perse tempo a decidere cosa fare, visto che un altra scossa rischiò di sommergerla di ghiaccio e ametista.

Accese una lampada ad olio e procedette con cautela. Il sentiero conduceva a delle scale scavate nel ghiaccio e da esse si poteva sentire la voce di qualcuno. Senza alcuna esitazione, Yilith passò le scale e si ritrovò in un sala di forma semi-ellittica. C'era una vecchia elfa del ghiaccio inginocchiata, persa a pregare davanti ad una grande porta nera. Sei gemme di varie forme e colori era incastonate nella porta. Una di queste gemme, quella rossa, non brillava più e sembrava essersi infranta. Yilith si avvicinò pian piano all'Elfa.

"Non venire avanti, mia bambina. Siediti. Dobbiamo parlare", le labbra della vecchia Elfa del Ghiaccio non si erano mosse, stava comunicando telepaticamente.

"Che sta succedendo Nibelle? Perché il ghiaccio si sta sciogliendo?", chiese Yilith con foga.

"L'imponderabile, Yilith. L'imponderabile sta avvenendo. Non ho tutte le risposte alle tue domande ma ti parlerò di questo posto. Poco più di una vita di Elfo del Ghiaccio fa, il mondo venne avvolto in fatti sinistri: una guerra mondiale contro Nehant e i suoi discepoli. Devastarono tutto ciò in cui incorrevano prima di essere fermati da Eredan e i suoi eroi. Dietro questa porta è chiuso Amidaraxar, il più potente dei luogotenenti di Nehant. Riposa sotto alla mia sorveglianza"

"Sapevo delle storia di Nehant ma non avrei mai immaginato ciò che è celato nel ghiaccio", intervenne Yilith.

"Fino ad oggi ho contenuto la sua energia grazie al ghiaccio e all'ametista ma si sta verificando qualcosa di strano. Il ghiaccio di sta sciogliendo e sto avendo problemi nel mantenere la prigione. Amidaraxar si sta poco a poco svegliando. Ho già perso una delle pietre che chiude la porta."

"Che posso fare? Posso aiutarti a canalizzare l'energia?"

"Ci ho già messo tutta l'energia che possiedo. Dovremo trovare un aiuto esterno. Vai nelle altre nazioni a chiedere aiuto, spiega cosa sta succedendo in questo luogo. Sii veloce, non abbiamo tempo da perdere."

"Ti manderò Kyrias. Alleggerirà il tuo fardello"

Yilith fece quando le era stato chiesto. Dopo una breve sosta al suo villaggio per spiegare la situazione, raccolse le sue cose e si incamminò nuovamente. Non aveva mai attraversato il Dente di Vetro, che faceva da confine tra le lande degli Elfi del Ghiaccio e le fredde terre in cui vagavano gli uomini. Quando attraversò il confine la sua sorpresa fu grande: la neve si scioglieva e grandi iceberg galleggiavano tra il ghiacciaio e la terraferma. Il Dente di Vetro, che non era altro che un enorme cristallo di quarzo, sporgeva dall'acqua. Yilith sapeva che una tribù viveva poco distante da dove si trovava e lei si diresse in quella direzione con il cuore pieno di angoscia. Il villaggio però era semi-vuoto, il capo le spiegò che quella regione era diventata troppo pericolosa e che molti abitanti erano morti durante la caccia. Gli abitanti, le spiegò il capo, stavano per partire e andare a congiungersi in un altro villaggio poco distante. La profetessa benedì il loro cammino in modo che potessero fare un buon viaggio e venne ricambiata con un dono: una barca che la aiutasse nel suo viaggio. Grazie a questo dono, Yilith partì per il continente sperando di trovare aiuto. Sfortunatamente tutti quelli che incontrava non avevano risposte da dare alle sue domande. Attraversò l'Impero Xzia e il suo istinto la portò al tempio Yafujima. Venne accolta da un monaco chiamato Toran che le diede un importante indizio.

"Mesi fa è caduta una pietra dal cielo non molto lontano da qui. Le gilde sono in lotta per appropriarsene e vecchi dissapori sono tornati alla luce. Forse i problemi che affliggono la tua terra sono dovuti a quella pietra."

"Questa informazione è preziosa, dovrò accertarmi di questa pietra con i miei occhi."

"Buona fortuna e che il Kami possa proteggerti."

"Non conosco i Kami ma ti ringrazio", rispose Yilith prima di incamminarsi nuovamente.

Seguì le indicazioni di Toran e attraversò i pochi chilometri che la separavano prima da Okia e poi dalla Tomba degli Antenati. Mano a mano che si avvicinava percepì la presenza di qualcuno, come di una voce sussurrata, più si avvicinava e più questa voce sembrava una canzone. Vide la Pietra Caduta dal Cielo, enorme e maestosa. Molti accampamenti erano piazzati nelle vicinanze e sembrava esserci del trambusto. Continuò ad avvicinarsi alla pietra e coloro che la videro passare rimasero folgorati dalla sua strana e bella figura.

Senza rendersene conto, come una mosca con il miele, Yilith attraversò la barriera che era stata invalicabile per tutti gli altri e poggiò una mano sulla pietra. Sentì la sua anima entrare nella pietra. Galleggiava in una dimensione senza cielo o terreno, tutto era luminoso. Una figura si materializzò, simile a quella di un Elfo del Ghiaccio ma con pelle e occhi bianchi.

"Ho preso questa forma in modo che tu non abbia paura di me."

"Non ho paura. Cosa sei?"

"Sono la Piaga di Guem. Mandata per far piombare questo mondo nelle tenebre."

"Il ghiacciaio Ametista si sta sciogliendo per colpa tua?"

"Forse ma è irrilevante."

"Per me non lo è, la mia gente sta soffrendo."

"La tua sofferenza non durerà, verrà sostituita dal vostro annientamento."

"Credi veramente che ti permetteremo di farlo?"

"Credi di fermarmi? Tu sei nulla. Coloro che sto aspettando presto mi libereranno e mi permetteranno di devastare questo mondo fin quando nulla rimarrà."

"Fammi uscire da qui."

"Non posso, tu sarai la mia prima vittima."

La luce intorno a lei crebbe e Yilith percepì qualcosa di pericoloso, qualcosa di incredibilmente potente stava cercando di distruggerla. Doveva fare in fretta. Ricordò gli insegnamenti di Nibelle e si concentrò sulla fuga dal quel luogo. Improvvisamente venne espulsa dalla pietra, le ultime parole che riuscì a sentire dalla creatura furono:

"Noooo, non sfuggirai alla mia ira. Io..."

Aprì gli occhi e si trovò madida di sudore. Barcollò all'indietro e cadde sulle ginocchia. Il mondo era in grave pericolo, se nessuno fosse stato in grado di fermare la Piaga di Guem la fine sarebbe giunta.

Il Tesoro del Titano


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L'Arc-Kadia si era fermata sopra l'oceano che bagna il sud della terra di Guem. Al la Triste teneva febbrilmente tra le mani una pergamena raffigurante un polpo. Con rara delicatezza, srotolò la pergamena e rimase soddisfatta da ciò che vi era all'interno. I pirati riuniti vicino erano talmente eccitati da cosa avrebbe potuto contenere il tesoro di Hic che brillavano loro gli occhi. Bragan aveva appena recuperato l'ultima parte per invocare Artaban pertanto lo avvicinò alle altre tre parti e queste si unirono a formare un unico oggetto.

"Ci siamo," annunciò Bragan. "Riconosco molti simboli utilizzati da noi pirati tanto tempo fa. Mylad, Ardranis, ho bisogno di aiuto."

Le due giovani donne uscirono dal capannello di gente e dedicarono la loro attenzione all'invocazione. Avrebbero potuto eseguirla all'istante. Al la Triste ordinò che venisse fatto immediatamente. Temendo un possibile sbandamento, il resto dell'equipaggio si mise coraggiosamente in posizione, pronti ad affrontare qualsiasi evenienza. Il tutto durò solo pochi minuti ma al Capitano dell' Arc-Kadia sembrò fosse interminabile; il rotolo si consumò lentamente e le sue ceneri vennero portate via dal vento. Ognuno si guardò attorno per vedere cosa sarebbe successo, la tensione era palpabile. Il silenzio regnava sovrano, l'unico rumore presente era il soffuso suono dei motori della nave. Poi d'un tratto la nave barcollò leggermente. I pirati si affacciarono dalle balaustre e si ritirarono immediatamente quando videro una torre e tante abitazioni apparire dal nulla. L'Arc-Kadia era caduta su una città? No, era una piccola città che era appena apparsa ma la cosa più interessante era che sotto di essa vi era una creatura fatta di terra, roccia e lava.

"Artaban," mormorò Al la Triste.

La giovane capitana urlò alcuni ordini e corse al timone per posizionare la nave davanti al volto della creatura. Il gigante fissò la nave, per lui molto piccola, poi fece scaturire una voce roca dalla bocca nascosta da radici.

"Chi è che mi ha chiamato?" disse lentamente.

Al la Triste condusse la nave ancora più vicino agli occhi del gigante: "Io sono Al la Triste, e sono stata io a chiamarti."

"Cosa vuoi, Al la Triste?"

"Sto cercando il tesoro del capitano Hic, puoi condurci ad esso?"

Il gigante si voltò a destra, poi a sinistra ed infine si fermò in una direzione.

"Seguimi Al la Triste."

Il gigante cominciò a camminare, producendo enormi scosse ad ogni passo. Si procedette velocemente, Artaban attraversò un braccio di mare e si ritrovarono nel mezzo di alcune isole remote. Il caldo era soffocante. Artaban si fermò sulla riva di una delle isole, sulla quale erano spiaggiate decine e decine di navi. Il gigante indicò con un dito l'isola più grande dell'Arcipelago.

"Al la Triste, là troverai il tesoro nel Titano."

"Quindi il Titano è venuto a riposare qui? Cos'altro deve succederci?" pensò la Capitana.

"Grazie Artaban," gli rispose.

In risposta il gigante si inabissò facendo emergere dall'acqua solo la città che portava sulle spalle. L'Arc-Kadia superò diverse isole e scese nel mezzo dell'arcipelago. Su una spiaggia di ciottoli vi era seduto un altro gigante, anche più particolare di Artaban. I pirati si sporsero per vederlo meglio. Ardranis, giovane elfine ed ex prigioniera non poteva credere ai suoi occhi; aveva sentito tante leggende su quell'essere. Corse dal Capitano.

"Quello è il Gigante di Schiuma. Una creatura leggendaria. Siamo fortunati a vederlo."

"No, non è possibile."

Ardranis non capì la risposta, Al silenziosamente fissava con attenzione il gigante.

"Quello che pensò è che...guardalo! Ha inglobato la nave che cerchiamo nel suo corpo, quello è il Titano."

Infatti coloro che conoscevano la più antica descrizione del titano puntarono il dito in direzione del gigante. Significava che il tesoro era a portata di mano ma anche che prima di poter festeggiare la nuova ricchezza avrebbero dovuto affrontare un ostacolo significativo: il Gigante di Schiuma.

Al la Triste avvicinò con cautela la nave, sperando che il Gigante non avrebbe reagito alla loro presenza. Sarebbe stato bello, troppo bello. Il gigante infatti menò un possente fendente in direzione della nave e solo l'abilità della donna al timone poté evitare la catastrofe.

"Tutti ai posti di combattimento. Sparate e fate attenzione a non colpire il Titano."

Al sentiva l'adrenalina pervaderla, da tempo lei ed il suo equipaggio non affrontavano un avversario del genere e non avrebbero avuto una seconda possibilità.

"Bragan."

"Che cosa c'è?" urlò di rimando il mago.

"Vedi quello che puoi fare con le magie! Non so se saremo in grado di distruggerlo."

I proiettili volavano schiantandosi contro il gigante, ogni volta che quest'ultimo perdeva l'equilibrio subito si rimetteva in posizione. Il gigante, vedendo che la pioggia di proiettili andava aumentando, si alzò per difendersi al meglio dai suoi aggressori. Non era molto veloce ma le sue enormi dimensioni gli consentivano approcci impensabili. Afferrò dei ciottoli e li scagliò contro l'Arc-Kadia. Normalmente per una nave che ne aveva passate di cotte e di crude non sarebbe stato niente di che ma la forza con cui questi sassi erano stati lanciati li rese proiettili devastanti. Lo scafo venne crivellato e la polena esplose in mille pezzi. Il gigante era pronto a lanciare altri sassi ma Al la Triste anticipò le intenzioni del titano e dopo aver fatto una manovra di accerchiamento fece sparare dozzine di proiettili grazie all'ingegnosità di Klemence. La giovane pirata era molto migliorata negli ultimi tempi. I sassi lanciati dal gigante questa volta caddero in acqua senza mai sfiorare la nave. Al la Triste guidava la nave ad istinto, come le aveva insegnato il padre.

A poco a poco il rumore delle pistole smise di squarciare l'aria, i pirati erano a corto di fiato; alcuni erano stati feriti dalla mitragliata di sassi, altri semplicemente stanchi. Bragan aveva pensato ad un modo per fermare il gigante e lo stava spiegando al Capitano.

"Dobbiam farlo cadere all'indietro arpionandogli le gambe, a quel punto lo immobilizzeremo. Questo incantesimo non durerà a lungo, quindi dobbiamo muoverci in fretta," spiegò.

"Poukoooos, ci siamo! Arpiona il Gigante!"

Poukos afferrò immediatamente quello che aveva da fare, corse a prua a prendere il suo arpione, per fortuna era ancora intatto. Con un cenno comunicò al Capitano che era pronto ad agire. Al la Triste costrinse la sua nave a fare una manovra difficile, il legname sembrava essere pronto a spezzarsi e in quel mentre Poukos sparò! La punta trapassò la protezione di corallo della gamba del gigante, immediatamente l'Arc-Kadia fece un giro attorno alle gambe del gigante, poi un secondo e poi fino a quando non era rimasto un solo metro di corda sulla nave. Armata pronta ad eseguire gli ordini del Capitano aveva sfoderato il suo nuovo giocattolo, il cannone "Fine del Cielo". Questo enorme tubo emetteva enormi nuvole di vapore ben poco rassicuranti, prese la mira sull'addome del Gigante e tirò il grilletto. il cannone sibilò e poi fece esplodere il suo proiettile con un potente BOOOM. Tutto successe in fretta, il proiettile centrò il gigante al petto facendo scaturire diverse esplosioni. Il titano nulla poté e cadde a gambe all'aria. Al la Triste stabilizzò la Arc-Kadia e passò il pallino delle operazioni a Bragan ed agli altri pirati maghi; quest'ultimi crearono del ghiaccio con il quale immobilizzarono l'enorme avversario.

"Ben fatto," disse Bragan. "Io starò qui a mantenere compatto il ghiaccio."

"Eccellente, Briscar prendi il timone. Avviciniamoci a quella cosa, poi saliremo sul Titano."

A bordo la gioia era incontenibile.

"Ardranis , vieni con me."

Il Titano era in cattive condizioni. Il legno era marcio e scricchiolava. Ardranis non era molto convinta e pensava che la nave avrebbe potuto collassare da un momento all'altro. Non disturbò però il Capitano mentre ella ammirava quella nave, antica e fiera avversaria della Arc-Kadia. Le due donne arrivarono a quella che avrebbe dovuto essere la cabina del Capitano Hic. Vi erano varie cose rotte tra cui un vecchio scrigno di metallo arrugginito su cui Ardranis stava per poggiare la mano.

"Non toccarlo, c'è della magia all'opera," la ammonì Al.

L'elfine si mise a cercare tracce di magia e trovò alcune vecchie chiavi metalliche, tra le quali una emanava tracce magiche. Consegnò la chiave al Capitano e questa la infilò nella toppa riuscendo ad aprire la serratura. Il baule si aprì facendo fuoriuscire una tenue luce. Un forte rumore squarciò l'aria. Ardranis si voltò per vedere cosa stesse accadendo ma non fece in tempo a vedere nulla che venne mandata a schiantare contro delle macerie. La cosa che stava guardando ora Al la Triste assomigliava vagamente ad una creatura umanoide ma meccanica, con diverse parti mancanti tra cui un braccio. Sebbene arrugginita la creatura si muoveva rapidamente. Fu uno scontro metallo contro metallo. Al la Triste afferrò con la sua mano metallica il braccio del suo avversario e lo scagliò contro una parete. Sguainò la Pistolame e mirò a quella che sembrava essere una testa.Con un Piiing il proiettile rimbalzò e finì in una delle pareti di legno del Titano. Il colpo di Al la Triste aveva sortito solo l'effetto di stordire la creatura.

"Torna sul fondo del mare, dannata creatura."

La creatura era stara creata per un unico scopo e avrebbe fatto di tutto per portarlo a termine. Ardranis si era ripresa, era solo un po' stordita e analizzò la situazione: Al la Triste stava fronteggiando alla pari la creatura ma il tempo non era dalla loro. Estrasse la spada e recitò un incantesimo che investì la creatura. Immediatamente colpì con un affondo facendo rabbrividire la creatura. Al la Triste approfittò della situazione e dopo aver buttato la creatura a terra ne recise la testa con un colpo solo. Il mostro meccanico smise di muoversi.

"Ben fatto piccola mia."

Ardranis rispose con un sorriso timido, era sempre stata in soggezione nel confronti di una gran donna come il suo Capitano. Il Capitano tornò immediatamente alla ricerca del vero motivo per cui erano qui: il tesoro di Hic. Nulla questa volta le impedì di aprire il forziere. Era ricolmo di monete, cristalli, gioielli e oggetti incredibili. Ma Al venne attirata da una cosa in particolare. Una collana con un medaglione recante una pietra bluastra. La afferrò con mani tremanti, la mise in tasca e si diresse verso la Arc-Kadia.

"Pensaci tu Ardranis, manderò Klemence a recuperare i resti del bottino. So quello che contiene e so quanto mi spetta."

Stranamente Al non aveva parlato con il suo solito tono.

"Dove sta andando?"

"A bordo."

Al sbatté la porta della sua cabina. Il suo braccio meccanico le faceva male. Andò ad una credenza e prese una bottiglia d'alcool, una di quelle per le occasioni speciali. Si riempì il boccale. Mentre beveva un sorso guardò la collana appena trovata.

"Padre, ti ho trovato."

Bevve in un sol fiato quello che conteneva il boccale, le lacrime solcavano il suo viso. Si perse nei suoi ricordi, nei ricordi di di suo padre nello specifico. La sua morte, oramai avvenuta tanto tempo fa. Il suo sogno ad occhi aperti venne infranto quando qualcuno bussò alla sua porta.

"Capitano, Capitano, vieni presto."

Si asciugò le lacrime e si alzò dolorosamente. Ti Mousse dietro alla porta sembrava in preda al panico.

"Cosa c'è?"

"C'è qualcosa che devi vedere."

Al seguì Ti Mousse tra i corridoi, la nave aveva preso quota per sfuggire al Gigante di Schiuma. Briscar si avvicinò e le consegnò un cannocchiale.

"Guarda la."

Anche Klemence grazie ai miglioramenti visivi di cui si era dotata poteva vedere con nitidezza ciò che stava avvenendo. Una grande nave con vele nere si avvicinava velocemente. La guardò attentamente ma non riconosceva il Jolly Roger: una bandiera nera con una spirale rossa. Ma aveva ben riconosciuto un altro simbolo, una mano scheletrica.

"Quindi capitano?"

"Problemi grossi in vista, quella è la Dark Lady Capitan Palpegeouse. Troppo veloce, non possiamo seminarla"

Al guardò il volto preoccupato di Briscar.

"Non preoccuparti," gli disse indicando la collana. "Mio padre ci protegge."

Briscar sorrise e guardò il resto dell'equipaggio.

"Tutti pronti alla battaglia. Ognuno ai propri posti! Klemence prepara Ekrou. Armata voglio i cannoni pronti! Cazzate la randa!!!"

Destino Nero


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Capitolo 1 - I Frammenti di Nehant

Dimizar da diverso tempo era rivolto verso lo specchio a parlare con un creatura chiamata Nehant. I piani che erano stati elaborati fin ora erano andati a gonfie vele: Ishaia non sarebbe più stata un problema per il nehantista. Ora bisognava fare il passo successivo.

"Dimizar, oltre la nebbia dei Confini, la Tomba si sta sgretolando. La sua antica magia si sta dissolvendo ed ora i demoni possono sentire la connessione."

"Dunque volete che io venga dove siete situato?"

"No, non ancora. Di a Mangia-anima di venire qui, troverà un dono che cambierà il destino di molte persone."

Dimizar esitò.

Mangia-anima era stato assoggettato al suo volere e si era dimostrato un utile servitore; senza di lui il Maniero sarebbe stato più vulnerabile e sopratutto avrebbe potuto essere individuato durante il cammino. Dimizar non riuscì però a disobbedire.

"Molto bene, farò in modo che parta al più presto."

Lo specchio ora rifletteva solo l'immagine di Dimizar. Non lontano, Maschera di Ferro aveva assistito alla scena con sospetto, sospetto che poi spiegò al suo maestro.

"Dimmi, perché non riesco a vedere e udire Nehant?"

"Buona domanda mio allievo, forse perché dubiti di me o forse perché lo specchio è connesso a me," scherzò Dimizar mentre usciva dal laboratorio.

Mangia-anima era in giardino, se poteva chiamarsi giardino, ed era intento a terrorizzare gli schiavi del Maniero. Appena percepì l'avvicinarsi del suo padrone si fermò.

"Ho bisogno di queste persone. Mi hai detto di averne già uccise due, ancora una e mi arrabbierò."

Mangia-anima assunse un espressione contrita.

"Oggi partirai dal Maniero, attraverserai la nebbia e ti dirigerai alla prigione del Maestro. Egli ti dirà cosa fare. Per stasera sarà pronto il Portale Demoniaco."

Mangia-anima conosceva bene i portali demoniaci, ci era quasi morto una volta quando lo aveva utilizzato al posto di un demone più potente. Perciò non rispose.

"Non sarà paura quella che vedo?" chiese Dimizar con una punta di divertimento. "Hai paura del Portale Demoniaco? Aahahaha voi demoni mi stupite ogni giorni di più."

Mangia-anima rispose ruggendo manifestando il suo dispiacere.

"Si hai ragione, alcuni sono brutali. Preparati, per stasera dovrai essere là."

In serata si era riunita molta gente al Maniero per vedere il Portale. Un vortice nero si andava lentamente a formare. Sgorgava energia nehantica. Mangia-anima tentennava, era visibilmente poco entusiasta di quello che lo attendeva. Purtroppo per lui, disobbedire sarebbe stato peggio. Così entrò nel portale e ne venne immediatamente investito. Mangia-anima sembrava essere tagliato da centinaia di lame, anche per un demone la sofferenza era insostenibile. Urlò ma nessun suonò uscì dalla sua gola anche perché non aveva gola, non aveva neanche un corpo in quel momento. Si sentiva attirato in luogo senza possibilità di essere lui a decidere la direzione. Aveva dimenticato come erano i Meandri della terra, dove lui e i suoi simili avevano vissuto fino al rilascio. Il dolore sembrò durare un' eternità ed infine si ritrovò a pancia in giù sul pavimento. Aveva male in ogni zona del corpo ma ben presto il dolore cominciò a svanire. Il demone si guardò attorno. Il luogo sembrava proprio i Meandri, la terra era secca e spezzata. Davanti a lui una gigantesca pietra nera, nella quale era stato rinchiuso Nehant. Nelle vicinanze una moltitudine di altri cristalli neri, molto più piccoli, erano disseminati ovunque. Ne era attratto. In quel mentre sopraggiunse una persona, aveva un aspetto malconcio e zoppicava vistosamente. Teneva in braccio un oggetto avvolto in un panno nero. Lo consegnò a Mangia-Anima guardandolo negli occhi.

"Prendi demone, questa è la raccolta Proibita con la quale invocare Fornace."

La bocca e la mascella dell'uomo si contorcevano, la voce infatti non sembrava provenire da lui bensì gli gravitava attorno.

Mangia-anima comprese che era Nehant a parlare, si inginocchiò immediatamente e prese il libro.

"Maestro, sei tornato! Mi libererò immediatamente dal vincolo con Dimizar"

"No, non farlo. Non sono pronto, la prigione che mi rinchiude è ancora troppo potente. Ho bisogno che voi siate fedeli al mio servo. Ho ancora una cosa da dirti: la pietra in cui il mio corpo è rinchiuso si sta sgretolando, lascia cadere frammenti di esso, raccogline quanti più puoi e portali a Dimizar. Lui saprà cosa fare."

Dopo aver detto queste parole l'uomo cadde a terra morente. Mangia-anima non esitò un istante e gli ruppe il collo, poi si mise a raccogliere i frammenti della pietra. Raccolse una dozzina di frammenti e poi si diresse verso il portale, sentiva la presenza di molti altri demoni. Si affrettò per evitare di essere individuato e sparì nuovamente nel portale demoniaco. Il vortice si richiuse immediatamente e il demone e ciò che portava vennero disassemblati per poi riunirsi nuovamente.

"Non toccare niente!" esclamò una voce.

Dimizar lo fissava e allo stesso tempo guardava il libro e gli altri oggetti che erano stati portati.

"Mangia-Anima spiegaci cosa hai portato," disse raccogliendo il libro.

Il demone raccolse da terra i frammenti e li dispose delicatamente su un tavolo.

"Ho incontrato il Maestro, ha fatto in modo che ci venisse affidata questa raccolta ed i frammenti. Mi ha detto che sono frammenti della sua prigione."

"Hai visto Nehant?" chiese Maschera di Ferro, attratto da questa prospettiva.

"Non c'è da stupirsene, siamo demoni noi," intervenne Ardrakar. "Molti di noi hanno visto l'apice del suo regno."

"Basta!" tagliò corto Dimizar. "Frammenti della sua prigione? Frammenti di Nehant? Questo cambia tutto. Maschera, Ardrakar, andate e catturatemi un guerriero di Tantad, ho esperimenti da fare. Devo lavorare."

Capitolo 2 - Esperimenti

Pochi giorni più tardi, Dimizar stava lavorando per la prima volta su un prigioniero di Tantad. Il nehantista si era ispirato al golem di Marlok e grazie a questa ispirazione aveva innestato nel guerriero alcune pietre nehantiche. Il risultato era soddisfacente e così le fila dei nehantisti si erano ingrossate di un nuovo alleato: Carkasse. Dimizar però non aveva intenzione di fermarsi li, voleva andare oltre. Qualche giorno prima si era imbattuto in un libro sulle theurgie e sugli inviati dagli dei, immediatamente aveva chiamato Mangia-anima e Ardrakar.

"Stiamo per fare un bel viaggio, amici miei. Andremo in un deserto lontano."

"A fare cosa?" chiese Ardrakar.

"I miei informatori mi hanno comunicato che quando è giunta la Pietra Caduta dal Cielo, dal deserto è spuntato un popolo nomade. I loro poteri sono diversi dai nostri, mi piacerebbe lavorare su di loro."

"Un po' di azione," esclamò Mangia-anima. "E questa volta niente portali demoniaci."

Un sorriso sadico comparve sul volto di Dimizar.

"Ti sbagli, tu ci precederai e andrai da un gruppo di ribelli. Il Deserto di Smeraldo è grande, sarebbe come cercare un ago in un pagliaio senza il giusto aiuto."

Il volto del demone rimase contratto.

"Quasi quasi preferivo i Meandri."

"Se vuoi si può fare, son sicuro che i tuoi compagni demoni ti organizzerebbero un caldo benvenuto."

"Bene bene, non c'è bisogno di minacciarmi. Farò ciò che comandi."

"Lasciaci soli, devo parlare con Ardrakar."

Mangia-anima uscì dalla stanza borbottando raffiche di insulti.

"Non hai problemi con il demone?" chiese Ardrakar.

"Tu non sei totalmente demone, quindi non puoi capire. Loro rispettano sempre un ordine, anche se non sono d'accordo, quello è il loro modo di salvare l'orgoglio."

"Mh, in effetti non comprendo. Cosa posso fare per te Dimizar?"

"Stiamo per affrontare una grande forza, vorrei che tu usassi Chimera Nera. Non sei vincolata, puoi scegliere."

Ardrakar ne rimase soddisfatta.

"Con piacere, la porterò molto volentieri. Chimera Nera mi venne donata da Nehant."

"Prepariamoci quindi."

Il viaggio venne affrontato a piedi e in barca durante il tragitto per arrivare alla Costa Turchese. Sulla spiaggia i ribelli si erano insediati con le tipiche tende della loro specie. Il viaggio era durato due settimane, tempo nel quale Mangia-anima aveva già svolto il suo lavoro. Gli uomini del deserto giunsero alla riunione del nehantista, per una volta non era stato necessario corromperli; era bastato ungere loro le tasche e l'odio che provavano per i nomadi aveva fatto il resto. Il loro capo, un uomo enorme dai brillanti occhi verdi li invitò a bere del the.

"Benvenuti amici miei, abbiamo trovato quei cani che pregano il dio del Sole."

Venne servito the alla menta.

"Sai, non è che ci dispiacerebbe dell'aiuto per riconquistare le nostre vecchie città."

"Tutto a suo tempo," rispose Dimizar mentre sorseggiava la bevanda. "Ci penseremo quando il momento sarà opportuno."

Mentre gli altri degustavano il the, Mangia-anima faceva da guardia. Come altri suoi simili, egli non soffriva il caldo e pertanto si muoveva senza problemi. Si avvicinò ad alcuni cristalli verdi, smeraldi, che spuntavano dal terreno. Lo sfiorò facendogli cambiare colore.

"C'è troppa luce qui."

Dimizar parlò di vari argomenti e apprese che gran parte di quella gilda comunemente noti come Nomadi del Deserto aveva lasciato il proprio regno per andare alla ricerca della pietra caduta dal cielo. Questo significava che senza l'apporto di quella gilda, l'esercito di Mineptra era molto meno spaventoso. Un'opportunità per il nehantista? Non al momento, Dimizar aveva altri piani. Venne la sera ed iniziò la caccia.

Durante la notte, il deserto diviene vivo. Strane creature escono dalle loro tane e la vegetazione si espande per catturare più umidità. Il momento migliore per muoversi nel deserto, pertanto si mossero rapidamente su quella che pareva essere una sorta di strada.

"Questa è la via che conduce alla porta del deserto. Colui che ci interessa dovrebbe passare verso l'alba. Probabilmente vorrà ricongiungersi alla sua famiglia," disse un esploratore. "Nascondiamoci."

"Ascoltatemi, non voglio che muoia. Lo voglio vivo e vegeto" ordinò Dimizar.

Andò tutto come previsto. Mentre il sole si andava a formare lungo l'orizzonte comparve un uomo che camminava nella loro direzione. Non era molto vestito: indossava solo un perizoma e vari ornamenti. Camminava con lo sguardo assente, come se la sua coscienza fosse altrove. Quando fu abbastanza vicino, Mangia-anima lo aggredì urlando la frustrazione subita nelle ultime settimane. Tsheptes per nulla turbato evitò il nemico senza sforzo. Ardrakar entrò nella mischia con in pugno la Chimera Nera e menò un fendente che mandò a terra il solarian.

"Infedeli," urlò mentre si rialzava. "Vi annienterò."

Un bagliore luminoso comparve attorno a lui e sgorgò un fascio di luce che colpì in pieno Ardrakar. L'ex cavaliere drago ruzzolò a terra contorcendosi per il dolore ma il danno non era stato abbastanza per metterla fuori gioco. Dimizar, sopra la duna, recitava formule magiche ma purtroppo per lui non riusciva ad impadronirsi della pietra-cuore dell'uomo, perché quest'ultimo ne era privo. Capì quindi che non era un umano bensì qualcosa di diverso. Il nehantista aveva però altri assi nella manica. La battaglia era più dura del previsto: Ardrakar era stata ferita e Mangia-anima non riusciva nemmeno ad avvicinarsi alla creatura. Dimizar evocò una sostanza nera che lo avviluppò tutto e soffocò il bagliore luminoso che circondava il nomade.

"Hai un legame invisibile, vero creatura del sole?"

Ardrakar ne approfittò e con un colpo con il piatto della spada face collassare a terra il solarian.

"Legategli mani e piedi, partiamo subito."

Tornati al Maniero, Tsheptes era stato incatenato al pavimento di una grotta ardente. Non sentiva la presenza di Sol'Ra e quindi non poteva chiedere la Sua grazia. Per la prima volta in vita sua, Tsheptes ebbe paura. Cosa volevano da lui? Perché non lo avevano ucciso? Perché era prigioniero? La risposta non si fece attendere. Dimizar apparve con dei frammenti di Nehant in mano.

"Ora solarian, è bene che tu sappia che il tuo fervore non ti salverà dalla volontà del mio padrone."

Gli occhi del nehantista divennero rossi, brillavano come una fiamma lontana. Tsheptes tentò di divincolarsi ma non riusciva nemmeno a muoversi. Fu a quel punto che Dimizar con un gesto violento affondò qualcosa nel petto del prigioniero. Il dolore era tremendo ma non era solo fisico, era come se la sua stessa essenza fosse aggredita, come veleno iniettato. La sua volontà vacillava, si sentiva mutare in qualcosa di differente.

"Ma...che cosa...che cosa mi hai fatto?"

"Ti ho dato una nuova vita. Una pietra-cuore che ti trasformerà in qualcosa di nuovo."

L'energia magica proveniente dal frammento di Nehant stava trasformando internamente il solarian.

"Chi sei?" chiese Dimizar.

"Sono...Tsheptes" rispose.

La risposta non era stata soddisfacente, Dimizar quindi ritentò.

"Chi sei?"

"Sono Tshept...es."

Dimizar lo afferrò per la gola e lo fissò negli occhi.

"Chi sei?"

"Io...io...io sono..Il Decaduto."

Dimizar mollò la presa e lasciò che la trasformazione giungesse a termine.

Sciamanismo


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Ydiane zigzagando tra gli arbusti morenti buttava spesso un occhio alle sue spalle, temendo di essere seguita dagli invasori Nomadi. Per diversi giorni aveva osservato le attività della gente venuta dal deserto e la conseguente corruzione della terra. Kei'zan aveva fatto in modo che tutti i membri dei Cuore di Linfa ed i loro alleati potessero divenire invisibili. Quella mattina avvenne qualcosa di incredibile. Il terreno attorno alla Pietra crepitava e cominciava lentamente ad ascendere. Sentiva un pericolo immediato per la foresta Eltarite.

Arrivò esausta al campo base durante la sera. Macchia Rossa, che era di guardia, le andò incontro.

"Respira, sei arrivata Ydiane."

"Tutto ciò è incredibile," disse senza fiato. "Il terreno, attorno alla Pietra che cadde dal cielo, si rompe."

Parlaspirito si chinò su di lei annuendo.

"Puoi farmi vedere ciò che hai visto?"

"Sì, sì."

Il Dais concentrò la magia e penetrò nella barriera psicologica di Ydiane, prese i ricordi dei disastri provocati dai Nomadi e li condivise con gli altri Dais presenti nella foresta. Key'zan che non era al campo poté comunque recepire tali informazioni.

"Fratello mio, questo è un attentato a Guem, non possiamo più restare in disparte. I Cuore di Linfa devono unirsi nella compensazione degli spiriti. Raggiungimi."

"Così sia, sto già partendo."

Parlaspirito lasciò riposare Ydiane e di diresse a spiegare la situazione agli alleati presenti.

"Devo avvisarvi che la situazione è in rapido peggioramento. I Nomadi stanno attaccando la terra stessa. Noi Cuore di Linfa dobbiamo immediatamente dirigerci nel cuore della foresta. Purtroppo nessuno straniero può percorrere quella strada, vi invito pertanto a pensare a voi stessi."

"Io resterò qui ad attendere vostre notizie e notizie da Noz'Dingard," rispose Alishk che non si era perso la discussione.

"Grazie draconiano."

"Torna con una buona notizia, questa è l'unica cosa che conta," disse Spada-Insanguinata.

Parlaspirito si rivolse quindi ai suoi.

"Cuore di Linfa, è tempo di muoverci."

In pochi minuti il campo si svuotò degli abitanti della foresta Eltarite e degli strani animali della gilda. Kei'zan era intento ad analizzare la situazione nel modo più accurato possibile ma purtroppo dopo molti giorni ammise di non saper come contrastare i Nomadi. C'era stato quel rituale creato dai draconiani che aveva dato qualche frutto. Aveva compreso che i loro poteri erano stati incanalati per formare una barriera che schermasse i nemici dai loro dei. Era stata una soluzione valida ma troppo dispendiosa. D'un tratto si ricordò delle leggende del suo popolo. Quando l'Albero Mondo era forte e maestoso, giunsero da luoghi remoti le Elfine e gli Hom'Chai. Questo pensiero gli venne per via del pessimismo che aleggiava intorno a lui; l'Intrappolato era partito settimane fa e la mancanza di sue notizie non poteva altro che significare il fallimento della missione. E se tutti questi segnali facessero parte di un grande disegno? Un disegno che diceva che il loro tempo sulla terra di Guem era finito? Kei'zan strinse la gemma verde, semi con radici congelate erano al suo interno.

"Non posso darti la vita su questa terra, rischieresti di morire," disse.

Aveva bisogno di saperne di più sulle leggende Elfine e Hom'Chai e pertanto si diresse alla tribù dei guardiani del totem. Era uno strano villaggio, interamente popolato da Hom'Chai. Il motivo per cui erano lì era perché erano stati attirati da un coraggioso sciamano Hom'Chai, capace di parlare con gli spiriti. Appena giunto nella radura e il bel villaggio fu visibile, Kei'zan venne accolto da colui che stava cercando: Parlapietra.

"Kei'zan, lascia paure e dubbi. Apri invece la mente," disse invitandolo ad entrare nel villaggio.

Nel villaggio le piante emanavano profumi indescrivibili. Il Dais rimase stupefatto dalla grande presenza di magia della natura, si sentiva in pace in questo luogo. Parlapietra rimase silente per tutto il viaggio dall'entrata del paese fino al suo culmine, una collina che dominava il villaggio. L'Hom'Chai si distese sull'erba.

"Da diverso tempo non ti vedo Kei'zan."

"Vero. Ma è giunto il momento di decidere quale sarà il futuro degli Eltariti. Cosa mi puoi dire dell'origine degli Hom'Chai e delle Elfine?"

Parlapietra prese una ciotola di pietra da una borsa di pelle, ci mise alcune piante e le fece ardere.

"Quello che ti dirò è quello che noi raccontiamo da sempre. Non pretendo che questo sia la verità perché è probabile che nei secoli sia stata mutata in leggenda. Nessuno a parte i membri delle nostre razze conoscono questa storia, perché è sinonimo di vergogna per noi."

Il fumo della ciotola assunse una forma serpentina e avvolse i due Eltarite.

"Una volta c'era una civiltà che dominò la terra di Guem. Molto prima della venuta degli uomini e prima dell'erosione. Questo popolo feroce e crudele schiavizzava gli altri con facilità, distruggeva splendide città e annientava intere civiltà. Questo popolo era chiamato Eltarite. Nessuno sa come apparissero queste creature. La loro supremazia era indiscutibile ma venne un ostacolo: i Dais."

Il fumo aumentava di volume e cambiava forma ogni volta che Parlapietra proferiva parola.

"Gli Eltarite intrapresero la conquista della foresta e scoppiò una guerra feroce tra i due popoli. Questo atto segnò il destino di tale civiltà. L'Albero-Mondo dall'alto della sua potenza decise di punirli e li divise in due entità distinte: Elfine ed Hom'Chai.

Ora tutto è cambiato. Queste creature ora vivono in pace nella foresta, dimentichi del loro passato da conquistatori. Mancano diversi punti a questa storia ma questo è quello che narriamo noi Hom'Chai e le Elfine. Siamo sicuri che un giorno potremo ritrovare la nostra unità ma per questo dobbiamo imparare prima dagli errori del passato. Ma questa, dopotutto, è solo una leggenda."

Kei'zan non aveva mai sentito questa storia e rimase stupito che invece fosse ben tramandata da Elfine ed Hom'Chai.

"Adesso capisco, quindi gli altri Dais mi hanno nascosto questa storia?"

"No Kei'zan, per evitare problemi durante la nostra integrazione, l'Albero-Mondo si assicurò che venisse cancellata ai Dais la memoria di quanto accaduto."

"Se l'Albero-Mondo ha fatto questo, perché tu mi hai raccontato questa storia?"

"Perché era il momento giusto per farlo."

"Ma questi Eltarite, da dove provenivano?"

"Questo non lo so, il nostro passato comunque deriva da luoghi lontani da qui ma sempre nella terra di Guem."

"Speravo in una risposta diversa, avevo sentito dire che gli Hom'Chai provenissero da fuori di Guem."

"Kei'zan purtroppo avevo solo questo da dirti," rispose Parlapietra mentre si dedicava a spegnere il fuoco nella ciotola.

"In questo caso siamo perduti, i Nomadi del Deserto stanno distruggendo la terra di Guem, per noi è la fine."

Fu in quel mentre che Parlaspirito gli comunicò telepaticamente gli ultimi eventi.

"Fratello mio, questo è un attentato a Guem, non possiamo più restare in disparte. I Cuore di Linfa devono unirsi nella compensazione degli spiriti. Raggiungimi."

"Che succede Key'zan?" chiese Parlapietra.

"Alcuni cambiamenti sono in atto. Già una volta l'Albero-Mondo fermò l'inarrestabile e ci lasciò come segni della sua eredità. Giunto è il momento per Hom'Chai ed Elfine di riconquistare la loro unità, non sarà semplice ma siamo giunti ad una nuova alba per le terre di Guem."

Parlapietra fu soddisfatto della risposta.

"In questo caso ascolterò gli spiriti e chiederò loro di parlare."

Mentre Kei'zan convocava uno per uno i vari capo clan delle tribù della foresta Eltarite, Parlapietra si diresse verso il luogo da lui preferito. Lontano dalla radura degli spiriti vi era un luogo mistico e senza tempo, nel quale gli sciamani erano soliti andare. Sotto il cielo stellato di una notte senza nuvole, c'erano molteplici totem che brillavano a contatto con la presenza degli spiriti. L'Hom'Chai mise una una mano su uno di essi.

"Piar, spirito uccello, totem che tutto vede, ascolta le mie parole."

In quel momento, il brillare del totem si fece più intenso e apparve un uccello blu notte in cima al totem. Parlapietra si diresse al totem accanto.

"Akem, spirito felino, totem guerriero, ascolta le mie parole."

Il totem si illuminò come il precedente e apparve un gigantesco felino dai denti a sciabola. Lo sciamano si diresse verso un terzo totem.

"Ghalagi, spirito lucertola, totem mistico, ascolta le mie parole."

Una lucertola blu apparve sulla vecchia scultura.

"Siamo qui per sentire le tue parole, sciamano. Prima di procedere, sappi che il mondo mistico è turbato dalla corruzione della terra," disse Ghalagi con una voce triste.

"In questo caso siete d'accordo ad intervenire nel destino del nostro mondo?"

"Non saremmo apparsi se non fosse così," ruggì Akem.

"Akem, cosa vedi nel nostro futuro? Una nuova unità è possibile? Gli invasori vinceranno questa guerra?"

"Il futuro non è mai stabilito, continua a mutare. Una cosa è però certa: i cambiamenti a cui stiamo andando in contro sono già in atto," annunciò Piar.

"Una guerra è inevitabile ma noi siamo pronti," urlò Akem.

"Key'zan è una pedina fondamentale nella storia che si andrà a creare. Parlapietra, lui dovrà farsi carico di una scelta importante per il suo popolo. Digli quanto ti ho appena riferito."

Gli spiriti scomparvero e tornarono nel loro mondo invisibile. Parlapietra era turbato e decise di tornare immediatamente al villaggio. Key'zan stava pensando al seme dell'Albero-Mondo che aveva cercato di far germinare invano.

"Cosa devo fare?"


Attraverso il Deserto


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Mouktar aveva impiegato diversi giorni ad attraversare il deserto. Il messaggio che doveva consegnare era di vitale importanza e si era fermato a riposare solo quando le forze non lo sostenevano più. Sorpassò le due guardie di sabbia davanti all'entrata di Minephtra, capitale del regno della sabbia. Si scusò dicendo che non aveva tempo per riferire cosa stesse accadendo con la popolazione e si diresse al palazzo reale. Le enormi statue dei rei del passato lo guardavano, con occhi immobili per l'eternità. Mouktar si prostrò in ginocchio davanti ad una guardia.

"Io porto... un messaggio molto importante da Aksenoun. Vi prego di comunicare al figlio del Sole che è giunto il suo fedele servo che guarda e ascolta", disse con voce affannosa.

La guardia lo scrutò con disprezzo.

"Cosa ti fa credere che il dio del deserto voglia riceverti? Libera il passo e vattene."

Mouktar si alzò e fissò negli occhi la guardia.

"Lo sai cosa succede a chi sfida lo scorpione bianco di Selik?"

Il nome pronunciato fu come uno schiaffo. Il guardiano guardò meglio chi aveva innanzi e non poté non notare il tatuaggio che costui aveva sul braccio: due chele di scorpione. Immediatamente il guardiano afferrò Mouktar per il braccio e lo spinse in avanti.

"Mi scuso, è raro avere a che fare con persone della tua levatura. Ti conduco immediatamente alla sala del dio del deserto."

"Non preoccuparti, sarà il nostro piccolo segreto."

Più tardi, dopo che Mouktar si era rifocillato, la porta della stanza si aprì facendo entrare un bellissimo giovane. Ognuno dei gioielli che portava era un'opera d'arte ed erano indossati in modo armonico. Mouktar riconobbe immediatamente Metchaf, il principe ed erede al trono del regno di sabbia. Mouktar poggiò immediatamente quello che aveva in mano e si prostrò come il protocollo richiedeva. Il principe andò al trono e vi sedette, vista l'assenza del padre.

"Ti ascolto fedele di Selik, vieni da Aksenoun, vero?"

Mouktar alzò la testa, pur rimanendo in ginocchio.

"Ho appena lasciato Aksenoun, porto infauste novelle."

Il principe aveva l'aria ansiosa, ad Aksenoun c'era colei che sarebbe diventata un giorno la regina del deserto. Mouktar riprese a raccontare.

"I ribelli hanno ripreso ad assediare Aksenoun e hanno ottenuto appoggi politici di primo piano. Sembra che la lealtà di Aif Salah Medir non sia più riposta in Sua maestà. Pare che i ribelli abbiano approfittato della partenza dei Nomadi per le terre lontane e si siano rafforzati. I loro ranghi sono forti e hanno potenti alleati."

"Mi fido delle tue parole, oh fedele di Selik ma hai qualche prova tangibile?"

Mouktar afferrò la sua borsa e ne estrasse delle vesti insanguinate.

"Ho intercettato un messaggero ribelle che da Aksenoun si stava dirigendo a Sefka per negoziare la resa della città."

"Sciocchezze", tagliò corto il principe.

Mouktar rovesciò a terra una gran quantità di oggetti d'oro. Il principe riconobbe uno di essi e la sua rabbia esplose.

"COSA? Come si può dare a quei cani degli oggetti donati da mio padre? Cosa sta facendo il sacerdote di Aksenoun?"

"Temo, oh principe, che si sia rinchiuso nel tempio per paura di venir assassinato."

Il principe si avvicinò a Mouktar.

"Hai ben servito il tuo padrone, gli altri oggetti che hai portato sono tuoi, portali allo scorpione bianco Selik. Ora devo parlare con mio padre."

Il viaggiatore non aveva da farsi da pregare e se ne andò con il suo bottino. Metchaf non perse tempo e si diresse a riferire le notizie al padre. Trovò il Re del Deserto nei giardini del palazzo. Quest'ultimi erano rigogliosi e sfarzosi, il bacino d'acqua era ricoperto di piante acquatiche e vi erano innumerevoli palme a fare ombra. Il Re del Deserto era su una panca, intento ad accarezzare uno dei suoi molti gatti.

"Come mai tanta fretta figliolo?"

"Padre, è appena arrivato un fedele dello scorpione bianco Selik, portava notizie di Aksenoun e di una ribellione contro la tua autorità."

"Un fedele dello scorpione bianco? Aksenoun? Ribelli? Capisco. Quindi cosa possiamo fare, secondo te, per evitare tale sommossa?"

Metchaf capì che il padre lo stava mettendo alla prova.

"Bisogna essere risoluti ma l'assenza dei Nomadi ci debilita. Inoltre inviare l'esercito potrebbe causare perdite inutili. Penso che molti ribelli abbiano perso la fede in Sol'Ra e di conseguenza anche in te."

"E come potrai rafforzare la loro fede?"

"Ho bisogno di Shrikan," rispose con fermezza il principe.

"Shrikan? Da molto tempo non abbiamo bisogno di lui."

"Vero padre ma sarà utile a dimostrare a tutti coloro che dubitano di te che esistono solo due modi per vivere: esserti leali o morire."

"Quindi hai preso la tua decisione. Attento però che Shrikan è solo un mezzo per raggiungere lo scopo, presta attenzione, non vorrei perderti."

"Sol'ra guiderà la mia mano e i miei passi, nulla potrà accadermi."

Il Re del Deserto poggiò una mano sulla spalla del figlio.

"Allora va e onora il tuo sangue ed il tuo rango."

Il giorno dopo il principe si diresse al tempio dedicato a Sol'ra di Mineptra dove venne ricevuto con tutti gli onori del caso dai sacerdoti.

Chi era al comando in assenza di Iolmarek invitò il principe alla preghiera del mattino. Il principe accettò di buon grado dimostrando che la famiglia reale era attenta e coinvolta nella vita religiosa. Una volta terminata, il principe chiese al sacerdote Okhtan di seguirlo in un luogo più appartato.

"Posso esserle d'aiuto, mio principe?"

"Il Re del Deserto ha acconsentito che Shrikan venga condotto a me."

"Shri..Shrikan? Signore mio, significa che il figlio di Sol'ra vuol infliggere una punizione?"

"Sì, conducimi da lui."

Il sacerdote non fece più alcuna domanda visto che non aveva l'autorità per contrapporsi alla volontà della famiglia reale. Accese delle torce per fare luce nel cammino e condusse il principe fino ad una zona segreta del tempio. Okhtan procedeva lentamente perché non voleva che il principe si perdesse in questo labirinto.

"Per evitare problemi, come vede, abbiamo fatto in modo che i raggi di Sol'ra non potessero giungere fin qua."

"Vedo, facciamo in fretta però, non voglio rimanere qui", rispose il principe con disagio dettato dalla completa oscurità.

Okthan entrò nel buio e dopo qualche attimo accese un'ultima torcia. Pian piano comparve una piccola sala, nel cui centro ci era una stele, su cui era poggiato un vaso laccato di bianco e con inciso un minuscolo simbolo di Sol'ra.

"Principe, ecco Shrikan."

Metchaf guardò il vaso con prudenza.

"Quindi questo è Shrikan? L'aspetto non rende giustizia alla sua reputazione."

"Le apparenze ingannano mio signore, inoltre Shrikan non è quell'involucro ma ciò che è dentro di esso. Guardi. SHRIKAN! Destati e onora il figlio dei Re del Deserto."

Il vaso cominciò a vibrare e a far scaturire un denso fumo che poi si solidificò prendendo la forma di un genio, una creatura leggendaria.

"Un genio!" esclamò il principe.

"Genio? Giovane principe dove vedi un genio? Sono Shrikan e sono un solarian."

"Davvero? Sei un solarian?"

"Questa è una lunga storia", intervenne Okthan.

"Sì sacerdote raccontagli di come sono stato privato del mio corpo eletto e di come venni rinchiuso in questo vaso", disse con rabbia.

"Avrai tutto il tempo che vuoi per raccontarmi a tua storia, partiamo per Aksenoun. Sappi Shrikan che la tua storia mi interessa."

"Shrikan ti ordino di tornare nel vaso", comandò Okthan.

Immediatamente il corpo solido divenne fumo e ritornò all'interno del vaso.

"Mio principe mi ascolti, è importante conservare il supporto fisico", disse il sacerdote indicando il vaso. "E vi prego, non donategli la libertà."

Il principe ascoltò le raccomandazioni, afferrò il vaso e se ne andò di fretta. Il deserto era il luogo giusto perché i due compagni di viaggio potessero conoscersi meglio. Il principe venne così a conoscenza della storia tragica di Shrikan. Durante la guerra tra divinità, si trovò faccia a faccia contro Hadjib, l'avatar del dio della creature terrene e venne privato del suo corpo. Dopo essere stato rinchiuso nel vaso venne usato per combattere contro le forze di Sol'ra e quando quest'ultimo vinse la guerra lo fece rimanere nel vaso.

"Perché non dovrei liberarti?" chiese il principe una sera.

"Se mi liberassi potrei non controllarmi, ho bisogno di un supporto fisico per farlo, come il vaso."

"C'è da dire che io sono un Solarian ma non percepisco nulla."

"Dai tempo al tempo, un giorno ci riuscirai dal momento che dentro di te c'è una parte di Sol'ra."

Il mattino dopo il principe venne svegliato da Shrikan.

"Sveglia, arrivano dei visitatori con cattive intenzioni", disse indicando una direzione.

Tre uomini armati comparvero in cima ad una duna, i loro volti erano coperti da turbanti. Non sembravano ladri dal momento che le loro vesti erano di pregevole fattura.

"Così è in questo modo che mi accolgono! Vedo la notizia del mio arrivo ad Aksenoun non è passata inosservata."

Gli aggressori non persero tempo ed attaccarono il principe ma purtroppo per loro Metchaf era stato addestrato dai migliori maestri di spada. Ben presto due caddero sotto i colpi del principe e il terzo cadde in ginocchio implorando pietà.

"Pietà? Ma se sei venuto ad uccidermi, cane ribelle."

Poi però al principe venne un'idea.

"Spogliati", disse poggiando la lama alla gola dell'uomo.

L'uomo rimase nudo sotto ai raggi del sole.

"Chi ti ha mandato?"

"Aif Salah Medir", rispose.

"Tu menti."

Shrikan chiuse gli occhi e poggiò le sue mani sulla testa dell'uomo.

"Vedo un uomo vestito di nero dalla testa ai piedi, è alto e i suoi occhi sono verdi come smeraldi."

"Ora abbiamo un bersaglio. Tu cane brucerai sotto ai raggi di Sol'ra."

Aksenoun non era molto lontana.

Il principe e Shrikan la raggiunsero al termine della giornata. Metchaf con indosso le vesti dell'aggressore riuscì a passare indisturbato la sorveglianza. La città era splendida, grandi palazzi era edificati attorno al centro di Aksenoun, uno splendido palazzo.

"Non ci resta che trovare questo capo dei ribelli."

Le strade erano colme di mercanti, i quali vendevano le mille meraviglie del deserto. Siccome il fresco della sera stava cominciando ad arrivare, le strade erano colme di persone. Quando giunse la sera, un uomo si avvicinò al principe.

"Ehi tu. Come è andata la missione? Avete trovato ciò che stavamo cercando?"

Il principe stette al gioco.

"Certo, è andato tutto come previsto. Seguimi e ti farò vedere cosa abbiamo ottenuto."

L'uomo si guardò attorno e poi indicò il grande palazzo che sorgeva al centro di Aksenoun. All'interno c'erano decine e decine di uomini armati, tra cui anche l'uomo dagli occhi verdi. L'uomo accompagnò Metchaf all'interno e lo portò fino a dove era il capo.

"Ho portato uno di quelli inviati ad uccidere il principe", annunciò.

"Ah. Quindi? L'avete massacrato e dato in pasto agli avvoltoi?"

"Proprio così ma i miei due compagni sono morti", rispose Metchaf recitando la parte.

"Morti per la causa. Un grande onore."

L'uomo vestito di nero si avvicinò ad una delle celle situate in fondo alla stanza.

"Vedi, il tuo bel principino non c'è più. Poi toccherà al re."

Metchaf comprese la situazione, la persona rinchiusa a cui stava parlando il leader dei rivoltosi non era altri che la sua promessa sposa. Decise di agire immediatamente. Afferrò il suo coltello e recise la gola del capo dei rivoltosi. L'uomo cadde in una pozza di sangue. Gli altri rivoltosi rimasero pietrificati. Alcuni accennarono a combattere ma Shrikan apparve dal nulla e fece perdere loro qualsiasi voglia di vendetta. Molti quindi fuggirono ma i più coraggiosi decisero di combattere. Dieci rivoltosi contro due. Vennero menati molti colpo, le spade cozzavano l'una contro l'altra ma il Principe ogni volta che veniva ferito era immediatamente curato da Shrikan. Metchaf era furente e dalla sua schiena apparvero ali di solarian, immediatamente la sua forza si incrementò in maniera esponenziale ma non era ancora sufficiente a soverchiare i nemici. Decise quindi che rimaneva una sola cosa da fare.

"Shrikan per nome di Sol'ra io ti libero."

Subito le catene che lo imprigionavano al vaso si infransero.

"Finalmente. Ora misere larve vi brucerò."

Il solarian chiamò a se fasci di luce e li scagliò contro i nemici, i quali vennero presto sopraffatti. Metchaf riprese il suo normale aspetto e guardò Shrikan mentre questo urlava improperi agli sconfitti. Senza preavviso il principe chiuse il coperchio del vaso.

"Perché..mi fate questo?"

"Guariscimi e torna nel vaso."

Shrikan riprese la forma di genio e dopo aver eseguito gli ordini del suo "padrone" ritornò nel vaso. Il principe quindi si diresse verso la sua futura sposa. In breve tempo la storia del principe, del genio e della promessa sposa fece il giro del deserto. Una storia la cui morale era che la pena per la disobbedienza non era altro che la morte.

Una nuova alba all'orizzonte


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Capitolo 1 - Iniziazione

Una roulotte si avvicinò al tendone viola e nero dei Guerrieri di Zil. Ne uscì una donna con i capelli rossi ed uno strano pastrano. Dopo essersi guardata intorno, saltò dal carro con sorprendente agilità e dopo aver alzato le mani al cielo, urlò.

“Ehi! Ehi, Zil!”

Kriss fece spuntare la testa dal tendone.

“Ma pensa, un fantasma,” le disse sorridendo. “Entra.”

Afferrò la ragazza per un braccio e la fece entrare. Gli altri membri della gilda salutarono con gioia la ragazza, perché lei era una di loro. Abyssien si fece largo e si avvicinò alla nuova venuta. Poi a sorpresa, il capo gilda la abbracciò.

“Son contento che tu sia qui”, le disse tra le lacrime.

“Ehi, mi fai male.”

“Oh scusa.”

Abyssien mollò la presa.

“Allora Selvaggia, il tuo anno sabbatico ha dato i suoi frutti?”

“Sì capo, ho imparato molto. Quello che mi avevi chiesto è nella roulotte. Mi dici a cosa ti serve?”

“Oh sì, serve a tutti noi comunque”, rispose lasciando la tenda.

Selvaggia si trovò immediatamente circondata dal gruppo di Zil, ognuno di loro si congratulava con lei. La gioia che provavano nel rivederla era incredibile. La ragazza venne presentata a due nuovi membri della gilda, che lei non aveva mai conosciuto: Rabbioso e Ombra. Salem fu felicissimo di rivedere la piccola protetta di Abyssien.

“bEnToRnAtA mAsCalZoNa.”

“Sei cresciuta e sei pure diventata più carina”, osservò SpadaInsanguinata. “Abyssien è un pazzo ad averti lasciata da sola.”

“Non era sola, spesso sono stata alla Magione, che posto terrificante.”

La magione a cui Selvaggia si riferiva non era altro che la casa di Artrezil, colui che aveva fondato la gilda ma la reputazione di quel luogo era talmente cattiva che veniva utilizzata solo come magazzino. Si diceva che l'anima del mago dell'ombra dimorasse ancora tra quelle mura.

“Che cosa sei andata a farci?” chiese l'elfine.

“A prenderlo”, intervenne Abyssien.

Soriek che era rientrato con il capo, poggiò una grande gabbia in mezzo alla sala.

“Ho bisogno che siate attenti, mettetevi in cerchio intorno a me”, disse Abyssien.

“Ciò a cui state per partecipare non è una cosa che succede tutti i giorni, è un'iniziazione. Amici miei, oggi siamo all'orizzonte di una nuova alba. Selvaggia, piccola mia, vieni, non avere paura.”

Selvaggia si avvicinò. Gli occhi del mago dell'ombra erano fissi su i suoi.

“Quando ti abbiamo adottato eri molto piccola, ora guardati, sei cresciuta. Sei una brillante ragazza e sopratutto sei Guerriera di Zil. Sei pronta a prendere il posto che ti appartiene?”

La gabbia si mosse leggermente, ciò fece tentennare la ragazza per un attimo, poi annuì.

Abyssien tirò via il drappo che avvolgeva la gabbia, al suo interno c'era un grosso lupo, un volk a dire il vero. Non era però di carne e ossa bensì di ombra.

“Questo è lo spirito del branco. Simboleggia la scontrosità ma anche l'intelligenza e la ferocia. Dovrai combatterci e mettere in atto gli insegnamenti che hai appreso.”

Gli altri rimasero in silenzio. Rituali come questo era stati abbandonati quando Telendar aveva preso il posto di Abyssien. Solo SpadaInsanguinata, Ergue e il suo gruppetto, Senzavolto e Kriss aveva avuto il privilegio di assistere a tale rituale. Selvaggia sapeva che sarebbe stata una dura lotta con l'essere nella gabbia, cominciò a respirare con forza.

“Coraggio vecchia mia”, si disse.

“Sei pronta? Non avrai altre possibilità.”

Senza attendere risposta, Abyssien aprì la gabbia facendo uscire la belva. Selvaggia si avvicinò alla bestia, la quale tentò la fuga ma purtroppo per lei non c'erano ombre in cui celarsi.

“Ahaha, altro che prova, sembra un cucciolo che cerca la mamma”, esplose Rabbioso.

La bestia feroce e intelligente saltò addosso all'ex protettore di Yses ma Ombra intervenne salvandolo. Ombra cercò di resistere all'offensiva della bestia ma stava per essere inghiottita. Selvaggia cercò di respingere la bestia in modo che non pasteggiasse con la compagna ma senza risultati. La bestia si deformava ad ogni contatto fisico. Non rimaneva altra scelta, Selvaggia cominciò a divorare la bestia fatta di ombra. Abyssien guardava attentamente, anche lui aveva divorato ombre e quella creatura era stata creata da lui stesso. Selvaggia, morso dopo morso divorò la creatura. Non era rimasto nulla del volk. Il gruppo di Zil cominciò ad applaudire. Selvaggia si sentiva diversa, come se stesse cambiando rapidamente.

“Congratulazioni, mi hai preso. Ora dentro di te c'è una parte di me e viceversa. Presto saprai cosa sai fare”, le disse Abyssien.

“Nella gabbia c'era veramente lo spirito di Zil?”

“Diciamo che era una creatura da me inventata, come hai visto mi lascio trasportare in fretta dalla battaglia, ora dentro di te hai la mia ferocia.”

La ragazza arricciò le labbra gemendo come una fiera. Si sentiva veramente diversa. Con un movimento rapido si scompigliò i capelli e si sbottonò la giacca.

“Ora che facciamo Abyssien?” disse in tono aggressivo.

“Ah la gioventù.”

“Stai calma ora”, intervenne Rabbioso.

La ragazza saltò addosso a Rabbioso atterrandolo.

“Lo sai a chi stai parlando? Io sono il tuo capo”, ruggì.

Nonostante la differenza di fisico, Rabbioso rimase impressionato dalla ferocia con cui era stato atterrato. Dovettero intervenire Soriek e Senzavolto per placare gli animi. Abyssien fece tacere tutti

“Ora amici miei, è tempo di muoverci. Anche se la Consigliera Ishaia non è più tra noi, il suo ultimatum è ancora valido. Dobbiamo rimediare sulle azioni compiute. Forse siamo riusciti a rintracciare i due traditori: Telendar e Maschera di ferro. Dobbiamo catturare Maschera di Ferro a tutti i costi.”

Tutti i Guerrieri di Zil esultarono, era arrivato il momento di rimettersi in azione e di vendicarsi.

Capitolo 2 - Caccia

Mentre la notte scendeva, attorno ad Abyssien c'era un capannello di persone composto da SpadaInsanguinata, Ombra, Rabbioso, Senzavolto e Selvaggia.

“Selvaggia, prendi il comando del Branco. Dovrai guidarlo e dare la vita per esso, intesi?”

Sebbene Rabbioso per via del suo passato glorioso e della sua autorità fosse il favorito, anche lui annuì.

“Ecco quello che so. Maschera di Ferro è andato nella piccola città di Egmyos, nella regione di Tantad. Se passiamo attraverso le montagne dovremmo metterci quattro giorni, lui è lì già da ieri. Gli abbiamo teso una trappola, semplice ma efficace per chi è così sfrontato come lui: lo abbiamo fatto invitare dal signore della città con la promessa che avrebbe donato lui varie cose, vi risparmio i dettagli. Tra le varie cose c'è una gabbia che bhe, immagino Rabbioso e Selvaggia non avranno problemi a riconoscere.”

Senzavolto e SpadaInsanguinata non riuscirono a trattenere le risate.

“Rideremo dopo, quando sarà tutto finito. Dovrete essere discreti, sopratutto in città. Partirete domattina, buonanotte a tutti.”

Abyssien tornò nel tendone dove ovviamente Kriss e Salem discutevano tra loro.

“Pensi stia per arrivare?” chiese il musicista.

“Penso abbiano capito l'importanza della missione. Se i Guerrieri di Zil venissero sciolti, dove andrebbero? Non possiamo permetterci di sbagliare.”

“sEcOnDo mE StAi CeRcAnDo uN tUo SuCcEsSoRe.”

“Sei sempre perspicace mio caro Zil, lo scorso anno quando vi è stato il tradimento di Telendar ho cominciato a formare una nuova classe dirigente ma non sono ancora pronti. Selvaggia un giorno prenderà il mio posto ma è troppo presto.”

Dopo una nottata piuttosto movimentata il Branco si mise in marcia. Selvaggia e Rabbioso superate le controversie avevano deciso di guidare il gruppo a Nord, poco distante dalla Tomba degli Antenati e costeggiando i confini dell'Impero Xziarite. Il terzo giorno raggiunsero Egmyos nonostante la sorveglianza. Decisero che non avrebbero atteso, ogni istante perso poteva essere fatale. Quella notte c'era la luna piena.

“Abyssien l'aveva previsto”, disse Rabbioso mentre sentiva crescere la forza del volk presente in lui.

Ombra chiese il favore della notte per celare il gruppo da occhi indiscreti e Senzavolto poggiò la gabbia per Maschera di Ferro. Selvaggia tirò fuori un lungo pezzo di seta appartenente a Maschera e lo annusò, lo stesso fece Rabbioso le cui dimensioni continuavano a cambiare.

“Fa male?” gli chiese Selvaggia.

“Come lame nella carne ma ci son abituato.”

Entrambi gli Zil cominciarono ad annusare l'aria.

“Trovato”, esclamò Rabbioso, oramai perfettamente trasformato.

“Muoviamoci dunque! Senzavolto, SpadaInsanguinata andate avanti voi e fate in modo che nessuno ci disturbi.”

Selvaggia esaminò i tetti e vide Ombra farle cenno di raggiungerla. La città non era enorme ma aveva comunque un dedalo di viuzze. Annusando l'odore di Maschera di Ferro poterono però superarlo facilmente e grazie all'aiuto di SpadaInsanguinata e Senzavolto poterono evitare la varie pattuglie di sentinelle.

“Dorme in soggiorno”, sussurrò SpadaInsanguinata.

Ombra chiamò a se gli altri membri del gruppo. L'ex braccamago indicò loro una finestra al primo piano.

“C'è un uomo mascherato che dorme, non ha sorveglianza”, sussurrò.

“Bene andiamo noi donne Per i nostri uomini muoversi silenziosamente è difficile”, rispose Selvaggia.

“Vi attenderemo qui”, rispose il lupo mannaro.

“Il piano è questo: entriamo, lo prendiamo e ci troviamo fuori città”, annunciò Selvaggia.

“Rischioso, se si sveglia sarà un casino.”

“Non ho strumenti che gli permetteranno di svegliarsi”, disse fieramente Ombra.

“Allora così sia.”

Le donne del Branco si arrampicarono sul muro. Ombra lanciò una corda con rampino e dopo essersi assicurata che tenesse, si arrampicò fino ad arrivare sul davanzale della finestra.

Con un pugnale aprì silenziosamente la finestra. Senza fare alcun rumore entrò nella stanza, seguita immediatamente da Selvaggia e SpadaInsanguinata.

L'interno della stanza era raffinato ma non sfarzoso. Sull'unico letto singolo, un uomo mascherato dormiva russando beatamente. Ombra prese una fiala, la aprì e fece uscire un fumo verdastro che fece dirigere verso l'uomo mascherato. Nel frattempo SpadaInsaguinata origliava alla porta per accertarsi che nessuno sospettasse di nulla.

Selvaggia fece cenno ai due compagni rimasti sotto che la missione era compiuta. I due si avvicinarono e afferrarono l'uomo mascherato. Ombra non poteva accorgersi che due guardie erano alle spalle di Senzavolto ma fortunatamente fu l'hom'chai ad accorgersene. Con la solita classe che lo contraddistingueva mandò in un attimo le guardie con il sedere per terra.

Gli altri nascosero le due guardie svenute e seguirono l'ultima parte del piano: uscire dalla città.

Rimaneva una sola cosa da fare: Consegnare il pacco.

Capitolo 3 - La potente gilda

L'aria fremeva nel tendone Zil. Erano tutti presenti, nessuno avrebbe potuto non essere presente mentre il traditore Maschera di Ferro veniva consegnato. Era arrivato il momento di lavare i panni sporchi in famiglia. Per l'occasione venne costruita una piattaforma che ricordava quella di un aula di tribunale e l'imputato era stato messo nel mezzo. Maschera di Ferro era seduto su una sedia con la testa ciondolante. Abyssien gli diede un buffetto per farlo svegliare ma non successe nulla.

“Mi senti?”

Il mago uso il suo potere magico e spaccò a metà la maschera che copriva il volto all'imputato, i due cocci caddero a terra rivelandone il volto.

“Telendar?”, gemette SpadaInsanguinata.

Subito si fece un gran brusio le cui uniche parole riconoscibili erano “manipolazione” e “malinteso”.

“Basta!”, urlò Abyssien, indispettito dalla mancanza di disciplina della sua truppa.

Il brusio finì in fretta ed Abyssien si concentrò sul viso di Telendar, aveva le pupille dilatate e il viso smunto, morente. Grondava magia nehantica da tutti i pori.

“Non sembra in gran forma, Kriss vieni a visitarlo.”

Il musicista diede una rapida occhiata e sentenziò.

“Sta morendo.”

“Sento la magia nera di Nehant in lui ma non posso curarlo.”

“Io sì,” disse Kriss. “Ho il potere di farlo, ci vorrà però del tempo.”

“Bene, comincia subito. Dobbiamo ripristinare la gilda”, disse raccogliendo da terra i due cocci della maschera e poi aggiunse rivolgendosi a tutti: “fin quando la situazione non sarà stabile nessuno deve lasciare l'accampamento.”

Kriss, aiutato da altri membri degli Zil, sistemò Telendar in una zona più appartata e poi incominciò a cercare la causa di quel male. Ci vollero ore interminabili ma alla fine il sacerdote fu in grado di ripulire il corpo del giovane ragazzo da tutta la magia nehantica che lo impregnava. Nel frattempo Abyssien si era chiuso nel suo ufficio per ragionare quando notò che dentro uno dei due cocci c'era un pezzo di pergamena. Alcune parole apparvero d'incanto.

Caro Abyssien, mi dispiace di non potere essere presente. Sono sicuro che apprezzerai il dono da me fatto, anche se, come avrai notato, ha una data di scadenza. Peccato che tu non abbia continuato ad imparare la magia che ora io uso, la vera magia. Sperando che tu stia bene ti porgo i miei saluti.

Maschera di Ferro

“Arrogante, pensi di aver vinto una battaglia ma hai appena perso la guerra”, disse rabbioso Abyssien. Poi afferrò i due cocci della maschera, li ricompose e se la mise sul viso. Mescolando la sua ombra a quella che aveva indossato la maschera poté vedere dove era stata: un laboratorio in una grotta ed un altro uomo, il Nehantista. Poi vide il paesaggio, una zona simile, molto simile alla catena montuosa a Nord-ovest di Tantad.

“Il maniero di Zejabel, ecco dove si nasconde.”

Il leader degli Zil vergò alcune lettere per gli alleati, compreso Marlok. In quel mentre Selvaggia entrò nella stanza.

“Kriss è riuscito a salvare Telendar, che facciamo?”, chiese.

“Andiamo dal Consiglio delle Gilde.”

Alcuni giorni dopo arrivarono infatti al castello di Kaes, sede del Consiglio. Visto il numero importante della delegazione Zil, si decise di ospitarli all'interno delle mura. Nella grande sala circolare erano stati disposti una dozzina di posti a sedere, dedicati ad altrettanti consiglieri. Appena Abyssien entrò, Verace gli fece cenno di avvicinarsi.

“Consiglieri, Consiglieri! Giunto è il momento che la gilda dei Guerrieri di Zil dimostri il suo valore. Anche se la Consigliera Ishaia non è più tra noi, il suo ultimatum è ancora valido.”

“Noi Zil abbiamo l'onore di condurre l'assassino del Profeta, il suo nome è Telendar.”

Salem, dal suo posto guardò la reazione dei consiglieri, tutti soddisfatti tranne una, il cui volto non riusciva per nulla a dissimulare fastidio. Senzavolto entrò nella sala portando con se il prigioniero.

“Non è tutto, abbiamo le prove che sia stato manipolato da magia nehantica.”

“Ti ascolto”, disse Verace.

“Si trova nel Maniero di Zejabel.”

Il Consigliere si consultò con i suoi colleghi.

“Abbiamo bisogno di altre informazioni ma ne discuteremo più tardi. Ora il prigioniero dovrà essere consegnato ai Noz.”

Una guardia venne a prendere l'ex leader della gilda.

“I restanti membri della gilda invece potranno mantenere il loro status. La gilda è salva.”

Generalmente le storie dei pirati finiscono...male


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Capitolo 1 - La Dama Nera e La Dama Pirata

La Dama Nera, il vascello volante del capitano Palpegueuse, si muoveva a folle velocità verso la Arc-Kadia. A bordo di quest'ultima nave, l'equipaggio era in fibrillazione. Briscar dava ordini con veemenza.

“Attenti a non farci abbordare. Fate tuonare quei dannati cannoni. Issate la bandiera.”

Un cranio con una croce composta da una sciabola e una chiave metallica, il tutto su sfondo nero, era il jolly roger della ciurma. Quello della Dama Nera era invece uno sfondo rosso con il simbolo di Nehant, il suo significato era chiaro: nessuna pietà. Le due navi si trovarono l'una accanto all'altra.

FIUUUUUUU

Nugoli di proiettili vennero indirizzati verso la chiglia della nave Dama Nera e verso l'Arc-Kadia. Il legno venne squarciato in molteplici punti ma nessuna delle due navi venne per questo fermata. Immediatamente i due equipaggi si ritrovarono a fronteggiarsi ma la ciurma della Dama Nera era più numerosa e gli uomini di Al la Triste vennero sopraffatti.

Al la Triste affondò la sua lama nel corpo di molti nemici prima di raggiungere i suoi uomini. La forza ed il coraggio del capitano contagiarono ben presto il resto della ciurma. Klemence rilasciò Ekrou che da solo abbatté diversi nemici. I maghi usarono le loro magie per colpire i motori della nave nemica. Ti Mousse tagliava come meglio poteva le corde con cui erano stati abbordati, per impedire che giungessero nuovi nemici. Poukos buttò fuoribordo in acqua diversi nemici e Trefle ne stese diversi grazie ai suoi martelli. Le cose però andarono rapidamente peggio quando uno stormo di creature alate comparve ad attaccare la ciurma. In quel mentre Palpegueuse grazie alla magia di Nehant lanciò un fulmine nero contro la nave.

Il primo motore smise di funzionare e la nave cominciò a ruotare su se stessa. Al non aveva scelta, doveva salvare nave e ciurma. Si precipitò verso la sala macchine e venne immediatamente investita dalle scariche elettriche del fulmine nero. Non arretrò nonostante la fatica e tirò fuori dalla tasca il medaglione del padre appena trovato. Sui macchinari c'era uno spazio in cui inserirlo.

“Appena trovato, appena utilizzato.”

La console in cui aveva inserito il medaglione si abbassò e attivò un intricato sistema magico. Un macchinario cominciò ad emettere e ad assorbire energia. Poi ci fu un gran lampo. Lo spazio ed il tempo sembrarono distorcersi. Tutti i membri della ciurma tranne Ekrou svennero. Al venne svegliata da fischio del vapore fuoriuscente da alcuni tubi. Vide che teneva in mano il medaglione del padre, oramai svuotato di tutta la sua energia magica. La nave era inclinata di lato, immaginando che i motori fossero entrambi fuori uso ciò significava che erano a terra. Si diresse verso il ponte dove trovò i suoi uomini ad aiutarsi l'un l'altro e a legare i membri della ciurma di Palpegueuse, divenuti ora loro prigionieri. L'Arc-Kadia era spiaggiata sull'isola della capitale perduta della pirateria.

Erano tornati sulle Isole Bianche sani e salvi, solo l'Arc-Kadia aveva sofferto.

Capitolo 2 - Passato Riemerso

Erano passati alcuni giorni. Klemence e Trefle erano impegnate nelle riparazioni. Le due ragazze erano esauste ed afflitte da quello che avrebbero dovuto dire al loro Capitano.

“Allora, datemi buone notizie”, disse Al la Triste guardando il macchinario.

Klemence e Trefle erano imbarazzate.

“Non proprio buone notizie; il motore si è sciolto e la batteria principale ha avuto uno sbalzo di tensione. Molti componenti non rispondono più e non c'è più energia. C'è stata una scarica di energia che ha fatto gran parte dei danni”, spiegò Trefle.

“Significa che la nave è da buttare?”

“Nono, siamo in grado di riparare gran parte dei componenti, l'Arc-Kadia è una bella bestia. Però il macchinario in cui hai inserito il medaglione, ecco quello non siamo in grado di ripararlo.”

“Per le corna del Serpente di Nebbia, non c'è una soluzione?”

“Dobbiamo trovare chi ha progettato la Arc-Kadia.”

Al tolse il tri-corno e si grattò la testa, segno che stava riflettendo.

“Tornerà a volare?”

“In due settimane di riparazioni sì ma bisognerà sperare che basti. Potrei avere bisogno del golem che abbiamo trovato nel tesoro del titano”, disse Klemence.

“Tutto tuo. Non perdete tempo e tornate al lavoro.”

Mentre Klemence mostrava la sua gioia, Al la Triste uscì dalla sala macchine e lanciò un urlo” Briscaaaaar! BRISCAAAAAAR!!!”

Il vecchio pirata si diresse a rotta di collo dal suo capitano.

“Eccoti finalmente. Butta i morti nel vortice e fai lavorare i prigionieri. Mettili a lavorare sul fianco destro della nave, non possono fare troppi danni in quel punto. Saremo bloccati per diverso tempo, quindi organizza ronde e stazioni di guardia.”

Il vecchio pirata fece uno sforzo mnemonico e poi annuì.

“Vai nella stanza di Occhio di Gemma, in attesa del suo ritorno sono sicura che non le dispiacerà”, disse strizzando un occhio.

Dopo pochi giorni la nave era stata raddrizzata. La cabina di Al la Triste era sottosopra, tutti gli oggetti erano caduti a terra, sparpagliandosi. Cominciò a mettere in ordine. Era divertente rimettere al proprio posto i vari libri, cercando via via di abbinarli per dimensioni o per tematiche trattate. Poi, d'un tratto, la sua attenzione venne catturata da qualcosa che sbucava da sotto il suo letto. Il capitano fece passare la sua mano sinistra nel piccolo pertugio e poi la fece riemergere con qualcosa di vecchio e polveroso. Con frenesia sciolse i nodi che avvolgevano il libro. La carta di cui era composto si sfibrava in più punti, pertanto lo fece con più attenzione. Aveva già visto quel libro una volta, l'aveva visto tra le mani di suo padre.

“Eccoti finalmente, ti ho cercato così a lungo ed eri proprio qui”, disse ispezionando la prima pagina.

“Libro di bordo di Geant dagli occhi tristi” c'era scritto e poi continuava con “e di Alexandra.”

“Figlia mia, quando leggerai questo libro, io probabilmente non ci sarò più. In questo libro troverai quello che dovrai sapere su di me e sulla nave.”

La prima parte parlava della vita da giovane di Geant dagli occhi tristi. Era nato in quello che era rimasto di Bramamir, i suoi genitori furono tra i primi a divenire pirati non appena la guerra contro Nehant ebbe inizio. Seguì poi le orme dei genitori e divenne a sua volta pirata, conobbe incantesimi con i quali poté realizzare la sua nave: la Arc-Kadia.

La seconda parte del libro spiegava come avesse reclutato il suo equipaggio e come avesse creato la nave. Nel libro si parlava di Hic, suo secondo prima di diventare Capitano del Titano. Si parlava anche della ribellione di Gamba di Legno, un giovane pirata che poi era stato lasciato in esilio su una delle Isole Bianche. Inoltre c'erano varie informazioni tecniche sulla nave.

Al si diresse immediatamente in sala macchine e fece vedere le spiegazioni dei componenti a Trefle. Trefle buttò un occhio ma la sua specialità era il ferro e non ci capiva molto.

“Per capirci qualcosa serve Klemence.”

“Dove diamine è?” urlò il capitano mentre Trefle aveva ricominciato a battere il ferro caldo.

“Nella bottega.”

“Perché non è qui dove dovrebbe essere?”

“Ha appena terminato il suo nuovo giocattolo, pare sia importante.”

La bottega era un piccolo spazio riservato a Klemence e alle sue invenzioni. Al dopo una piccola deviazione nelle sue stanze si diresse verso la bottega. La ragazza stava fissando una trave insieme ad Ekrou.

“Capitano, sono stata molto occupata a lavorare su questo nuovo gadget.”

“Mi spieghi perché non sei a lavorare dove dovresti essere?”

“Mi aiuterà Ica-Rusty, è più piccolo e agile di Ekoru, dovevo per forza ripararlo.”

“Okay, okay”, rispose scuotendo i progetti del padre.

Klemence collegò alcuni cavi su Ica-Rusty e dopo qualche sobbalzo nel controller riuscì a manovrarlo.

“Dovrò ancora lavorarci, ci vorrà tempo.”

Al le porse i progetti del padre. La giovane meccanica buttò un occhio e subito si esaltò come se avesse trovato un tesoro incredibile.

“Meraviglioso, questo è meraviglioso.”

“Ok, cosa è meraviglioso?”, tagliò corto Al.

“Questi sono i progetti della nave ma non solo, c'è anche un sacco di altra roba: come attivare la console del medaglione e tanta altra roba. Peccato siano tutte informazioni codificate, ci serve una chiave per decifrarle.”

“Brava ragazza, troveremo qualcuno che lo faccia.”

Capitolo 3 - Nuove missioni per l'equipaggio

Grazie ad Ica-Rusty le riparazioni più importanti erano state eseguite. Per evitare problemi o improvvise esplosioni, l'equipaggio era sbarcato. Klemence con Trefle aveva sistemato i motori e la batteria era stata ricaricata dalla magia di Bragan e Mylad. Tutto funzionava seppure con prestazioni ridotte.

“Per funzionare, funziona, ma non andremo tanto lontano”, proferì Klemence.

“Sopratutto se si incrocia nuovamente la Dama Nera”, aggiunse Trefle.

L'equipaggio riprese possesso della nave, Briscar si avvicinò ad Al.

“Dove andiamo comandante?”

“Su un 'isola particolare, un'isola senza nome su cui venne mollato Gamba di Legno”, rispose maliziosamente.

“Gamba di Legno? Perché vuoi incontrare quel traditore? Io l'ho conosciuto quando tu eri solo una bambina ma insomma...”

“Perché è stato uno di coloro che hanno contribuito a creare la Arc-Kadia e che fece parte dell'equipaggio originario. Dobbiamo tradurre le informazioni lasciatemi da mio padre e penso che Gamba di Legno possa aiutarci.”

“Dovremo stare attenti, se quel pazzo è ancora vivo, porterà sicuramente rancore verso tuo padre.”

“Vedremo.”

La nave zigzagando tra le isole si diresse verso il tramonto. Siccome i motori non erano in gran forma, durante la notte la nave venne ormeggiata e Al ne approfittò per fare un discorso alla sua ciurma.

“Fratelli e sorelle pirati! Abbiam trovato il tesoro di Hic! Siamo sopravvissuti all'attacco del capitano Palpegueuse! Dovremo riparare la nave in modo che torni al suo splendore e sopratutto ritrovare la Dama Nera e dargli una bella lezione.”

Sguainò la spada e la diresse verso il cielo, imitata dal resto dell'equipaggio. La notte era lunga ed Al disegnò una mappa per arrivare dove era segregato Gamba di Legno. Le riparazioni dovevano essere eseguite continuamente e pertanto molte manovre azzardate sarebbero state impossibili. Il giorno seguente la Arc-Kadia era giunta in una zona facente parte dell'antico regno di Bramamir. A su-ovest tra il vortice e le isole bianche c'era un'area denominata Lacrime di Polvere, una zona i cui si trovavano centinaia di isole, diverse per forma e dimensioni. Viste da lontano sembravano proprio lacrime di polvere. In quel luogo era stato abbandonato Gamba di Legno. Al diresse la nave in quella marea di isole e la guidò tenendo con una mano la mappa che aveva disegnato. Al timone c'era Briscar, il migliore dell'equipaggio in quel ruolo.

“5 gradi a dritta”, disse il capitano.

“5 gradi a dritta”, rispose il vecchio pirata facendo la barra in quella direzione.

Il resto dell'equipaggio era sparpagliato per la nave, molti di loro stavano pensando a cosa avrebbe riservato loro il futuro. Il percorso che stavano seguendo era molto pericoloso e nessuna nave avrebbe potuto farcela senza dover far da spola tra un'isola e l'altra. Infine la nave arrivò all'isola prescelta, un'isola adatta alla vita umana visto l'alta presenza d'acqua e di vegetazione.

“Beh, io scendo”, annunciò Al.

“Sicura?”, le chiese Briscar.

“Certamente.”

“Fai attenzione, niente si ottiene senza concedere altrettanto.”

“Io devo fare attenzione? Ahaha ma io faccio sempre attenzione”, gli rispose ridendo.

Al la Triste si avventurò sull'isola, tagliando la vegetazione che la intralciava con la sua spada. Dopo aver percorso metà dell'isola sentì in lontananza un leggero profumino di aragosta alla griglia. Così, dopo essersi armata del suo olfatto si diresse in quella direzione finché non trovò un uomo intento a cucinare un grosso granchio. Aveva lunghi capelli e barba incolta. I suoi abiti una volta sontuosi ed eleganti erano ridotti a stracci. Quando gli occhi dei due si incrociarono, quelli di lui divennero tristi, memori di un lontano passato. Afferrò una chela di granchio e la divorò voracemente.

“Ciao Gamba di Legno.”

Lui non rispose, preferendo mangiare un altro boccone.

“GAMBA DI LEGNO”, urlò.

“Bhe, che vuoi? Non vedi che sto mangiando?”

“Sono Al la Triste, figlia di Geant dagli occhi tristi”, disse con convinzione.

“Che vuoi da me ragazza?”, rispose tremando.

“Quello che voglio da te dipenderà solo da te.”

“Ma cosa vuoi? Tuo padre mi abbandonò su quest'isola.”

“Ho bisogno che tu mi aiuti con i progetti della Arc-Kadia.”

“Aahahaha così i tuoi meccanici sono di aceto e piscio! La nave è fuori uso e tu non sai come ripararla, eh?”

Al non diede soddisfazione al vecchio pirata e non mostrò di essere stata toccata dalle sue parole.

“Bhe se vuoi restare in questo luogo fino alla fine dei tuoi giorni.”

“Nononono, aspetta aspetta. Ti aiuto ma voglio avere una gamba ed un braccio.”

“Andata.”

“E anche...”

“Non avrai altro”, tagliò corto.

Gamba di Legno si grattò la testa, probabilmente ricoperta di pidocchi, rifletté bene e poi si sputò sulla sua unica mano, la pulì ben bene e poi la porse per una stretta che suggellasse il patto. Passarono alcuni giorni ed Al mantenne la parola. Klemence e Trefle stavano lavorando sulla creazione di due nuovi arti meccanici. Gamba di Legno invece stava facendo conoscenza dell'equipaggio e ne traeva un discreto diletto dal momento che non aveva avuto molta compagnia negli ultimi anni. Al lo convocò nella sua cabina.

“Questo posto non è cambiato di una virgola.”

“Concentrati Gamba di Legno.”

“Per una volta sarò serio.”

“Dai un'occhiata e dimmi quel che sai”, disse Al porgendogli il diario del padre.

“Scusa ma non so tradurlo.”

“Allora ti riporto sull'isola.”

“Ma...so chi può farlo.”

“Chi?”

“Il pirata Predicatore.”

“Mai sentito, il diario di mio padre non ne parla.”

“Normale, voleva cambiare vita ma io invece so da dove viene, cosa sa e tutto il resto.”

“Bene allora, si parte e tu ci guiderai.”

Un mondo sul precipizio


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Capitolo 1: Ombrosa

Rosse fiamme danzavano nell'aria, mosse da potenti raffiche di vento. Intorno c'era il caos. La terra oscurava il sole, tutto era piombato nelle tenebre più assolute nonostante fosse giorno. Le due sorelle avanzarono con cautela ma niente poteva turbare il loro cuore di guemelite dell'ombra. Erano attratte da qualcosa. Più avanti vi era una nera collina, arida e bruciata, sulla cui sommità era situato un trono di cristallo insanguinato e recante il simbolo di Nehant. Le due sorelle arrivarono al trono. Un uomo alto, avvolto in un manto spiegazzato e bruciacchiato le attendeva. Riconoscere il suo viso era impossibile ma le sorelle sapevano che le stava aspettando.

“Maestro”, dissero all'unisono.

Immediatamente il tutto divenne confuso e andò a mescolarsi per dare vita ad Ombrosa..

“Ottimo, sei quasi perfetta”, si avvicinò.

La creatura d'ombra portò il suo viso vicino a quello dell'uomo che aveva appena parlato. L'uomo alzò la mano e con le dita accarezzò il viso di lei.

“Sì, sei quasi perfetta. Non manca nulla, quello che manca verrà presto completato.”

Tutto il paesaggio andò a deformarsi, il trono scomparve ed Ombrosa si divise in Silene e Selene. Poco dopo le due sorelle si svegliarono madide di sudore; decisero immediatamente di consultarsi.

“Anche tu...”

“...hai avuto quel sogno?”

“Strano...”

“...e così reale.”

Le due donne non potevano crederci. Dovesi esserci della magia all'opera, era strano anche per due gemelli sognare la medesima cosa. Decisero di andarne a parlare con Dimizar. Quest'ultimo aveva fatto un incantesimo che gli impediva di dormire, ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva il viso morto dell'essere con cui divideva il corpo. Inoltre in non dormire gli permetteva di poter portare avanti la sua fitta rete di cospirazioni. Le due sorelle gli raccontarono il sogno ed il nehantista rispose loro che c'era un significato profondo dietro di esso.

“Il momento di ripagare il tuo debito è giunto, Dimizar”, disse una voce proveniente da in fondo alla grotta.

“Sì, è giunto il momento”, ripose alla due sorelle che però non capirono.

“Giunto cosa?” chiese Silene.

“Il tempo di avvicinarsi a Nehant, mie fanciulle.”

Silene e Selene si guardarono con un sorriso.

“Non sorridete prima del tempo, sarà doloroso”, disse cacciandole dal suo laboratorio. “Vi preparerò per un lungo viaggio, forse senza ritorno.”

Le due sorelle passarono il tempo ad immaginarsi come avrebbero potuto avvicinarsi a Nehant; in quel mentre entrò nella stanza Ardrakar.

“Quindi Nehant ha deciso di darvi il marchio! Ottimo, l'ho passata anche io.”

“E come andò?”

“Male ma perché ero collegata a Dragone. Una dura lotta in cui Nehant ha dovuto recidere il legame che mi collegava ad esso, poi mi ha donato una sua piccola parte”, disse indicando la pietra-cuore.

Stupite, le due sorelle, stavano per attaccare con mille domande ma Ardrakar tagliò corto.

“Vi auguro buona fortuna, Dimizar mi ha raccontato il vostro sogno, spero si realizzi. Darei qualunque cosa per diventare Dama di Nehant.”

Le due sorelle furono confortate e siccome erano molto ansiose si diressero all'entrata per aspettare Dimizar. Poco distante, Mangia-anima si intratteneva con Carkasse. Infine giunse Dimizar, accompagnato da Maschera di Ferro. Il piccolo gruppo lasciò il Maniero e si diresse tra piccoli sentieri montani. Dopo pochi giorni di cammino si ritrovarono nei territori meridionali di Tantad. I vulcani fumavano come al solito, ricordando a tutti la loro esistenza.

“Ci siamo quasi, non dista molto”, disse Dimizar mentre i suoi compagni cominciavano ad essere stanchi di camminare. “Aspetteremo qui e poi lo chiameremo.”

“Chiameremo chi?” chiese Selene.

“Il Grande Divoratore”, rispose Maschera di Ferro, che portava al volto una semplice maschera invece della sua solita copertura.

“Che cos'è? O chi è?”

“Questo è l'inizio della fine per voi due e l'inizio di qualcosa di nuovo per qualcun altro.”

Il gruppo progredì fino ad una piccola radura su cui non c'era alcun arbusto, pianta o segno di vita. Dimizar che sembrava star seguendo una traccia invisibile, d'un tratto si fermò.

“Eccoci.”

Silene e Selene si guardarono attorno non vedendo nulla.

“Dov'è il Grande Divoratore?”

“Da qui non si vede, è nei meandri della terra”, rispose il nehantista indicando il terreno sottostante.

“Da qui Nehant iniziò la sua opera scatenando orde di demoni. Ora il Grande Divoratore fa da guardia a questo luogo, in attesa del ritorno del suo padrone.”

Dimizar tirò fuori da una scatola che poggiò delicatamente a terra , due frammenti di nehant e li consegnò a Maschera di Ferro.

“Divenite Ombrosa”, ordinò Dimizar.

Le due sorelle si unirono e divennero una creatura dalle quattro braccia.

“Maschera, inizia.”

I due maghi cominciarono a disegnare sul terreno delle linee a spirale e così facendo riuscirono a creare un cerchio abbastanza grande. Maschera di Ferro prese dal frammento tutta l'energia ed intrise metà del simbolo appena tracciato di un coloro vermiglio, Dimizar fece lo stesso.

“Guardiano dei meandri, Grande Divoratore. I servi di Nehant ti invocano, ascolta la nostra voce.”

Ripeterono questa litania diverse volte, il simbolo ogni volta si gonfiava sempre più. D'un tratto la terra tremò.

“Eccolo”, urlò Dimizar. “Ombrosa entra nel cerchio.”

La creatura d'ombra entrò nel cerchio mentre in lontananza un essere grande come una collina, no come una montagna si avvicinava. La sua bocca era un pozzo vermiglio.

“Ho sentito la chiamata e sono arrivato, Maestro”, disse una voce proveniente dalla creatura..

Dimizar e Maschera di Ferro afferrarono Ombrosa e la lanciarono verso il mostro, fuori dal cerchio.

“La creatura deve vederti, mangiala”, ordinò Dimizar.

Ombrosa pensò fosse giunta la sua fine mentre la bocca enorme del mostro la inghiottiva come un vortice. Quando il Grande Divoratore l'ebbe ingoiata tutta, Dimizar parlò.

“Ci verrà resa quando il tempo sarà giunto. Lo vedremo presto. Il Signore sta tornando ed io sarò abbastanza forte per guidare le sue legioni.”

La bocca si chiuse e la creatura sprofondò nuovamente nel terreno.

“Ora che si fa?”

“Torniamo al Maniero per completare il piano.”

Ombrosa cadde, inesorabilmente attratta in un luogo in cui nessuno avrebbe mai voluto metter piede. Infine atterrò. Cadde di faccia sul terreno, o quello che era. Aveva i polmoni pieni di polvere e con molta fatica riuscì ad alzarsi. Il paesaggio era incredibile. Una grotta ricolma di nere vasche di pietra, ricolme di sostanze viscose simili a lava ma opache.

“Ombrosa ti do il benvenuto, io sono il Grande Divoratore, vieni da me.”

La voce proveniva dalla parte opposta della grotta. Lei obbedì e si diresse verso quella direzione. Notò che il materiale di cui le vasche erano ricolme, era vivo e si muoveva con una volontà sua. Dall'altra parte c'era un trono scolpito in un cristallo nero.

“Sei pronta al sacrificio, Ombrosa?”

“Di cosa stai parlando? Fatti vedere!”

Vicino all'altare comparve una piccola creatura umanoide. Una ripugnante creatura simile a Mangia-anima ma dal viso umano.

“Siamo dentro il Gran Divoratore?” chiese Ombrosa.

“Sì. Attenta ai tuoi pensieri, qui sono miei, potrei decidere di imprigionarti qui per sempre.”

“Allora sai benissimo che ti avrei chiesto come potersi avvicinare a Nehant.”

“Ti ho detto che serve un sacrificio.”

“Il sacrificio di chi?”

Il Grande Divoratore mostrò una fila di lunghi denti affilati, lui invece si limitò a sorridere.

“Togli quella brutta pietra-cuore incastonata nel tuo petto.”

Ombrosa sapeva che non era una cosa pericolosa da fare ma addirittura mortale. Sapeva di molti che erano morti dopo aver tentato tale gesto.

“Un guemelite non può vivere senza la sua pietra cuore”, disse con convinzione.

“Sì, è possibile che tu muoia. Forse dovresti tornare da Dimizar.”

“Tutto qui ? Io sono stata scelta da Nehant. Si farà secondo la sua volontà.”

“Allora non ti resta che togliere quella pietra.”

Ombrosa divenne dubbiosa: doveva morire per Nehant?

La coscienza di Silene e Selene, divenute una cosa sola, avevano preso una decisione? Dopo alcuni attimi di esitazione afferrò un pugnale dalla cintura e se lo piantò nel petto, dove c'era la pietra-cuore. Facendo leva riuscì a toglierla. Il dolore venne immediatamente. Era come se la sua carne venisse maciullata e le braccia strappate a forza. Con gran forza di volontà porse la pietra al Gran Divoratore. Rivoli di sangue sgorgavano dalla ferita. Poi cadde a terra, incosciente.

“Sacrificio accettato dal Gran Divoratore”

Il demone si diresse verso una vasca. Il materiale liquido si solidificò assumendo la forma di un nero cristallo.

“Tu Ombrosa, Dama di Nehant vivrai”, disse piantando la pietra-cuore nel petto di lei.

La rigenerazione fu immediata. Il corpo di lei mutò improvvisamente. Ora aveva capelli bianchi e un corpo sinuoso più simile a quello di un serpente che ad una donna. Si risvegliò. La prima cosa che vide fu il bagliore rosso della pietra-cuore nel suo petto. Selene e Silene, si chiese, erano riuscite a mantenere la forma di Ombrosa nonostante la perdita di coscienza.

“Che è successo?”

La voce di Ombrosa era mutata, ora era più sibilante e seducente.

“Quello che voleva il maestro. Silene e Selene non esistono più, ora c'è solo Ombrosa.”

Ombrosa ascoltò le parole del demone. Si sentiva più forte e più connessa a Nehant. Rise dolcemente al pensiero, poi con più gioia. Era diventata Guemelite di Nehant.

Capitolo 2: La Trama Principale

Dimizar e Maschera di Ferro erano tornati al Maniero da diversi giorni e non si poteva dire che avessero perso tempo. I loro piani procedevano come pianificato e le recenti azioni degli Zil non avevano modificato il quadro complessivo. Mangia-Anima piombò nello studio con una coscia di uccello, sulla quale c'era avvolto un messaggio.

“Che cosa porti? Non dirmi che ti sei mangiato il piccione viaggiatore?” chiese Dimizar temendo la risposta.

Il demone poggiò a terra il resto dell'uccello e dopo aver consegnato il messaggio se ne uscì in fretta dalla stanza per non incorrere in ramanzine.

“Avrei fatto meglio a non confidare in lui”, disse disperato dalla stupidità del demone.

Il nehantista srotolò il messaggio macchiato di sangue.

“Tutto è pronto. Domani la richiesta verrà presa in considerazione, verrete chiamati al dibattito. O.”

“Sembra una buona notizia”, disse la voce dello specchio.

“Di più, è eccellente”, gli rispose Dimizar.

“Beeene, molto beeeeene. Attento però ai nemici, sono sempre numerosi e agguerriti. Questo Marlok può diventare un problema.”

“Marlok e i suoi amici sono sì un problema ma hanno punti deboli tra le loro fila. In ogni caso non siamo ancor arrivati a quella parte del piano. Io vado, Decaduto sei pronto?”

“Sì Maestro”, rispose l'ex solarian.

“Ottimo, andiamo.”

Alcuni giorni dopo al Castello di Kaes. Il Consiglio era riunito per affrontare una mozione importante e non di facile lettura. Il Consiglio avrebbe infatti dovuto votare se mantenere proibita o meno la magia nehantica. Venne data la parola al Consigliere Verace, forte oppositore alla magia nehantica. Il suo intervento era il penultimo prima delle votazioni.

“Vi rendete conto di cosa stiamo dibattendo? Avete dimenticato che i nostri padri e le nostre madri hanno combattuto nella guerra contro Nehant? Siate seri per una volta, non possiamo prendere in considerazione tale evenienza.”

Chi era d'accordo urlò la propria approvazione, i contrari urlarono il proprio sdegno.

“SILENZIO! SILENZIO.”

Il Consigliere Decano Kaketsu sbatté il suo bastone sul pavimento per far cessare tale chiasso. La sessione era stata organizzata in modo che dopo una posizione contraria alla mozione ce ne fosse una di visione opposta.

“La parola al Consigliere Verace”, disse il vecchio consigliere originario da Xzia.

“Grazie Consigliere. Colleghi consiglieri, consulenti. Ciò di cui discutiamo oggi è il motivo stesso per cui è nato il Consiglio. Uno dei motivi fondanti alla creazione di questo consiglio è il dover combattere chi faccia uso di magia nehantica. Non ho altro da aggiungere.”

Verace andò a sedersi mentre la parola veniva data alla Consigliera Edrianne. Prima che lei potesse iniziare a parlare, un giovanotto le consegnò una pergamena. Lei la lesse immediatamente e poi si diresse a pronunciare il suo discorso.

“La magia nehantica è proibita. Le fiamme sono pericolose ma vengono lo stesso utilizzate. Cosa bisognerebbe dire della magia delle ombre, così vicina alla magia nehantica? Non ci sogneremmo mai di dire che le gilde che la utilizzano sono fuorilegge. Io credo sia arrivato il momento di non commettere gli stessi errori del passato. È facile vietare, più difficile è conoscere. I tempi sono cambiati, non è più Nehant la minaccia ma lo è la pietra caduta dal cielo e la gente del deserto. Ho qui in mano un rapporto che dice che mentre noi parliamo, la Tomba degli Antenati sta cadendo a pezzi.”

“Qual'è questo rapporto?” intervenne Kaketsu.

“Glielo porto, Decano. All'interno c'è scritto che l'Arcimaga Anryena e i maghi del Compendium, conosciuti per essere i migliori maghi del mondo, hanno fallito. Cosa succederebbe se io vi dicessi che la magia di nehant ha successo dove la magia compendium fallisce?”

“Ti risponderei che stai mentendo!” intervenne con foga il Consigliere Edrios, originario di Tantad.

“Allora dovrò presentarvi un ospite che è qui per confermare quanto ho appena detto.”

A quel punto Dimizar entrò nella stanza tra lo stupore generale. Il nehantista camminò deciso fino ad Edrianne e senza attendere che gli venisse data parola cominciò a parlare.

“Signore, signorine e signori del Consiglio delle Gilde, lasciatemi porgervi i miei saluti. Sono onorato di potervi dire che la magia nehantica è la miglior soluzione ai vostri problemi.”

Verace guardava disgustato il nehantista ma molti altri pendevano invece dalle sue labbra.

“Da quando è giunta la Pietra Caduta dal Cielo ho sentito una potente forza magica provenire da quella zona e grazie alla magia nehantica io so come fermarla.”

Qualcuno protestò.

“Credo che sarebbe meglio se vedeste con i vostri stessi occhi. Ecco a voi un solarian che non può più usare la sua magia distruttiva contro di noi.”

Il Decaduto entrò nella stanza tra l'attonimento generale.

“Come avrete letto nei rapporti, con i nomadi ci sono persone con ali che fuoriescono dalla schiena e con poteri spaventosi. Ecco lui era uno di quelli.”

“Tutto ciò è terrificante”, intervenne Verace.

“Mostruoso è pensare che gente come lui venga a sottrarci la nostra terra”, rispose Dimizar.

“L'unica cosa che hai dimostrato è che hai trasformato un solarian in... in questa cosa.”

“Posso farvi vedere un'altra prova se mi consegnaste due piccoli pezzi di Pietra Caduta dal Cielo.”

Verace acconsentì e poco dopo una guardia portò una scatola con all'interno due frammenti della Pietra richiesta.

“Grazie”, disse Dimizar.

Teatralmente il nehantista afferrò i cristalli in modo che tutti potessero vedere.

“Come potete vedere la magia nehantica si basa sulle ombre e quindi può nascondere ed imbrogliare.”

I cristalli divennero opachi come se un velo d'ombra li stesse permeando.

“La magia nehantica permette di schermare i nostri nemici dall'aiuto dei loro dei, la fonte del loro potere”, disse porgendo la pietra a Verace. “Non rischi nulla, tranquillo.”

I consiglieri rimasero stupiti dell'effettiva utilità della magia nehantica, avrebbero potuto fronteggiare e vincere contro gli invasori del Deserto.

“Io posso cambiare il flusso degli eventi ma per fare ciò la magia nehantica non deve essere più proibita e chi la utilizza non deve più essere trattato alla stregua di un criminale.”

“Ma tu sei un criminale, dovremmo farti giustiziare ora”, intervenne Edrios.

“Certamente ma allora la terra di Guem sarebbe spacciata. La scelta dipende dalla vostra coscienza.”

Kaketsu colpì il terreno con il bastone, la seduta era finita. Il Decaduto e Dimizar uscirono dalla stanza.

“Maestro, accetteranno?” chiese il solarian.

“Ovvio, molti consiglieri sono rimasti convinti. Ohhh, abbiamo così tante cose da fare”, rispose con un gran sorriso.

Dopo un'ora Dimizar venne fatto rientrare nella sala. Immediatamente capì l'esito delle votazioni dal volto di Verace, furioso.

“Con 11 voti a favore e 4 contrari viene abrogato il divieto di utilizzare la magia nehantica. Chiunque pratichi tale magia dovrà comunicarlo al Consiglio o verrà trattato come un criminale”, disse Kaketsu.

“E ora l'inizio della fine”, mormorò Dimizar ma il Consigliere Decano non aveva ancora finito.

“Potrai formare una Gilda ufficiale, le cui attività saranno controllate dal Consiglio. Se non porterai a compimento la missione contro i Nomadi del Deserto la gilda verrà sciolta e verrete braccati fin quando non sarete stati tutti catturati.”

“Fantastico.”

Più tardi Dimizar aveva lasciato il castello e venne raggiunto da uno dei Consiglieri che non era altri che Odio mutatasi in uno di loro.

“Quegli idioti hanno creduto ad ogni singola cosa. Tutti tranne Verace, Edrios, Kaketsu e Chantelain.”

“Ottimo ottimo, sei stata bravissima.”

La missione contro i nomadi sarebbe stato il diversivo perfetto.

“Maestro, adesso cosa facciamo?”

“Oh prima bisogna liberare Amidaraxar dalla sua prigione e poi ricongiungerci a Nehant ma di questo se ne occuperà Ombrosa. Andiamo, dobbiamo dimostrare al mondo i nostri progressi contro ai Nomadi.”

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