De Eredan.

Sommaire

Atto 4: Mettere a ferro e a fuoco


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1. Il corvo e l’imperatore


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Parte 1. Il corvo

I due serpenti piumati volavano in direzioni opposte, facendo cerchi nel piccolo spazio in cui si trovavano da diverse ore con Toran. Nessuno metteva piede lì da lunghissimo tempo a giudicare dalla polvere che si era posata sugli oggetti e i mobili. Quel luogo era una sorta di stanza del tesoro visto che non c'era altro che oggetti lasciati dagli Imperatori fin dai tempi di Xzia stesso. In tempi normali, solo l'Imperatore avrebbe potuto mettere piede in quelle stanze, ma Toran era il reggente e tra i suoi diritti c'era quella di curiosare in giro. L'anziano Tsoutai non si aspettava di trovare niente in quella spedizione attraverso le memorie degli Imperatori, ma quello che scoprì sarebbe andato a cambiare la storia fino alle radici, a meno che, naturalmente, la storia non si dovesse svolgere così. Dopo aver attentamente osservato le diverse pergamene, egli trovò un kakemono di seta attentamente ripiegato nascosto in una armatura di uno degli Imperatori. Toran lo aprì con cura e lo poggiò a terra in modo da avere una migliore visione d'insieme, in quel momento delle piume nere molto lunghe uscirono fuori. Egli le recuperò con cura e senza alcuna esitazione seppe che appartenevano a un corvo. Qualcuno aveva incollato dei fogli di riso sulle stecche di bambù del kakemono, sul quale aveva poi scritto una storia. Dalla qualità della grafia si poteva valutare che il testo fosse stato scritto di fretta.

Toran si precipitò nella lettura. L'autore era l'Imperatore Yaji, il quale raccontava nella sua storia di un vecchio sospettato di essere uno spirito malvagio e che fu intrappolato nella miniera di Grigioferro nella regione d'Oryun. Yaji riconosceva di aver paura dell'influenza che quest'uomo avrebbe potuto avere sui suoi sudditi. Successivamente raccontava come la guerra tra Xzia e la Draconia aveva fatto emergere una nuova famiglia e riconoscere un clan finora odiato.

Toran comprese allora che quella era la storia del clan del Corvo, anche se conosceva già il pezzo riguardante l'intervento del clan nella guerra contro la Draconia, ignorava l'affronto che aveva subito il Corvo ritrovandosi come un miserabile in fondo a una miniera. Sentì allora il bisogno di conoscere di più su questa persona intrappolata sotto una montagna di Grigioferro. Purtroppo i suoi incarichi da reggente gli ricordarono che non avrebbe avuto tempo sufficiente da dedicare a questa faccenda.

La sera stessa inviò una lettera al Signore Imperiale Gakyusha affinchè gli venissero assegnati uno o due membri della Kotoba. La risposta non tardò. Si presentarono al palazzo due persone che volevano incontrare Toran. Quest'ultimo li ricevette tra due riunioni importanti. Il primo era Furagu, il porta stendardo della Kotoba e veterano di innumerevoli battaglie, il secondo era Shui Khan, un antico vecchio allievo di Tsuro divenuto uno dei migliori Bracconieri. Tutti e due si inchinarono rispettosamente davanti a Toran e attesero che il reggente parlasse loro, com'era d'usanza. Ma furono sopresi nel vedere il vecchio maestro invocare il suo Cercafalla , che subito si librò nella sala.

“Possiamo parlare senza il timore che nessuno ci stia ascoltando. Quello di cui vi devo parlare e la missione che vi sto per assegnare devono rimanere un segreto. Sono onorato che il signore imperiale mi abbia inviato due illustri eroi dell'impero. Ahimè, vi sto per inviare in un luogo ben lontano dallo splendore della vostra fama.”

Toran srotolò il kakemono.

“Leggete qui.”

Entrambi lessero gli scritti senza comprendere fino in fondo quale fosse il senso.

“Vedete, il clan del Corvo è nato nel dolore, il disprezzo e l'odio. Ho il sospetto che il vecchio di cui parlano nella storia sia il Corvo in persona, un essere molto potente. Vi sto inviando ad Oryun per esaminare la miniera ormai abbandonata."

“Una miniera di Grigioferro? La mia armatura è fatta di quel metallo”. Spiegò Furagu.

“Cosa dobbiamo cercare signor Reggente?” Chiese Shui Khan.

“Tutto ciò che potete trovare a proposito del prigioniero. Gli archivi della miniera devono trovarsi lì”.

“Partiamo dubito”.

Ayako era nascosta dietro una delle statue che si trovavano davanti al palazzo imperiale. Sorvegliava con severa attenzione le entrate e le uscite per non perdere di vista la partenza di Furago e Shui Khan. La sorella minore del Campione dell'Imperatore aveva approfittato dell'assenza di Henshin, suo tutore e nonno, per farsi un giro nelle animate vie di Meragi. Perlopiù per caso, aveva scorto una armatura come quelle di suo padre, così come l'insegna della Kotoba. Credendo che suo padre o suo fratello fossero lì, seguì il guerriero. Non si trattava di un membro della sua famiglia, ma di un porta stendardo, Ayako l'aveva visto già una volta. Ed ecco che Furagu si incontra con un altro membro della Kotoba, Shui Khan, il bracconiere che si suppone fosse un discendente del Re Scimmia stesso. La coincidenza era troppo evidente e le venne in mente che si potesse trattare di una missione importante e appassionante. Tutto ciò la tirò fuori dalla sua noia quotidiana di apprendimento della magia, così decise di saperne di più.

I due membri della Kotoba finalmente uscirono e Ayako li seguì di nuovo. Essi si mossero in direzione del quartier generale della Kotoba che si trovava non lontano da lì. La discrezione della ragazza rasentava lo zero, Shui Khan non tardò ad accorgersene e la prese senza difficoltà.

“Lasciami! Lasciami!”

“Cos'abbiamo qui?” Domandò Furagu.

“Una piccola ficcanaso.” Rispose Shui Khan.

Ma la ragazza si difese e fece apparire due pesci fatti d'acqua, dotati di grandi denti. Shui Khan lasciò la presa.

“Oh, molto impressionante!” La schernì il bracconiere. “Cosa pensi di farmi con quei pesciolini?”

“Aspetta, mi sembra di conoscere quel simbolo che porta sul kimono. Non sarai mica la figlia del signor Gakyusha?” Chiese Furagu.

“Proprio così!” Urlò lei. “Sono Ayako!”

“Beh, e cosa ci fai da sola per queste strade? Sai che è pericoloso.” Replicò Shui Khan, di colpo molto più preoccupato. “Ti riportiamo a casa.”

Ayako, con aria sagace fece girare i suoi pesci attorno ai due uomini e mentre essi discutevano su di lei, questa si preoccupò d'esaminare i loro ricordi più intimi. Quello che vide su Shui Khan fu molto interessante, vide Toran far leggere loro il kakemono e così approfittò per saperne di più.

“Andrete a indagare sul Corvo.” Disse senza riserbo.

Shui Khan l'afferrò e le mise una mano sulla bocca per farla tacere.

“Sta' zitta! Non permetterti più di ficcarti nella nostra testa!”

L'uomo dall'aspetto scimmiesco era visibilmente amareggiato. Furagu prese la mano del suo amico.

“Non dimenticarti chi è.”

“Non importa, non può comprometterci la missione. La riaccompagniamo subito a casa.”

Furagu non aveva niente in contrario, i due portarono Ayako a casa e comprendendo l'importanza della faccenda non fece nessuna scenata. Nel momento in cui i tre arrivavano, Henshin uscì dal giardino con una lettera in mano e l'aria stizzita.

“Grazie per avermela riportata, è sfuggita alla mia attenzione.” Sospirò lui. “Mi è appena arrivata una lettera da parte di tuo padre, entriamo a leggerla. Riguarda anche voi.” Disse a Furagu e Shui Khan. Stupiti, i due uomini seguirono Henshin e Ayako in casa.

“Nonostante ciò non mi rallegri molto, soprattutto dopo quello che hai fatto, tuo padre ti ha reputata pronta per fare le tue prove. A titolo d'apprendimento, dovrai restare al fianco di Furagu e Shui Khan nella loro missione. Dovrai mettere in pratica tutto ciò che ti ho insegnato, per la Kotoba e i suoi membri.” Furagu non protestò, anche se era convinto che Ayako rischiasse di essere un peso. In quanto a Shui Khan, emise un grugnito in segno di contrarietà, strappò la lettera dalle mani di Henshin e lesse rapidamente. Eh sì, gli ordini erano di portar dentro quella peste in una missione direttamente imposta dal Reggente.

“È inammissibile!” Gridò all'esultanza visibile di Ayako. “Perché?”

“Basta così!” Gridò a sua volta Furagu. “Gli ordini sono ordini e abbiamo già perso fin troppo tempo. Partiamo e consideriamo la nostra nuova recluta come un membro a tutti gli effetti. O ci segue, o muore.”

“Hey! Non sono mica un oggetto!” Disse indignata la ragazza.

Furagu e Shui Khan uscirono dal giardino con aria navigata. Ayako ferita dalla reazione dei suoi nuovi compagni corse e superò i due dando le spalle al grande bacino. Lì fece appello a tutto il suo sapere. L'acqua del laghetto si sollevò e un'onda passò sopra di lei e con violenza si riversò su Furagu e Shui Khan. La giovane sorella minore di Iro il duellista controllava l'acqua a meraviglia, l'onda si trasformò in un vortice d'acqua che tornò verso di lei.

“Sono Ayako, figlia del signore imperiale Gayusha, sorella del campione dell'Impero! Questa dimostrazione vi è sufficiente? Vi basta per farvi capire che sono forte abbastanza per affrontare il mondo?” Disse lei adirata.

Furago stupito “molto bene, mi scuso, ti avevo sottovalutato. Prendi i tuoi effetti, stiamo per partire, ma sappi che non avrai nessun trattamento di favore e non ti faremo da badanti. In più, se diventi un peso per il gruppo, ti rispediremo da tuo nonno, o peggio, da tuo padre. Capito?”

Ayako si precipitò allora a cercare abiti ed effetti personali. Suo nonno la intercettò mentre stava per partire.

“Ascoltami bene. Questo è l'inizio di una nuova vita per te. Resta in ascolto della magia e dell'acqua, e di sicuro apprenderai la disciplina accanto ai tuoi nuovi compagni. E… fai attenzione.” Disse abbracciandola. “Ho solo una nipote e non voglio veder sparire.”

“Sì sì Jii-San, devo andare, anche tu, prenditi cura di te.”

È così che Furagu, Shui Khan e Ayako lasciarono la dimora di Gakyusha e poi Meragi. Mentre si allontanavano dalla città imperiale, Henshin pregava davanti al laghetto.

“Ne è passato di tempo mio vecchio amico, tu che vegli sulla mia famiglia da generazioni, ho un favore da chiederti, veglia su Ayako, mia nipote.”

L'acqua del laghetto si illuminò allora di una luce violetta e tutti i pesci saltarono in superficie. Apparve allora una creatura spettrale, un'immensa carpa viola che uscì dall'acqua e levitò per circondare Henshin.

“Grazie per l'aiuto che mi stai dando e per essere uscito dal tuo rifugio tranquillo.”

La carpa fece diversi giri intorno all'anziano poi sparì reimmergendosi nel laghetto.

La miniera di Oryun non era molto lontano da Meragi. Per raggiungerla non occorrevano che un paio di giorni di viaggio. Benché non ci fosse grande attività dopo la sua chiusura, il villaggio, che portava lo stesso nome, era rimasto un importante punto di scambio commerciale. Infatti esso si trovava su una delle più importanti vie, spesso prese da mercanti e viaggiatori. Il nome del villaggio significava scogliera, perché era stato costruito sul fianco di una montagna che, in parte crollata, rivelò vene di grigioferro e il metallo fu subito sfruttato per le sue proprietà eccezionali. Una delle virtù del grigioferro era di carattere botanico: gli alberi e le piante che si trovavano su un terreno ricco di grigioferro crescevano più velocemente e più grandi rispetto a un terreno che non lo conteneva. Così, Oryun era circondato da alberi giganteschi e gli abitanti vivevano di agricoltura, che si rivelava sempre abbondante. Ayako, che non aveva visto altro che Meragi, fu meravigliata dallo spettacolo che il villaggio le offriva. Purtroppo quella non era né una visita di cortesia, né di turismo. Furagu e Shui Khan si diressero direttamente verso la costruzione più grande che era logicamente la dimora del signore locale. Dopo una veloce presentazione, essi furono indirizzati verso un anziano del villaggio che aveva passato buona parte della sua vita in fondo alla miniera. Quest'ultimo aveva anche l'incarico di sorvegliare sulle costruzioni abbandonate, una volta utilizzate dai minatori.

“Scendiamo.” Indico Furagu al vecchio minatore.

“Signore, vi suggerisco di togliere la vostra armatura, che altrimenti si danneggerebbe e non vi farebbe passare attraverso i cunicoli più stretti.”

“Non ha tutti i torti.” Replicò Shui Khan.

“Facile a dirsi per te che non porti armature. Ma se è d'impedimento per la missione lo farò.”

“Molto bene, un attimo.”

Una volta tolta l'armatura di Furagu, Ayako chiese di mettere l'armatura in una buca nel terreno. Poi la ragazza vi passò la mano sopra. Una pellicola d'acqua apparve e ricoprì il buco, facendo credere a chiunque che quella fosse una semplice pozzanghera.

“È sicura questa cosa?” Disse Furagu tendendo la mano verso la pozza.

Shui Khan lo fermò.

“Non lo toccare! Pederesti la mano!”

Il guerriero esitò, poi si ricordò del laghetto e dei poteri della giovane.

“Spero che il tuo sortilegio funzioni Ayako, quell'armatura è tutto per me.” Aggiunse Furagu prima di dirigersi verso l'ingresso della miniera.

Il vecchio minatore accese diverse torce e con l'aiuto dei membri della Kotoba l'entrata della miniera fu liberata. Un odore acre e sgradevole arrivò ai loro nasi tanto che dovettero coprirsi il volto con un panno. L'interno non ispirava molta fiducia. Le travi e le tavole di sostegno erano sicuramente vecchi e ammuffiti e il fatto che si tenesse ancora tutto in piedi sembrava più un miracolo che altro. Il vecchio si voltò rapidamente verso un'altra galleria che li riconduceva all'esterno in una specie di grotta a cielo aperto. C'erano parecchie casupole in pericolo di crollo.

“Volevate vedere i registri. Sono là, ma non so in quali condizioni.”

Egli si precipitò verso la più grande tra di esse e fece segno agli altri una volta certo che non gli sarebbe crollato tutto sulla testa. C'erano dei vecchi attrezzi e una varietà incredibile di materiali. Poi in un angolino trovarono un baule in grigioferro. Non c'era un chiavistello, per cui fu aperto senza difficoltà. Diversi rotoli di fogli di riso erano accuratamente conservati in pelle conciata. Ayako sentì che qualcosa nel baule sprigionava una flebile energia magica. Impaziente spinse i compagni di viaggio e cominciò a frugare. Tirò fuori un rotolo rosso.

“Sorprendente che sia lì, disse il minatore vedendola. Il capo della miniera ci scriveva i fatti soprannaturali o altri fatti degni di nota. Gli altri rotoli contengono semplice contabilità o liste di produttività. Purtroppo senza la persona che ha fatto quel rotolo, non possiamo aprirlo. E questa persona dev'essere morta da diverso tempo.”

Ma Ayako non si diede subito per vinta. Strinse il rotolo tra le sue mani e dell'acqua scivolò dentro. Vedendo ciò, Shui Khan tentò di fermarla ma era troppo tardi, il rotolo era ormai immerso interamente in un globo d'acqua.

“Ma brava! Bella stupidaggine!”

“Aspetta.” Disse lei. “L'acqua mi permette di catturare le parole.”

All'improvviso la bolla d'acqua esplose formando come un grande specchio molto sottile. E lì, in quella fine pellicola d'acqua, era stata catturata la totalità del contenuto del rotolo.

“Leggete tutto rapidamente, non so quanto possa resistere.”

Il minatore non sapeva leggere, Furagu, Shui Khan e Ayako diedero una scorsa alle linee elaborate con note e altre cose interessanti ma tutto ciò non scatenò la loro curiosità.

“Ecco, penso di aver trovato qualcosa. Ci sono delle cifre seguite da questo commento: Delle guardie imperiali sono venute e noi abbiamo mantenuto il silenzio. Avevano con loro un prigioniero, un anziano. Lo hanno rinchiuso nelle coordinate seguenti e abbiamo l'ordine di nutrirlo una volta al giorno, ma di non rivolgergli mai la parola.” Lesse Furagu. E poi, in base a ciò che c'è scritto, l'anziano sarebbe sparito senza lasciare traccia. Accadde poco prima della chiusura della miniera.

Il sortilegio di Ayako cessò e l'acqua sparì insieme alle parole.

“Con le coordinate posso portarvi sul luogo, se non c'è stato un crollo.”

Così il gruppetto ripartì nel dedalo di cunicoli. Avanzarono lentamente perché numerosi tunnel erano bloccati da frane e in altri era cresciuta una vegetazione sotterranea incredibile, per non dire improbabile.

“Dieci, quindici. Siamo molto lontani.” Affermò il minatore.

“Per di qua? Ma è ancora più buio delle altre gallerie!” S'espresse Shui Khan.

“Effettivamente, non si vede nulla.”

Furagu avanzò prudentemente con la sua torcia alla distanza di un braccio. La luce emessa dalla fiamma si era affievolita.

“Davvero da quella parte?” Si preoccupò Ayako.

“Senza alcun dubbio.” Rispose il minatore.

Furagu e Shui Khan si infilarono nel cunicolo senza indugiare. Avevano già affrontato mille pericoli, uno più uno meno non faceva molta differenza. Ciò nonostante, i due rimasero prudenti. Il tunnel scendeva ancora e ancora, sembrava interminabile. Quando poi la luce della torcia si era ormai esaurita quasi del tutto, si ritrovarono in un ampio vicolo cieco. L'atmosfera era pesante e se i visitatori non restavano uno accanto all'altro, avrebbero potuto perdersi di vista. Ayako si voltò quando sentì un rumore sordo.

“Cos'è stato?” Disse guardando in tutte le direzioni, poi si accorse che il minatore era sparito.

Shui Khan e Furagu sguainarono le armi. Il minatore non c'era più. Un sonaglio tintinnò, seguito dal rumore di ossa rotte, come se qualcuno avesse schiacciato la carcassa di un volatile. Il corpo del vecchio cadde tra i tre membri della Kotoba.

“Cra! Dei visitatori, bene bene bene, mi annoiaaaaavo…”

Quella voce sembrava molto strana, come l'oscurità soprannaturale che li circondava. Shui Khan slegò la maschera che portava legata alla cintura e la indossò, nel frattempo Furagu si era messo in posizione di difesa. Il combattimento cominciò con un sortilegio lanciato da Ayako. Proiettò una palla d'acqua luminosa verso la volta della grotta, che espose in mille gocce luminose quando lo toccò.

“Visto!” Esclamò l'uomo scimmia, che scattò rapido per colpire una massa nera.

Purtroppo era andato a colpire solo un pezzo di roccia. L'essere si lanciò su di lui scagliando dei colpi di artigli fatti d'ombra. Furagu rispose ai colpi per aiutarlo. Scagliò un fendente nell'oscurità con la sua katana in grigioferro che colpì forte il fianco della cosa. Quest'ultima lasciò la presa e arretrò. Aveva le fattezze di un mostro, una specie d'uomo col viso deformato da un becco lungo e nero. Delle piume ricoprivano parte del suo corpo, e indossava solo pezzi stracciati di indumenti consunti. Le mani erano dotate di artigli affilati e il suo sguardo era minaccioso.

“Craaaa, vi uccido!”

Ma non ebbe il tempo di trasformare la sua minaccia in azione. Shui Khan aveva reagito con dinamismo affondando una lama corta nella gola dell'avversario. Questo cadde a terra. In procinto di soffocare col proprio sangue, Ayako si precipitò per evitare che la creatura morisse in modo da poter fornire informazioni preziose.

“Non è così che agisce un bracconiere.” Disse lei, tentando di chiudere la ferita con un incantesimo.

Per evitare problemi, Furagu e Shui Khan tenevano bloccate le braccia della creatura.

“Ha addosso una potente maledizione. Non riuscirei a toglierla.”

“Una maledizione? Roba magica? Credo di poter fare qualcosa.” Affermò il bracconiere. “Spostati se non vuoi avere problemi.”

Shui Khan si concentrò per alcuni minuti, poi toccò il suolo col solo indice destro. Delle linee, poi delle forme apparirono per formare dei glifi di un rosso luminoso. La creatura prima urlò, poi scomparve come per magia. Contemporaneamente svanì il velo d'ombra e le torce tornarono ad illuminare normalmente. In fondo al tunnel videro una forma che sembrava essere una persona. Un uomo molto magro, con capelli e barba molto lunghi. Stava riprendendo coscienza. La sua voce non era che un sussurro.

“Vi ringrazio… mi avete liberato da questo fardello.”

“Cosa ti è successo?” Chiese Furagu.

“Io… Io ero il caposquadra qui, responsabile di questa sezione. Credo ci fosse un anziano imprigionato qui, uno stregone o qualcosa del genere. Mentre… Mentre alcuni cercavano di liberarlo, mi ha lanciato un sortilegio e sono rimasto qui incosciente. Dato che ho l'impressione di vivere un sogno ad occhi aperti… Io… Io credo che quell'uomo fosse Tengu, il Corvo. È venuto da me diverse volte quando avevo l'aspetto di mostro… *coff coff* Grazie ancora… Penso che sia ora… Grazie…”

L'uomo, allo strenuo delle forze e la cui vita era stata prolungata più del dovuto grazie alla magia, spirò davanti agli occhi velati dalle lacrime di Ayako. Era la prima volta che vedeva un uomo morire. Dopo una rapida ricerca nella zona, non scoprirono più niente.

“Andiamocene da questo luogo saturo di sciagura, dobbiamo fare rapporto immediatamente.”

Parte 2. L'Imperatore

Toran lesse con attenzione il rapporto della missione. Apprezzò il numero di dettagli che conteneva poiché ciò dava a lui una migliore visione della situazione nella sua interezza. Egli si soffermò poi sulla conclusione e l’incontro col minatore assopito. La coincidenza era troppo evidente e in quel momento seppe che il corvo aveva commesso un errore, dandogli i mezzi per agire. Dopo averlo riletto in modo da ricordarne tutti i dettagli a memoria, bruciò il rapporto.

“Andiamo a riprenderci l’Imperatore”, disse guardando la pergamena che bruciava rapidamente.

Toran lasciò la sala del consiglio per dirigersi verso la stanza dell’Imperatore. Incrociò un servitore al quale ordinò di andare a cercare urgentemente Iro. Davanti l’ingresso vi era Asajiro: il pover’uomo era visibilmente esausto per via del fatto che, da quando aveva assunto quel ruolo al servizio dell’Imperatore, non dormiva che per pochissime ore ogni notte. Nonostante ciò, si sforzò di mettersi sull’attenti mentre Toran si avvicinava.

“Avete il volto di un fantasma”, gli disse il Reggente.

“Il mio lavoro è più importante della mia salute.”

“Questa è una risposta che vi fa onore, l’Impero non dimentica mai coloro che lo servono con dedizione.”

“In questo caso chiederei all’Impero un letto comodo”, aggiunse Asajiro scherzosamente. “Desiderate vedere l’Imperatore?”

“Si, ma sto attendendo che arrivi qualcuno prima. Quando questa persona sarà arrivata, allora entreremo. A quel punto lei non lascerà entrare nessun altro, neanche coloro che hanno l’autorizzazione di farlo.”

“Sarà fatto, a costo della vita.”

Iro arrivò solerte, col fiatone per aver percorso metà del palazzo imperiale di corsa.

“Avete chiesto… di me, Reggente?”

“Si, entriamo e ti spiego cosa sta accadendo. Asajiro, sta a voi difendere il vostro onore.”

Iro aggrottò le sopracciglia.

“Adesso ascoltami bene, per farla breve, sai che il sonno dell’Imperatore è tutt’altro che naturale. E conosciamo entrambi chi ne è il responsabile.”

“Il corvo…” Sussurrò Iro a denti stretti.

“Fino ad ora non avevamo nessuna pista da seguire, ma vostra sorella, Furagu e Shui Khan hanno indagato sulla vicenda e ciò ci permetterà, spero, di destare l’Imperatore dal suo sonno.

“Mia sorella? Ayako? È di nuovo sfuggita a nostro nonno?”

“Non esattamente, sta diventando un membro della Kotoba, e di certo, dopo queste vicende, sarà ufficializzata a breve.”

“COSA? Di già? Ma è così giovane!”

“Tu eri più giovane.”

Iro non replicò, Toran aveva ragione.

“Va bene, e adesso cosa facciamo Reggente?”

“Entreremo nei sogni dell’Imperatore per vedere ciò che lo sta trattenendo.”

“E come facciamo?” Domandò Iro con aria perplessa.

I tatuaggi di Toran iniziarono a mescolarsi per trasformarsi in due magnifici serpenti piumati semitrasparenti.

“I Cercafalla sono esseri incredibili, il loro nome deriva da una delle loro peculiarità: quella di trovare una falla che permetta di passare da un mondo all’altro. In questo modo possono navigare dal loro mondo al nostro, e dal nostro al mondo onirico, il quale fu creato da zero da qualcuno. Essi ci trasporteranno.” I due Cercafalla fecero il giro della stanza poi si immersero nel ventre dell’Imperatore, generando un grande lampo viola. In quel momento, Iro e Toran si ritrovarono in un altro mondo.

Essi erano ancora nella stessa stanza, ma le decorazioni diverse e l’assenza dell’Imperatore dal suo letto provavano che non si trovavano più nello stesso mondo. Iro sfoderò la sua Parola dell’Imperatore e avanzò verso la porta per ascoltare. Nessun rumore proveniva dal corridoio, così aprì la porta. I corridoi erano vuoti, proprio come il resto del palazzo. Tutti gli emblemi erano quelli del clan del Corvo.

“Questa è una prova. Ma dov’è l’Imperatore?” Si spazientò Iro.

“Ragioniamo come il Corvo. Se fossi in lui e mi avessero imprigionato in fondo a una grotta sperduta, come mi potrei vendicare?” Si chiese Toran.

“Con un duello all’ultimo sangue?” Rispose il campione.

“No, il Corvo non farebbe così, credo preferirebbe far subire la stessa condanna al suo carceriere.”

“Ma l’Imperatore ha intrappolato il Corvo da qualche parte?”

“Non questo Imperatore, ma uno dei suoi predecessori.”

“Capisco. In questo caso, se ci troviamo qui è per un motivo preciso. L’Imperatore è stato rinchiuso nella prigione del palazzo?”

“Esattamente, se paragonassimo la situazione nella miniera a questa, logicamente ci troveremmo negli stessi luoghi dove si trovava lui.”

“Non sto comprendendo appieno ma ti credo, scendiamo verso la prigione.”

Quando arrivarono nel seminterrato, tutto cambiò. Non erano più nei corridoi dritti scavati nella pietra, ma in tunnel bui. Davanti a loro una lastra con incisi due numeri: 10 e 15.

“Un sistema di localizzazione. Non siamo più nelle prigioni”, affermò Toran.

Dal tunnel, davanti a loro si avvicinò una luce, poi apparve una forma umanoide. Era un uomo con la tenuta da soldato che teneva in mano una torcia. Si fermò arrivato alla loro altezza.

“Sono desolato, ma il tunnel rischia di crollare, non potete andare più avanti di così senza rischiare la vita.”

Toran e Iro non lo ascoltarono e proseguirono all’interno del tunnel.

“Io vi ho avvertiti, solo la morte vi attende al termine di questa miniera!” Gridò il soldato.

Non appena finì di dirlo, polvere e pietre cominciarono a cadere dalla volta. Più avanzavano e più il soffitto crollava. Finirono per correre più veloce che potevano, cercando di sfuggire al crollo completo del tunnel. L’entrata ormai era bloccata. In fondo al passaggio videro un uomo sdraiato a terra. Aveva capelli e barba lunghi, e i suoi abiti erano logori. Quando Toran e Iro vollero vedere più da vicino, l’uomo mise le mani insanguinate come a proteggersi la testa e inizio a gemere.

“No! No per favore! Non picchiarmi più!”

Iro riconobbe la voce dell’Imperatore.

“Maestà, sono io, Iro, il vostro campione.”

“No non sei tu! Sei già venuto e mi hai tagliato un dito, non farmi del male.”

L’uomo aveva l’aria veramente terrorizzata. Un’ombra cominciava a propagarsi attorno all’Imperatore.

“Signore, sono Toran, detengo la Reggenza dell’Impero in attesa del vostro ritorno, potete fidarvi di noi.”

“NOOOOOO! Tu sei il peggiore! Mi frughi nella testa per far uscire i ricordi più belli e distruggerli.”

“È un trauma grave, non so in che misura questo peserà sulla sua condizione mentale una volta fuori.”

Toran evocò di nuovo i suoi Cercafalla per tornare nel mondo reale, ma nessuno dei due trovò il modo di uscire.

“Siamo in trappola!” Inveì Iro. “A meno che…”

Il Campione dell’Imperatore affondò la sua arma nel petto dell’Imperatore, che morì sul colpo. Attorno a loro tutto cambiò e si ritrovarono di nuovo nella camera. L’Imperatore inspirò profondamente e lacrime rigarono il suo volto.

“Che hai fatto Iro?” Domandò Toran.

“Quando ero piccolo facevo spesso degli incubi in cui mi battevo contro dei mostri. Mi risvegliavo solo quando uno di loro riusciva a uccidermi.”

“È stato rischioso.” Criticò lo Tsoutai.

“Ma ha funzionato”, rispose l’Imperatore che si stava poco a poco riprendendo. “Di questo ve ne sarò eternamente riconoscente. Adesso aiutatemi, ho qualcosa da fare.”

“Non volete riposarvi un po’?” Si preoccupò Iro.

“Così ho deciso!”

Toran e il Campione aiutarono l’Imperatore ad alzarsi. Dopo aver passato così tanto tempo a letto, le sue gambe riuscivano male a sostenerlo, ma non durò a lungo. Nel corridoio intanto, Asajiro aveva lottato per un’ora buona con consiglieri e cortigiani che volevano rendere omaggio all’Imperatore. L’ufficiale imperiale era sul punto di svenire, ma nonostante tutto era riuscito nella sua missione.

Iro uscì per primo, con la mano sull’elsa della sua Parola dell’Imperatore. Scrutò la folla e vide Oogoe. Lo fissò dritto negli occhi e rivolgendosi a tutti:

“Inginocchiatevi di fronte all’Imperatore!”

L’Imperatore ancora barcollante attraversò l’uscio aiutato da Toran. Tutti si prostrarono allora al miracolo. Il figlio del cielo abbracciò i presenti con lo sguardo e scorse Oogoe.

“Membro del clan del Corvo, portami al cospetto del tuo maestro.”

Oogoe si rialzò senza guardare l’Imperatore e gli passò davanti per fargli strada.

“Maestà, i nostri passi ci condurranno ai quartieri poco raccomandabili di Meragi…”

“A proteggermi c’è il miglior combattente dell’impero.” Rispose l’Imperatore.

Toran non cercò di contrariare l’Imperatore che aveva chiaramente un’idea in testa. Si accontentò di assicurare, insieme ad Iro, un’adeguata protezione in un quartiere che, oltre essere tra i più malfamati, era anche il punto di riferimento indiscusso del clan del Corvo.

Oogoe si fermò davanti ad una grande dimora fatiscente in cui il tetto dava riparo a un buon numero di corvi. Gli uccelli presero il volo in una cacofonia di gracchi quando l’Imperatore passò attraverso l’ingresso. Oogoe continuò in avanscoperta, annunciando la venuta dell’Imperatore a quelli del clan che erano presenti. Vedendo Toran e Iro, nessuno esitò a inginocchiarsi. Karasu vide passare il gruppo e lo seguì “giusto in caso”. Dopo essere saliti per tre piani Oogoe si fermò davanti a una porta doppia e proprio quando stava per annunciare l’arrivo di un illustre visitatore una voce risuonò.

“Fallo entrare… da solo.”

“Da solo? Assolutamente no”, ribatté Iro.

“Ve lo ordino”, disse l’Imperatore.

Oogoe aprì una delle porte, l’interno della stanza era buio perché illuminato esclusivamente da candele. L’Imperatore entrò senza la minima paura. Nella stanza il clima era teso. Nel complesso sembrava vagamente una caverna, i muri erano deformati. Daijin era seduto in alto, sovrastando l’Imperatore. Il viso del Corvo era austero, i suoi occhi si affondarono nello sguardo affaticato del sovrano. Dopo un lungo silenzio dove ciascuno osservava e giudicava l’altro, Daijin cominciò la conversazione.

“Alla fine sei uscito dal luogo in cui ti avevo rinchiuso… Devi essere fiero del tuo campione. Allora, che si dice? Sei venuto a portarmi cattive notizie? Dovrò difendere cara la mia pelle?”

L’Imperatore restò in silenzio, aveva riflettuto bene sul momento del confronto con il responsabile della sua malattia. Aveva analizzato il motivo di tutto ciò e l’impatto che avrebbe provocato sull’Impero di Xzia. Davanti agli occhi stupiti di Daijin, il figlio del cielo posò il ginocchio al suolo e portò la fronte sulle mani giunte a terra.

“Gli errori dei miei antenati non sono i miei errori. Il mio solo desiderio è di riportare l’Impero alla gloria che merita. Fuori l’Impero è diviso per la vostra collera nei miei confronti. In più, a nome dell’Imperatore e dell’Impero che vi ha offesi domando perdono. I tempi della scissione sono finiti e riconosco davanti a voi la vostra forza e quella del clan del Corvo."

Daijin non si aspettava niente di tutto ciò. Nonostante la rabbia che egli provava da tanto tempo gli dicesse di continuare, aveva ricevuto delle scuse dall’uomo che regnava sull’Impero di Xzia, e questo contava. Come spirito, egli era legato da una specie di codice. Era davvero arrivato il tempo di cessare con le contese?

“Finalmente…”

Daijin si alzò, discese i pochi passi che lo separavano dall’Imperatore e posò la sua mano sulla spalla.

"Tu hai fatto ciò che i tuoi predecessori non hanno mai avuto il coraggio di fare, pieni com’erano del loro orgoglio e della loro arroganza. Gli spiriti vanno rispettati e la lezione è stata appresa chiaramente. Non c’è più motivo di farti del male. Accetto le tue scuse, sarai un grande Imperatore e sii certo della fedeltà eterna del mio clan."

L’Imperatore si alzò, si scrollò la terra di dosso e partì così com’era venuto.

Nell’indomani, l’Imperatore organizzò una riunione con gli alti funzionari dell’Impero per mostrare il suo ritorno. Toran era al suo fianco, così come Daijin.

“È tempo per l’Impero di Xzia di rivolgersi verso il futuro. Sono accadute molte cose durante la mia assenza e avrò bisogno di tutte le forze per mantenere la nostra supremazia. Signor Toran.”

Lo Tsoutai si alzò e si inginocchiò davanti al presagio celeste.

“Avete servito con fedeltà l’Impero, vi congedo dal vostro incarico di Reggente. Voi avete la responsabilità di vegliare sui templi Tsoutai dell’Impero. Vi auguro un felice ritorno dai vostri, Venerabile."

Toran s’inchinò e tornò al suo posto.

“Daijin, capo del clan del Corvo.”

Il vecchio si alzò a sua volta.

“È giunto il momento che il capo del vostro clan faccia parte della nobiltà. Vi affido la gestione del quartiere di Seichin di Meragi. Sarete inoltre consigliere mistico e protettore dell’Impero. Sarà fatto il necessario per tirar fuori dalla miseria la gente del vostro clan.”

Agli estranei sarebbe potuta sembrare poca cosa, ma in questo modo l’Imperatore riconosceva il clan del Corvo come elemento importante per la vita dell’Impero.

Daijin procedette come Toran e tornò al suo posto, forte di un nuovo potere.

“Campione dell’Imperatore!”

Iro che, come da tradizione, era già in piedi, fu sorpreso nel sentir chiamare il suo nome. Andò a posizionarsi al centro del cerchio come avevano fatto Toran e Daijin prima di lui. Una guardia portò una custodia in legno abbastanza snella.

“Nella storia dell’Impero, solo una persona ha portato quest’arma.”

L’Imperatore prese la custodia e l’aprì in modo tale che tutti potessero vederne il contenuto. Al suo interno c’era una spada dalla forma particolare, diversa dalle Katane tradizionalmente fatte nell’Impero. Quell’arma sembrava aver lavorato a lungo tanto che la lama risultava scheggiata in diversi punti.

“Ecco Kusanagi, spada di Xzia. Brandiscila con orgoglio Campione dell’Imperatore, perché tu sei il simbolo della potenza militare dell’Impero!”

Iro rifiutò più volte il dono, troppo importante per lui. Alla fine, come voleva la tradizione, accettò e tornò al suo posto.

“È il momento di mostrare al mondo che l’Impero è vivo e vegeto!”


Astenaki (è il cap 3)


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L'Intrappolato, Malyss, Occhio di Gemma ed Ergue avevano affrontato molte disavventure prima di trovare l'apprendista di Eredan, Ciramor. Avevano attraversato decine di isole ed incontrato persone e creature tra le più pittoresche del creato. Ogni volta che avevano dovuto affrontare una prova, l'avevano superata grazie alle capacità di ciascuno e anche se il morale era alto, la fatica cominciava a gravare su tutti loro. Ancora una volta scese la notte e pertanto dovettero fermarsi e preparare un accampamento. Ciramor invece era fermo a guardare il sole tramontare dietro alle isole galleggianti. Ergue era intento a pulire un animale appena catturato e Malyss diede fuoco con la magia ad una catasta di legno, sulla quale avrebbero cucinato la preda appena catturata. Occhio di Gemma era troppo stanca per fare qualsiasi cosa e così decise di riposare. L'Intrappolato si diresse da Ciramor.

“Sembri preoccupato.”

“No, in realtà non molto.”

Ciramor si avvicinò al fuoco.

“Ascoltatemi, domani arriveremo sull'isola di Mangiapietra. Dovrete affrontare una grande prova.”

“Ok, ma qual'è questa prova?” chiese Ergue.

“Lo scoprirete domani”, rispose divertito.

“Ci ho provato”, rispose lo Zil.

“Cercate di riposare bene questa notte. Domani vi mostrerò dove dovrete andare ma dovrete farlo senza di me.”

“Molto bene, sono arcistufo di sassi volanti”, intervenne Malyss.

“Questa è una buona notizia ma spero che Mangiapietra sia all'altezza della sua fama e che noi non si abbia sprecato tempo.”

“Non ti preoccupare Intrappolato, ne vale la pena.”

Il gruppo, dopo un pasto veloce, andò a dormire. Solo l'Intrappolato rimase sveglio. Si perse nei suoi pensieri, sentiva che vicino c'era qualcosa di familiare. Guardò le fiamme del falò e pensò alla foresta e a suo fratello. Le ore passarono e finalmente si stava per addormentare, quando percepì che stava succedendo qualcosa attorno a lui. Sentiva movimenti e sussurri. Cercò di alzarsi ma era come se fosse stato incollato al terreno.

“Intrappolato... Intrappolato... svegliati.”

Il Daïs si svegliò. Il paesaggio era cambiato. Non erano più nel loro campo base ma in un altro posto: un bosco di alberi giganteschi, sotto i quali dimoravano cristalli di molteplici colori. L'Intrappolato pensò che fossero tornati alla foresta Eltarite ma poi si rese contò che erano stati tutti legati.

“Che succede?” chiese.

“Non lo sappiamo, ci siam ritrovati così”, rispose Ergue.

“Li sento bisbigliare, parlano in uno strano dialetto ma lo capisco.”

“Di sicuro non fa parte della prova per trovare Mangiapietra, anche Ciramor è stato legato”, disse Malyss indicando Ciramor, anche lui legato come un salame.

Tutti si voltarono verso di lui.

“Non posso dirvi molto, anche io son nella vostra stessa situazione. Non ho la minima idea di chi siano queste persone.”

“Silenzio, sono in contatto mentale con uno di loro.”

Poco distante dal gruppo, nella boscaglia c'erano persone non più nascoste.

“Non avere paura, non possiam farti del male, siamo legati.”

Il gruppo venne avvicinato da una persona, un cristallo brillò.

“Un elfine!”, disse Ergue stupito.

Era una giovane fanciulla, con un vestito verde composto da legno e chitina. L'Intrappolato rimase allibito dal fatto che ci fosse una tribù elfine nei Confini; credeva ce ne fossero solo nella foresta Eltarite e nelle foreste di Guem.

“Perché ci avete catturato?”

“Siete penetrati nel nostro territorio, sarete puniti per quest'affronto.”

“Ciramor, sapevi che c'erano Elfine ai Confini?” chiese Malyss.

“Come ti ho detto, non conosco queste persone.”

“Sarete condotti davanti ad Il Sachem che vi giudicherà”, aggiunse l'Elfine.

“Io sono l'Intrappolato, vengo da un posto dove c'è gente come te.”

L'elfine annuì stupita dalle parole del dais, poi saltò su un albero e sparì.

“Ben fatto, così se ne è andata”, disse Ergue. “Adesso che facciamo? Se vuoi posso liberarmi di queste liane.”

“No, aspettiamo che si facciano loro avanti”, intervenne Ciramor.

“Ah che sagge parole, Ciramor, noi del Clan del Corvo preferiamo sempre evitare il conflitto aperto. La contrattazione è la nostra arma migliore”, rispose annuendo Malyss.

“Ah perfetto ma cosa contrattiamo? Non abbiam nulla da offrire”, scherzò Occhio di Gemma.

“Abbiamo altri vantaggi, per esempio abbiamo un Daïs con noi”, rispose Ciramor.

L'Intrappolato era intento ad osservare l'ambiente che li circondava, riusciva a percepire la natura come nella foresta Eltarite. D'un tratto giunsero diversi Hom'Chaï, ricoperti di tatuaggi tribali, che li condussero in un villaggio. I prigionieri vennero sistemati sotto ad una tenda.

“Ho passato giorni migliori”, disse Malyss.

Dalle ombre spuntò fuori un elfine.

“Shh, voglio fare qualche domanda”, disse l'elfine.

“Mi chiamo L'Intrappolato.”

“Non dirle niente, è chiaro come il sole che vuole informazioni per ricattarci”, accusò la pirata.

“Sta un po' zitta”, intervenne Ciramor. “Stiamo a sentire.”

“Quando ero piccola mi hanno raccontato delle storie sulle creature che ci perseguitarono tempo addietro. Tu corrispondi a quella descrizione”, disse l'elfine.

“Qual'è il tuo nome?” chiese l'Intrappolato.

L'elfine esitò ma poi rispose.

“Sono Silikat, ecco chi sono, da dove vieni?”

“Lascia che ti mostri chi sono.”

Il Daïs non mosse le labbra per parlare ma utilizzò la straordinaria capacità di comunicare mentalmente. Grazie a ciò poté inviare immagini e ricordi tramite la sola forza del pensiero. L'Intrappolato si concentrò e mandò immagini della foresta da cui proveniva, dell'Albero-Mondo, delle persone che aveva conosciuto e insistette nel voler dimostrare alla elfine che la sua tribù non era l'unica di quella specie. La reazione dell'elfine fu indubbiamente positiva. La loro “ discussione” venne però interrotta dall'arrivo degli Hom'Chaï; appena questi si accorsero della presenza dell'elfine decisero di metterla alla porta. La venuta di questi giganti non rassicurava per nulla il gruppo, Malyss pensava che se la sarebbero vista brutta da lì a poco. I viaggiatori vennero afferrati e trascinati come sacchi fino al centro del villaggio. Non era un brutto posto. Attorno c'erano vari tronchi su cui erano seduti vari abitanti del villaggio, i quali scrutavano con aria ostile i prigionieri. Nella “piazza” di forma ovale era sistemato un enorme totem che rappresentava moltitudini di creature. Nella terra, poco distante, era stata scavata una buca, nella quale era sistemato un grande uovo grigiastro. Ciramor lo riconobbe immediatamente.

“Quello è il Mangiapietra.”

Concentrarono tanto lo sguardo sull'uovo che non si accorsero della persona affianco al totem, seppure il carisma che emanava fosse non indifferente. Gli Hom'Chaï gettarono i loro “pacchi” a terra con tutta la delicatezza a loro disposizione, vale dire senza alcun riguardo. Immediatamente costrinsero i prigionieri ad inginocchiarsi. Il Sachem, anziano elfine e capo del villaggio, aveva lunghi capelli grigi, ornati con diverse piume multi colore e con teschi di uccelli. I suoi occhi erano viola, il che scioccò l'Intrappolato, dal momento che non aveva mai visto nulla di simile. Il suo vestito era composto da molte collane di chitina, cristallo ed osso. Non degnò di molta attenzione gli umani ma si fermò a guardare il Daïs, quest'ultimo sentì un forte attacco mentale, i suoi pensieri perquisiti. Così chiuse la sua mente ad ogni assalto esterno, come solo quelli della sua razza sapevano fare. Ciò irritò notevolmente il capo tribù che sputò per terra prima di dirigersi alla sua pedana.

“Fratelli e sorelle, questi stranieri sono venuti per distruggere Astenaki e bruciare il nostro villaggio. Nelle nostre terre si sono avventurati, per causarci nient'altro che dolore. Guardate miei fratelli, guardate mie sorelle, guardate cosa ci inviano gli spiriti maligni.”

Un Hom'Chaï, dopo aver ricevuto un cenno, afferrò l'Intrappolato e lo portò al capo.

“Le creature che hanno recato dolore ai nostri antenati sono tornati per stanarci”, disse tirando i capelli del Daïs, che cominciava a diventare furioso.

Alcuni si alzarono per chiedere la sua testa, altri per chiedere che il Sachem agisse, ma tutti concordavano sul fatto che dovessero morire. Il Sachem mollò la presa e mandò a sbattere per terra la testa del Daïs. L'Intrappolato avrebbe potuto incanalare tutta la rabbia che provava ma non sarebbe stato d'aiuto; l'Hom'Chaï lo teneva ed intorno non c'erano altri che nemici.

“Domani sarete offerti in sacrificio ad Astenaki ed il nostro villaggio potrà tornare all'armonia.”

“Ti sbagli”, rispose il Daïs. “Non siamo venuti per farvi del male, se abbiamo violato il vostro territorio ci scusiamo.”

“Non hai bisogno di addolcire la situazione con la retorica, vile creatura”, disse facendo un passo indietro. “Fissateli al pilastro della sofferenza in modo che possano espiare i loro peccati, prima di essere giustiziati.”

Silikat aveva assistito, come tutto il villaggio, alla scena. Fin da piccola aveva sognato di viaggiare per il mondo ma tutti dicevano che oltre i territori della tribù ad attenderla ci sarebbe stata solo la morte. Poi però l'Intrappolato le aveva mostrato altri luoghi ed altri popoli. Coloro che provavano ad uscire dal villaggio erano sempre rimproverati. Silikat pensò che anche se quella creatura, quel Daïs, avesse mentito su tutto, l'unico modo per scoprirlo sarebbe stato dandogli fiducia. L'elfine amava la sua vita ma sentiva che che non le bastava, quindi con buona pace di quell'invasato del Sachem, questa notte avrebbe provato a far fuggire l'Intrappolato.

Torniamo però alla nostra squadra. Ciascuno di loro era stato legato ad un totem. Immediatamente capirono perché si chiamassero pilastro della sofferenza, dal momento che erano irti di spuntoni. Chi era stato legato ad essi cominciava a sanguinare dalla schiena, un vero supplizio.

“Dovremmo andarcene da qui”, insistette Occhio di Gemma.

“Scapperemo questa notte. Ciramor, sei in grado di portarci via da qui?”

“Ahime, no. I Confini sono enormi e non ho la minima idea di dove siamo.”

“Lo fai apposta. Non stai facendo nulla, dov'è il grande mago che ci ha condotto fino ad ora?”

In realtà Ciramor nascondeva qualcosa. Forse faceva tutto parte del test? La notte arrivò nuovamente ai Confini. Le pance della quadra brontolavano all'unisono. Non avevano mangiato ed erano spossati dalle ferite del pilastro della sofferenza. Ogni tanto passava un Hom'Chaï a deriderli. D'un tratto comparve Silikat, portando con se un grosso piatto di legno ricolmo di cibo.

“Che hai lì?” chiese un carceriere.

“Ho pensato che fosse più semplice tenere d'occhio i prigionieri con la pancia piena. Vi ho portato il piatto più prelibato, l'Harag-na.”

L'Hom'Chaï ringraziò profondamente ed insieme ai suoi colleghi carcerieri si fiondò senza esitazione sul cibo. Passarono pochi istanti e il potente sonnifero che era stato aggiunto al cibo fece effetto. Silikat non perse tempo e liberò i prigionieri delle loro catene.

“Venite... seguitemi in silenzio.”

Troppo stanco e ferito per obiettare, l'Intrappolato diede una mano a liberare i suoi compagni.

“Abbiamo bisogno del Mangiapietra”, disse uno di loro.

Il Daïs realizzato lo scopo della sua missione si mosse con rapidità. Era furioso per il disprezzo per la vita che il popolo eltarite aveva dimostrato. Progredendo in silenzio pensò ad un semplice ma efficace piano d'azione. Il paese era diviso in due parti in modo che si fosse sempre liberi di accedere al totem. Il Daïs fece appello alla sua conoscenza dei sortilegi della natura e fece apparire muri impenetrabili di radici in modo da schermare la strada dal villaggio. Mentre si dirigeva con velocità verso l'obiettivo si accorse che non era solo, Il Sachem era fermo poco avanti.

“Ti ammazzo e la tua testa adornerà la mia capanna”, disse il capo-villaggio.

Il Daïs decise di attaccare a mani nude, o meglio con le sue braccia affilate come rasoi. L'elfine ancora agile per la sua età fece un balzo all'indietro e scagliò in aria i crani di uccelli che adornavano i suoi capelli. Uno spirito di uccello comparve per attaccare il Daïs. L'Intrappolato e lo spirito si diressero l'uno contro l'altro ma mentre il Daïs stava attaccare, l'avversario scomparve nel nulla. Non era altro che un diversivo. Nello stesso istante il capo-villaggio lanciò un incantesimo molto più potente. Gocce di acido cominciarono a piovere nella zona in cui c'era l'Intrappolato, ogni goccia caduta a terra esalava fumo. Il Sachem, pregustando la vittoria, cominciò a ridere ma, purtroppo per lui il suo avversario era immune a tale tattica. Il Daïs sentiva la rabbia crescere in lui e percepiva che i blocchi mentali creati da suo fratello si stavano sciogliendo. Saltò sull'elfine atterrandolo, gli poggiò le mani grondanti di acido sulla testa e urlò.

“Io sono un Daïs, figlio dell'Albero-Mondo e protettore degli Eltarite. Ti mostrerò la vera via, una via che conduce ad una sola cosa: la tua sconfitta.”

Invece di colpire, però si ritrasse, lasciando libero il capo-villaggio. Si diresse poi verso il centro della piazza, in cui stazionava l'uovo. Il Sachem si rialzò con le lacrime agli occhi, il viso sfigurato dall'acido sarebbe rimasto così fino alla fine della sua vita. Dal nulla sguainò un pugnale, pronto ad utilizzarlo a tradimento. Uno strano rumore si percepì nella notte e il Sachem crollò a terra. Silikat sbucò dal nulla e si avvicinò all'Intrappolato.

“Cosa ci faccio qui. Me ne pentirò per il resto della mia vita.”

“Non credo, grazie a te siamo in grado di salvare il nostro mondo.”

L'Intrappolato e Silikat raggiunsero gli altri, Ciramor spalancò gli occhi quando vide l'uovo.

“Ce l'hai fatta.”

“Allora leviamo le tende”, disse spazientita Occhio di Gemma. “È stato bello ma torniamo a casa.”

“Abbiamo ancora bisogno di sapere dove andare”, intervenne Ergue.

“Bhe io ho una soluzione... ma intanto allontaniamoci dal villaggio”, disse nuovamente la pirata.

“Sì hai ragione, andiamo prima che parta l'inseguimento.”

La truppa con l'uovo di Mangiapietra ripartì il suo viaggio attraverso la natura.

Continua....


Gli dei morti


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Capitolo 1 - Omicidio

Il Principe Metchaf guardava la sabbia del deserto di Smeraldo che si stendeva fino all'orizzonte. Quel giorno erano giunte ad Aksenoun numerose carovane, portando con loro la notizia di un imminente tempesta di sabbia. Questo avrebbe complicato la ricerca dell'ultima città in mano ai ribelli. L'Aif Salah Medhir, grazie all'aiuto del principe, aveva ritrovato sua figlia e ripreso il comando della città. Come ringraziamento il principe era stato invitato a rimanere quanto voleva. Il figlio del deserto decise di approfittare dell'ospitalità per concedersi del tempo con la sua promessa sposa e con il padre di lei; quest'ultima giunse sulla terrazza dove si trovava il principe.

“Principe, una guardia reale appena giunta ha chiesto di poter conferire con lei.”

Il principe che non aveva chiesto alcun rinforzo ne rimase sorpreso.

“Lascialo entrare, ti prego”, rispose sospirando.

La figlia dell'Aif si voltò dando istruzioni alla servitù. La guardia reale giunse attenendosi al protocollo. Il principe rimase stupito dal vedere che la guardia reale fosse femmina e piuttosto avvenente.

“Sono Urakia, suo padre mi ha mandato per assistervi”, disse togliendosi l'elmo.

Quel nome era vagamente familiare. Ma sì! La figlia del primo consigliere di suo padre, il Visir Mahamoud. Erano all'incirca delle stessa età e avevano spesso giocato insieme quando erano piccoli.

“Mio padre mi ha inviato qualcuno di importante, è fuori questione che io torni a Mineptra”, pensò.

“Bene, gli aiuti contro i ribelli non sono mai troppi. Va' dal capo della guarnigione di Aksenoun e informalo che ora hai tu il comando.”

“Grazie, mio Signore.”

“Signore... una volta ci chiamavamo per nome..”

“Altri tempi, altri ruoli figlio del Re del Deserto. Ho fatto un lungo viaggio, prendo congedo.”

“E sia. Stasera però mangerai alla mia mensa.”

Questo era un grande onore e segno di notevole stima. Urakia ne sembrò orgogliosa. La figlia dell'Aif ne sembrò invece gelosa.

“Mio principe, è forse necessario avere questa guerriera al nostro tavolo?” chiese con tono di rimprovero.

Il principe scoppiò a ridere.

“Si mostrerà a tutti in modo da far sapere della sua presenza, questo farà desistere qualcuno dal tramare alla mie spalle. Non ti preoccupare, solo tu sei nel mio cuore”, disse baciandola.

“Ora va a prepararti, voglio che tu sia più bella che mai, degna del ruolo che ricoprirai, mia futura regina.”

Il principe riprese a giocare con i pesci mentre l'attenzione della figlia dell'Aif tornava ad essere concentrata sulla servitù. L'orizzonte si stava tingendo di rosso e l'attività all'interno del palazzo era in fermento. Deliziosi profumi provenivano da ogni stanza. Risuonavano dolci note musicali e le ballerine si muovevano tra i tavoli, dove gli ospiti attendevano di sedersi quando sarebbe finita la benedizione del sacerdote di Sol'ra. Quest'ultimo vestiva sontuosamente con un abito di splendida fattura, monili d'oro e pietre solari. Venne il silenzio e tutti, nessuno escluso, si voltarono nella sua direzione.

“Nessuno può contrastare la volontà di Sol'ra. Coloro che non seguono i suoi dettami sono stati puniti. Grazie Sol'ra per aver inviato il Principe Metchaf a ristabilire l'ordine.”

Tutti i partecipanti si inchinarono in direzione del principe, il quale non ebbe alcuna reazione, essendo abituato ad un simile trattamento.

“Ora continuiamo pure”, riprese il sacerdote.

Tutti ripresero il proprio posto a sedere ma il sacerdote non poté ricominciare il sermone; una volata di vento irruppe nella stanza mandando a terra tutto ciò che incontrava. La servitù si apprestò a rimettere in ordine ma in quel mentre, un urlo soffocato raggelò l'ambiente. Il sacerdote galleggiava in aria, avviluppato da folate di vento che gli squarciavano la carne. Urakia fu la prima ad intervenire e cercò di riportare a terra il sacerdote, ma non ce la fece. Il principe afferrò una cassapanca di legno e la usò per colpire l'invisibile nemico ma questa si ruppe in mille pezzi. Mentre il sacerdote stava morendo dissanguato, la sabbia portata dal vento prese una forma umana, la forma di una donna dagli occhi neri. I suoi capelli galleggiavano nell'aria e le sue vesti, che sembravano molto vecchie, erano ricoperte si simboli proibiti. La maggior parte degli ospiti fuggì in preda al panico e vennero sostituiti dalla guardie, accorse in gran numero. Il sacerdote morì prima di poter toccare terra. Il principe sguainò la spada e la indirizzò verso l'aggressore.

“Sento il sangue che ti pulsa nelle vene”, disse la donna dagli occhi neri.

Poi mise una mano vicina alla bocca del sacerdote. Ne uscì un globo di luce brillante che lei ingoiò immediatamente.

“Ci vedremo presto”, disse mentre le guardie andavano alla carica.

Una nuova folata di vento irruppe nella stanza e trasformò nuovamente la donna in qualcosa di impalpabile.

Metchaf ed Urakia non esitarono un istante e si diressero all'inseguimento della nuvola di sabbia, che si stava dirigendo fuori dalla stanza. Entrambi erano Solarian e questo permise loro di muoversi con una velocità impensabile. In breve tempo si trovarono fuori da Aksenoun.

Era difficile seguire una nuvola di sabbia nel deserto ma ciononostante non desistettero.

Venne la notte.

Camminarono per diverse ore prima che si accorgessero di una brutta cosa.

La tempesta di sabbia di cui avevano sentito parlare stava arrivando implacabilmente verso di loro.

Ogni granello di sabbia era una tortura. Il vento giungeva da tutti i lati e non riuscivano a vedere più in là del loro naso.

Urakia rimase incollata al principe, perché se mai si fossero separati non avrebbe più potuto ritrovarlo. Ad Aksenoun avevano lasciato tutto l'indispensabile, la maggior parte della loro pelle era esposta alla forti raffiche.

La sabbia cominciò ad aumentare attorno a loro, muoversi diveniva sempre più difficile.

Vennero inghiottiti dalla furia della sabbia...

Capitolo 2 - L'oasi di Istaryam

Urakia si svegliò lentamente. Si sentiva come se un orda di cammelli l'avesse calpestata. Se era dolorante significava che era ancora viva. Incapace di muoversi si guardò attorno. Era all'interno di una grande tenda, come quelle di alcune tribù non sedentarie. C'era un forte odore di incenso e riusciva a vedere molti oggetti d'antiquariato. Si alzò dal letto e con molta difficoltà si diresse barcollando verso l'ingresso. Una ventata fresca le risollevò il viso stanco; poco più in la c'era un lago con attorno lussureggiante vegetazione. Nel mezzo dell'acqua c'era une vecchia statua in parte erosa dal vento. Sulla riva il principe si stava pulendo il volto. Tutto era molto misterioso. Chi li aveva trovati e salvati? A queste domande avrebbero dovuto pensare in seguito. Per il momento Urakia raggiunse il principe per scambiarsi informazioni.

“Maestà, avete capito qualcosa?”

Lui scosse il capo.

“Mi sono svegliato poco fa. Credo di sapere dove siamo ma non so chi dover ringraziare per averci salvato la vita.”

Urakia aveva immaginato che il principe non le avrebbe raccontato tutto.

“E...quindi...dove siamo?” chiese con tono vagamente esasperato.

“Mmm? Ah sì, credo che siamo all'oasi di Istaryam.”

Urakia ebbe un tuffo al cuore al sentire tale nome. Istaryam era il nome di un antica città che fu la roccaforte dei politeisti durante la guerra tra solarian di 150 anni prima. Per ordine del re del deserto, era stato vietato l'accesso a questa parte di deserto e con il tempo ci si era perfino dimenticati della sua esistenza.

“Dobbiamo... Andare via... È proibito.”

“Voglio fare chiarezza su questo posto, voglio sapere chi viola quanto decretato dal re e che eppure ci ha salvato. Sospetto ci sia molto di più dietro a questa storia, ho come una strana sensazione. Comincio a capire perché questo luogo è proibito.”

Urakia non fu molto rassicurata dalle parole del principe, aveva ancora a mente le storie raccontatele su quel luogo.

“Stiamo per morire”, disse Urakia disperata. “Questo luogo è sotto lo sguardo di Sol'ra, chi ci vive subirà l'ira di fuoco del Dio. Non voglio stare qui.”

Metchaf si grattò il naso, era infastidito dal comportamento poco consono della guardia.

“Andrai dove ti dirò di andare, farai quello che ti dirò di fare. La prima cosa da fare è controllare se attorno all'oasi ci siano tracce di cammello.”

La giovane donna era divisa tra due sentimenti: rabbia e vergogna. Mise da parte l'orgoglio ed andò assieme al principe. L'oasi era molto più grande di quanto avevano pensato. Dopo un'ora di cammino, i due solarian arrivarono ad una spiaggia su cui era poggiata una statua. Poco distante, nel lago, una donna nuotava tra le ninfee. Metchaf ed Urakia la riconobbero immediatamente: era l'assassina del sacerdote di Aksenoun. Urakia sguainò le sue de spade ed entrò in acqua: non fece però molta strada perché cominciò ad affondare come nelle sabbie mobili.

“Dunque è questo il modo per ringraziarmi di avervi salvato? Attentare alla mia vita?” chiese allontanandosi da Urakia.

Metchaf davanti al corpo nudo della donna, distolse lo sguardo.

“Assassina, hai ucciso un sacerdote di Sol'ra! Verrai giustiziata”, urlò infuriata Urakia.

Sulla donna apparvero abiti sontuosi, il che la rese ancora più impressionante. Il principe si posizionò ad una certa distanza per evitare problemi. Mentre Urakia cercava di uscire dall'acqua, Metchaf iniziò a parlare.

“Chi sei?”

“Mi aspettavo più un grazie.”

“Chi sei?”

“La domanda non è chi sono ma cosa ci fate voi qui.”

“Stavamo seguendo un'assassina”, urlò Urakia.

“Uccidere un assassino è omicidio o è un favore?”

“I sacerdoti di Sol'ra non uccidono”, rispose Metchaf trattenendo a stento la rabbia.

“Ma davvero? Sei sicuro di questa affermazione?”

“Chi sei?”

“Ho sentito voci che dicevano che Ahmid sarebbe tornato.”

“Ahmid? Quel... smettila una buona volta di cambiare argomento. Rispondi: chi sei?”

La giovane donna sembrava persa nei suoi pensieri. Poi intorno a lei tutto mutò forma, come se dei ricordi stessero prendendo forma. La scena raffigurava una battaglia, in cui lei affrontava un guerriero di Sol'ra. La scena finì con la morte della donna. Metchaf ed Urakia compresero immediatamente il senso della scena.

“Ptol'a”, sussurrò il principe per non farsi sentire da Sol'ra. “Impossibile.”

“Sono qui per mostrarvi una strada, il futuro dipende da voi. Il nostro futuro; adesso seguitemi.”

Urakia fu nuovamente capace di muoversi e Metchaf si stupì a seguire la donna senza fare domande. Non sapevano come reagire.

Capitolo 3 - La Tomba degli Dei

Colei che si pensava essere l'incarnazione di Ptol'a , tornata dalla morte, li portò vicino all'oasi di Istaryam. Il cielo era coperto ed oscurava il sole. Arrivarono in un luogo molto più grande di una duna di sabbia, anche perché non era duna. Era bensì un edificio, il cui ingresso era stato cancellato. L'ingresso era stato bloccato da una massiccia lastra di pietra ma quest'ultima era stata rotta in modo da poter far passare un uomo corpulento. Un enorme simbolo di Sol'ra era stato tracciato sulla porta.

“Un ammonimento del Dio”, disse il principe.

“Che alcuni hanno infranto per ribellarsi alla dittatura del falso dio.”

“Falso dio!” si arrabbiò Urakia. “Sol'ra è l'unico dio.”

“In questo caso, se sei certa di ciò che dici non dovresti avere problemi ad avanzare e vedere cosa c'è con i tuoi occhi. Non sarai sicuramente influenzata da ciò che è celato al suo interno.”

La guardia reale mise il broncio, chiedendosi cosa mai sarebbe stato celato all'interno dell'edificio.

“E se non volessimo entrarci?” disse il principe con tono di sfida.

L'incarnazione di Ptol'a sorrise.

“In questo caso o rimanete ad Istaryam fino alla fine dei vostri giorni oppure provate ad andarvene. In questo caso rischiate di rivelarvi, Solarian. Non riuscirete più a controllarvi e morirete per un dio che non si cura di voi.”

“Non abbiamo scelta Urakia”, disse il principe con un idea ben radicata nella testa.

L'interno dell'edificio, illuminato da lampade ad olio, mostrava una scala infinita che volgeva verso il basso. Affondava sotto il deserto e così il calore svaniva, lasciando spazio ad una salutare freschezza.

“Cosa facciamo principe?”

“Vedremo cosa fare. Per adesso sembra una copia delle grandi tombe dei miei antenati. Se è costruita secondo lo stesso modello, allora in quel caso potremo uscire dalla parte opposta e andarcene di fretta.”

“Spero tu abbia ragione.”

“Abbi fede.”

Dopo mezz'ora, finalmente, arrivarono al termine della scalinata, la quale si affacciava su una stanza di medie dimensioni. Le quattro pareti erano ricoperte di geroglifici e simboli. Nell'aria gravava un leggero odore di morte. Incominciarono a leggere e decifrare i simboli, così lessero del principe caduto.

“Non credo a quello che ho letto”, disse Urakia.

“Esattamente, non dobbiamo crederci perché è tutto sbagliato.”

Le scritte erano state fatte da sacerdoti e fedeli; i quali furono rinchiusi in quel luogo insieme alle incarnazioni dei loro dei dopo la fine della guerra contro Sol'ra. Parlavano di come i solarian avessero raso al suolo interi villaggi, abitati da persone del deserto. Erano atti così violenti ed imperdonabili che avevano fatto estinguere intere civiltà, quelle del deserto del sud. Questi scritti fecero dubitare il principe che, nonostante l'aria altezzosa, amava il suo popolo. Urakia d'altro canto non voleva tener conto delle bugie degli infedeli. Non accettava che si spargesse fango sul suo credo e sulle sue convinzioni. C'era però un particolare inquietante. Le parve di vedere tra le persone descritte, uno dei suoi antenati. Una persona, la cui memoria tramandata, era emblematica e degna di paura. Aveva contribuito a fondare Mineptra. La coincidenza era inquietante, molto inquietante per una famiglia religiosa e devota come la sua. I due lasciarono la stanza con il cuore colmo di dubbi ma un'altra sorpresa era lì ad attenderli. Oltrepassarono una nuova porta, anche questa in frantumi e ciò che videro era magnifico: una enorme città sotterranea. Moltitudini di case di sabbia erano state edificate scavando nella terra. In mezzo alla città, una cinquantina di persone, che lì abitavano, erano in attesa. Metchaf ed Urakia avanzarono verso di loro, ad armi impugnate. Una di queste persone, sicuramente il capo, si fece avanti.

“Benvenuti alla Tomba degli Dei, coloro che sono morti in difesa del deserto e delle sue meraviglie. In questo luogo scoprirete le verità su Sol'ra e su ciò che significa essere divini. Posate le armi, non vi serviranno, non vogliamo farvi del male.”

Continua....


Alla riscossa


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Capitolo 1 - Becca-tuono

Dan si sedette davanti ai progetti della Arc-Kadia. Era da molto tempo che non saliva sulla nave che aveva progettato con il Gigante Triste. I pirati di Al la Triste avevano viaggiato tra innumerevoli isole prima di giungere dal vecchio sacerdote e convincerlo a salire a bordo. Al era molto curiosa di sapere se avrebbe ottenuto qualcosa dal suo ospite. Gli sorrise.

“Sei cresciuta Alexandra ma mi sembra tu abbia qualche problema con l'Arc-Kadia.”

“Dobbiamo rimetterla a nuovo.”

“Spiegami, che cosa non funziona?”

“Ho attivato la console.”

Dan chiuse gli occhi come se avesse subito capito che reazione avesse avuto compiere quell'azione.

“Capisco, capisco. Sai non sono stato l'unico a progettare la nave.”

“Lo so ma Gamba di Legno...”

“A tuo padre non andava a genio, non fidarti di lui”, rispose Dan chiudendo la questione. “No, so già come poter rimettere a nuovo la nave ma sarà difficile farlo senza l'aiuto del passero.”

“Il passero? Chi?”

“Il passero!!! Becca-tuono? Quel vecchio pappagallo spiumato?” ringhiò Bragan. “È più alcolizzato lui di tutta la ciurma messa assieme.”

“Forse, vecchio lupo d'aria, ma c'era anche lui quando era stata costruita la nave e tu eri marinaio all'epoca.”

“Va bene ma dove troviamo questo uccello?” tagliò corto Al.

“Si trova su un isola dei devastatori, in una delle molte grotte”, rispose il predicatore.

“Così sia, non è lontana. Bragan si parte”, disse Al. “Vai in sala macchine e fatti aiutare da Klemence.”

Dopo pochi giorni i pirati arrivarono sull'isola; era un isola di franchigia, cioè un territorio su cui i Signori delle isole non avevano diritto di attraccare e tanto meno di dettar legge. Era un covo di tutte le peggior specie di delinquenti ma era anche la culla della pirateria. In molte occasioni l'isola era stata attaccata dai Signori del cielo ma non era mai stata conquistata. L'Arc-Kadia atterrò in uno dei molti moli. Dopo aver preso le necessarie precauzioni per tutelare la nave, Al, Mylad e Ti Mousse si diressero a cercare il famoso Becca-tuono. Le strade della città, se così vogliamo chiamarle, erano zozze, puzzolenti e ovviamente mal frequentate. In diverse occasioni il gruppo fu costretto a dimostrare che non erano semplici turisti in visita. Il villaggio dei devastatori era composto da miriadi di case, le quali rimanevano in piedi per miracolo. Solo poche abitazioni erano costruite secondo il classico stile delle isole bianche, ovvero fango ricoperto di calce. Al decise di ignorare il luogo, che destava in lei tanti spiacevoli ricordi, e preferì dedicarsi al motivo della sua presenza. Cominciarono a setacciare la zona fin quando non trovarono una taverna meno disgustosa delle altre.

“Quest'isola è un labirinto, passeranno anni prima che si riesca a trovare quel piumato”, disse Mylad con rassegnazione. “L'ultima volta che ci siamo visti non è che fossimo in buoni rapporti.”

“Ma tu lo conosci?” chiese Ti Mousse.

“Sì, è stato lui ad insegnarmi ad usare la magia”, disse bevendo parecchi sorsi di una sostanza forse usata per i radiatori.

La notte cominciò ad avvolgere la terra di Guem e molti avventurieri entrarono nella taverna. La presenza di due belle donne cominciò a far scaldare gli animi. Uno degli ultimi arrivati, armato di bicchiere di rhum, si diresse verso Mylad e il Capitano.

“Signorine... permettetemi... di offrirvi... una pinta.”

Il suo respiro pesante convinse Mylad che quell'uomo era in cerca di guai.

“Lasciaci in pace”, disse in modo da essere ben udita.

“Oh.. oh... mi sa che avremo problemi”, balbettò il coraggiosissimo Ti Mousse.

“Dai, non fare la preziosa. Sono bello come gli altri.”

Gli altri pirati erano lì vicini per sostenere questo incredibile approccio di corteggiamento.

“Spiega le vele e vattene, scorfano.”

L'altro sghignazzò e provò a palpeggiare zone che non aveva il permesso nemmeno di immaginare. Mylad non aveva più bisogno di Al per difendersi e tirò un ceffone al molestatore. Questo sguainò la spada ma Mylad fu più veloce; fece scaturire catene di fulmine con le quali colpì chiunque fosse lì.

“Hai fatto dei bei progressi Mylad.”

Qualcuno di diresse verso il tavolo. Il suo aspetto era incredibile: alto come un uomo ma ricoperto di penne blu e dotato di un becco adunco. In effetti sembrava un grosso pappagallo. Non c'erano dubbi su chi fosse.

“Andatevene via, andate a brindare al fatto che siete vivi”, disse sedendosi al tavolo e scacciando la folla.

Mylad era ancora arrabbiata.

“Su ragazza, siediti.”

La giovane maga sospirò prima di poggiare delicatamente le chiappe sulla sedia mezza marcia.

“Tu sei Al la Triste? Figlia del Gigante, eh? L'ultima volta che ti ho vista... ”

“...ero molto piccola, sono stanca di sentirmelo dire. Non sono brava ad ascoltare, ne paziente, passero. Ho un lavoro per te”, tagliò corto Al.

“Becca-tuono è costoso”, rispose sfregandosi le mani.

“Abbiamo di che pagarti”, disse Ti Mousse avvicinando una borsa zeppa di cristalli.

“Oh... lo vedo, lo vedo. Cosa volete che faccia?”

“Riparare la mia nave.”

“Vuoi dire l'Arc-Kadia?”

“Esattamente.”

“Sai che non sono un meccanico.”

“Lo so ma il predicatore ha bisogno di te.”

“Il predicatore? Non è ancora morto? “

“Siamo d'accordo o no?”

Becca-tuono guardò un attimo Mylad e la sua aria afflitta. Pesò i pro e i contro. Da una parte Mylad e il predicatore, dall'altra un bel gruzzolo e la possibilità di lasciare quell'isola.

“Va bene, andiamo.”

Capitolo 2 - Ritirata Strategica

Da diverse ore il gruppo ai Confini era in fuga dalla collera degli Hom'chaï e delle Elfine. I loro inseguitori erano in forma ed avevano una perfetta conoscenza del territorio e grazie a queste due doti stavano per catturarli. L'Intrappolato stava facendo tutto il possibile per creare barriere con cui rallentarli ma era difficile fermare qualcuno in una foresta. Ergue, Malyss, Ciramor si stavano aiutando l'un l'altro per procedere al meglio e Silikat li guidava. La tribù inseguitrice era però formidabile nel dare loro la caccia e nonostante il gruppo fosse ormai esperto si ritrovarono con un unica possibilità di fuga, un salto nel vuoto.

“Siamo come topi in fuga”, disse Ergue rassegnatosi ad essere un cacciatore braccato.

“Non ci faremo prendere senza lottare”, disse Malyss preparando una strategia d'attacco.

Occhio di Gemma era in un angolo a montare un oggetto grazie a varie parti del suo equipaggiamento.

“Che stai facendo?” chiese Ergue.

“Ci porto di là, noi pirati abbiamo sempre una via di fuga.”

“Il tuo arnese ci farà volare?”

“No ma apri bene gli occhi Zil, non vedrai cose simili nella tua vita.”

Occhio di Gemma aveva finito di montare il suo arnese che sembrava essere una grossa pistola. Malyss comprese che aveva proprietà magiche. Occhio di Gemma puntò la pistola in cielo e fece fuoco. Una piccola sfera bianca che emetteva luce brillante comparve nel cielo ed illuminò tutto l'ambiente circostante. I loro inseguitori non erano molto distanti, gli Hom'chaï non stavano cercando di essere discreti e stavano distruggendo tutto lungo il loro cammino quando sentirono lo Pchiiii del razzo lanciato da Occhio di Gemma.

Da due giorni Becca-tuono era tornato sulla Arc-Kadia e aveva il cuore pesante dal rivedere Dan, Briscar e Bragan. Si era poi messo a lavorare affinché la nave tornasse alla sue potenzialità iniziali. Il cuore nella nave era un macchinario molto sofisticato. Klemence rimase stupita dal vedere il predicatore ed il passero smontare e rimontare quello strano marchingegno, per non parlare del fatto che era stato caricato grazie alla magia del fulmine da Mylad e dallo stesso Becca-tuono. Entrambi dovettero dar fondo a tutto il loro potere magico. Grazie ad un piccolo apparecchio poterono vedere che la lancetta che segnava la carica della macchina era nuovamente a posto. Infine Dan mise a posto la console e rimosse il medaglione del padre di Al la Triste. Il capitano aveva assistito al tutte le operazioni per rimettere a nuovo la sua nave. Dan le si avvicinò porgendole la collana.

“Tieni ed usalo con saggezza. Ho mostrato alla tua piccola tuttofare cosa sia necessario fare la prossima volta. Non è molto complicato ma quel macchinario è... come dire... in anticipo con i tempi.”

“Grazie per l'aiuto.”

“L'ho fatto in memoria di tuo padre. Ora che ho finito, permettimi di lasciare la nave.”

Al la Triste li mise la collana al collo.

“Certo.”

Dan non si prese la briga di salutare gli altri, raccattò le sue robe e se ne andò. Becca-tuono stava camminando sul ponte e decise di stappare una bottiglia per ricordare le avventure vissute su quella nave. Mentre la nostalgia cominciava a venire a galla, si trangugiò mezza bottiglia. Fu allora che vide qualcosa in cielo, una palla bianca. Questa poi esplose creando un vortice che aspirò la nave. Nessuno dell'equipaggio venne ferito e la nave stessa non subì danni.

Mentre la sfera bianca esplodeva creando un vortice, il gruppo sull'isola dei Confini si stava preparando alla battaglia. Pochi istanti dopo l'Arc-Kadia apparve come per magia, il suo equipaggio era confuso dal ritrovarsi dall'altra parte del mondo. Ergue, Malyss, Ciramor, L'intrappolato e Silikat rimasero stupiti dai nuovi arrivati. Al la Triste teneva la barra mentre un membro dell'equipaggio esaminava la situazione sull'isola. Gli altri pirati sbucarono da ogni dove, non capacitandosi di cosa stesse accadendo. Al la Triste urlò degli ordini e disse chiaro e forte che Occhio di Gemma era in pericolo. Fu Becca-tuono ad agire per primo, lasciò andare la bottiglia e si lanciò nel vuoto da un'altezza da cui nessuno avrebbe osato saltare. Rallentò la caduta grazie alle ali e venne immediatamente raggiunto da Mylad, la quale era avvolta da folate di vento. I primi ad arrivare furono le Elfine, seguite dai loro Hom'Chai, i quali erano grandi, forti, potenti e arrabbiati.

“Hanno assunto il Ragianne”, urlò Silikat. ”Combatteranno fino alla morte”, continuò mentre schivava un colpo.

C'erano cinque di questi mastodontici guerrieri, i quali erano coperti di tatuaggi e molto più impressionanti di quelli delle terre di Guem. L'Intrappolato fece scaturire radici per fermarli. Malyss creò numerose pareti di ghiaccio. Ciramor che custodiva l'uovo del Mangiapietra si affrettò a correre verso la nave.

“Sono con Occhio di Gemma”, urlò mentre evitava molte spade.

Briscar afferrò il mago e lo fece sedere in un angolo.

“Non ti muovere da qui.”

Dopo gli Hom'Chai fu il turno delle Elfine di attaccare. Nugoli di frecce velocissime andarono a conficcarsi nello scafo dell'Arc-Kadia. Becca-tuono che aveva partecipato a innumerevoli battaglie non voleva combattere a lungo contro quei fanatici.

“Mylad, barriera.”

Agendo immediatamente creò un muro di fulmine che divise l'area in due zone, la cosa scioccò Ergue e la maggior parte degli Hom'Chai. I pirati a bordo lanciarono innumerevoli corde per far montare a bordo il gruppo. Bragan urlò di salire senza perdere tempo. Gli ultimi a salire furono Becca-tuono e Mylad. La nave si allontanò tra le frecce delle Elfine. Il gruppo era steso a terra, senza fiato. Al la Triste, al timone, diresse la nave verso il vortice, in modo che potessero tornare da dove provenivano. In un attimo furono all'isola dei devastatori.

Al fermò la nave e chiese che fosse successo. Occhio di Gemma spiegò cosa fosse accaduto, in una versione sintetica e poi presentò Ciramor, Silikat e l'uovo che avevano trovato, al cui interno c'era Mangiapietra dei Confini. Ciramor che teneva l'uovo come se la sua vita dipendesse da esso, sentì muoversi qualcosa al suo interno.

“Guardate”, gridò. “Sta per schiudersi.”

Immediatamente un capannello di gente si radunò. Egue, Malyss e L'intrappolato erano molto curiosi di vedere il frutto dei loro sforzi. L'uovo si mosse e poi cominciò a rompersi. Un liquido grigiastro cominciò a defluire dalle molte crepe apertesi. Il tutto si concluse con la comparsa di una creatura grigiastra. Aveva vagamente la forma umanoide ma era privo di naso e capelli. Le sue dimensioni erano quelle di un bambino. La creatura cominciò a sbattere gli occhietti. Il pubblico era stordito, confuso ed anche un po' deluso. Silikat con reverenza porse alla creatura un pezzo di quarzo, questa strisciò fino all'elfine e cominciò a sgranocchiare la pietra.

“Questa è il Mangiapietra?” chiese Malyss. “Abbiamo fatto tutta questa fatica per lei?”

Ciramor aiutò la creatura a togliersi i pezzi di uovo rimastegli attaccati.

“Questo è solo l'inizio, se vi va bene mi occuperò di lei”, aggiunse l'apprendista di Eredan.

L'Intrappolato andò da Al la Triste.

“Grazie per averci aiutato, eravamo in difficoltà.”

“Di nulla, siamo pirati ma abbiamo comunque un cuore.”

“Ti è possibile portarci alla foresta Eltarite? Dobbiamo muoverci dal momento che abbiamo perso anche troppo tempo.”

“Va bene, andiamo.”

Estinzione


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Capitolo 1 - Passato Decomposto

In un altro luogo...

In un'altra era...

In un'altra battaglia...

Eredan e gli eroi della guerra erano riusciti a porre fine alla follia di Nehant. I nehantisti avevano perso la loro supremazia, lasciando alle loro spalle una lunga scia di sangue sulla terra di Guem. L'ultimo luogotenente di Nehant, Amidaraxar, aveva percepito la sconfitta del suo maestro. Gli abitanti del ghiacciaio d'Ametista, erano sulle sue tracce. La giovane elfa del ghiaccio, Nibelle, ed i suoi compagni affrontarono questa spregevole creatura, il quale nonostante la dipartita del suo maestro era tuttora pericolosissimo. I compagni di Nibelle lo appresero sulla loro pelle. Per mesi Nibelle aveva lavorato alla creazione di una prigione, grazie all'aiuto di Eredan, nella quale voleva rinchiuderci Amidaraxar. Dopo averlo pedinato a lungo, decise di affrontarlo. Il nehantista era un un uomo di bell'aspetto, con una maschera che celava il volto e con vesti lacere. Più che un uomo sembrava un fantasma. Intorno a lui levitavano moltitudini di pietre nere.

“Tu sei Nibelle... mi prenderò la tua anima e il tuo corpo”, disse preparando i suoi incantesimi.

L'elfo non rispose alla provocazioni ma si concentrò invece nelle sue preghiere, tenendo in una mano uno strano bastone ricoperto di anelli d'oro. La sua era una preghiera per resistere all'influenza della magia nehantica. Amidaraxar non perse tempo e dalle pietre che portava con se si sprigionarono dei lampi oscuri. L'elfa gridò quando venne investita dal maleficio ma restò viva nonostante quell'incantesimo avesse la finalità di ucciderla. Gli dei avevano risposto al suo appello. Venne avvolta da una tenue luce bianca, che lei abilmente incanalò nel bastone. Mentre il nehantista scagliava nuovamente il suo terribile sortilegio, lei picchiò il bastone sul terreno.

Amidaraxar si paralizzò. Le sue pietre caddero a terra. Si sentiva schermato dalla fonte del suo potere.

“Noo. Nooooo. Che cosa hai fatto?”

Sottili nastri di ghiaccio si avvolsero attorno al suo corpo.

“Tu.. non puoi uccidermi”, gridò rabbiosamente.

“Lo so ma io non voglio ucciderti, sarai incarcerato per l'eternità.”

Il ghiaccio, come se fosse un essere vivente, lo inghiottì lentamente. Nibelle esausta mortalmente venne assistita da chi aveva assistito alla scena.

“Portami alla porta, devo recitare il ruolo della mia vita.”

Nibelle aprì gli occhi...

Molti anni erano passati nel frattempo, ora era vecchia e stanca. Da molto tempo Yilith era andata via per cercare risposte e non era più tornata. Da molti anni Amidaraxar si era rafforzato e ora stava per prendere il sopravvento. Da giorni sentiva la volontà del nemico farsi più forte e si scoprì a pensare che senza Nehant avrebbe comunque potuto fare ben poco. Il cuore di Nibelle era pesante, sentiva che un terribile futuro attendeva la sua gente.

Capitolo 2 - Manovre

Yilith aveva viaggiato attraverso le terre di Guem per cercare aiuto per il suo popolo. Aveva attraversato il regno di Tantad, uno strano posto con usi e costumi molto strani. La gente aveva rifiutato di darle aiuto e lei era ancora a correre contro il tempo. Attraversò le regioni più remote e nessuno le aveva dato una mano. Infine attraversò i confini della Draconia e lì un gruppo di persone, perlopiù soldati, le venne incontro. L'Elfa del Ghiaccio aspettò che arrivassero da lei.

“Dama Yilith, abbiamo l'ordine di accompagnarti a Kasterl Levarak”, disse colui che sembrava essere il capo.

“Sai chi sono?”

“La Phytie sa cosa ti muove, vorrebbe aiutarti nella tua impresa.”

Finalmente qualcuno interessato a darle una mano, non si fece quindi pregare mentre veniva condotta ad una piccola cittadina. C'era un castello dalle torri affusolate con splendidi giardini, il tutto circondato da molte casette disposte regolarmente. Tutto era tranquillo ed Yilith si meravigliò della pulizia che regnava in quel posto. Venne condotta in un giardino, nel quale decine di persone la attendevano pazientemente assieme a La Phytie.

“Sei la benvenuta Yilith. La nostra casa è la tua, qui troverai ristoro”, disse La Phythie, oracolo di Dragone. “Ti ho vista cercare aiuto nelle terre a nord. Io ti aiuterò.”

“Grazie Phythie, a nome mio e del mio popolo. Percepisco in te grande saggezza”, rispose subendo il forte carisma della Phythie.

L'Oracolo e la Profetessa parlarono per buona parte del giorno e della notte su cosa stava accadendo al mondo. Poi lasciò Yilith in compagnia dei membri della Guardia di Kastel Levarak. Nel frattempo nella capitale della Draconia, Moira stava scrutando i suoi uomini, tutte Stregaspada che le erano state affidate da Naya. Erano tutte conformi al regolamento ma non capivano perché avessero dovuto indossare vestiti caldi di pelliccia in primavera. Attesero per un'ora che arrivasse colui che stavano aspettando, come previsto dalla Phythie. Marlok e Marzhin avevano creato un passaggio tramite il potere del Compendium, in modo che Moira, Yilith ed il gruppo di guerriere non perdesse tempo. Attraversarono il portale e si trovarono dalla parte opposta del mondo, nel perenne freddo del ghiacciaio d'Ametista.


“Dimizar, è giunto il momento il momento che io esca da questa prigione, è giunto il momento che io mi riprenda ciò che mi spetta.”

“Maestro, è quasi pronto.”

“Come quasi?” urlò l'immagine nello specchio.

“Diciamo che siamo sotto stretta sorveglianza.”

“Non hai detto che il Consiglio è nelle tue mani?”

“Sì.”

“Allora andrà tutto bene.”

“Dragone...”

“Non parlarmi di lui mentre sono rinchiuso in questa pietra, lui non sa nulla.”

“Sono potenti avversari e sanno chi siamo.”

“A maggior ragione dobbiamo muoverci. Ogni esercito ha il suo punto debole, trovalo e cadranno a pezzi.”

“Lo so, libereremo Amidaraxar.”

“Eccellente, lui è l'unico che possa liberarmi.”

“Lo so, signore.”

“Allora muoviti.”

L'immagine scomparve. Il nehantista pensando al suo piano scoppiò a ridere, sarebbe stato un successo come tutti gli altri. Entrò nella sala da pranzo dove altri membri della gilda lo attendevano. Maschera di Ferro giochicchiava con un bicchiere di cristallo, Anagramma stava torturando uno schiavo, Ardrakar parlava alla sua spada ed il Decaduto stava mangiando.

“Maschera di Ferro, Anagramma e Decaduto, si va a nord, al ghiacciaio Ametista.”

Maschera di Ferro sapeva il piano, posò il bicchiere e si alzò con determinazione.

“Conoscete tutti la storia di Amidaraxar?” chiese Dimizar.

Il Decaduto scosse la testa, seguito da Anagramma.

“Per farla breve, Amidaraxar è un luogotenente di Nehant e l'unico che possa liberare il nostro Signore dalla sua prigione. Tuttavia lui stesso è imprigionato nel Ghiacciaio Ametista. Secondo le mie fonti gli Elfi del Ghiaccio stanno spostando i loro villaggi per colpa dello scioglimento del ghiacciaio. La maggior parte dei nostri avversari non è a conoscenza dell'esistenza di questa prigione, pensano che Amidaraxar sia morto. Ora andate e liberate il nostro uomo.”

“Stiamo andando”, rispose Maschera di Ferro, stranamente euforico.

Capitolo 3 - Scontri, fuga, convinzioni

La luce era fioca in quella parte di mondo ed il ghiacciaio Ametista aveva una singolare atmosfera. La luce del sole batteva sul ghiaccio bianco e la rifrazione della luce lo trasformava in viola. Moira e le sue truppe erano in una vecchia capanna di pietra, probabilmente risalente ad un'epoca passata. Fece il punto della situazione con Yilith, con le Stregaspada e con le guardie di Noz'Dingard. C'era un problema da affrontare: il ghiacciaio si stava sciogliendo e le antiche vie di passaggio erano inutilizzabili.

“Dovremo trovare un modo per avanzare”, disse seccata Moira.

“Alcune tribù della mia gente si sono stabilite lungo il fiume, per paura del disgelo.”

Dama Yilith ebbe poi una strana sensazione. Ora che era vicino agli spiriti del ghiacciaio, le sue capacità di percezione erano tornate ad alti livelli.

“C'è qualcuno fuori, vogliono ucciderci”, urlò all'improvviso.

Il gruppo uscì di sorpresa dal rifugio e davanti a loro incombeva il primo scontro della giornata.

“Demoni”, urlò Moira sguainando la spada.

Di fronte a loro il potente Mangia-anima stava già stritolando la testa di un draconiano. Con lui c'erano due demoni molto diversi tra loro: il primo era un ammasso di muscoli, lento ma devastante, mentre il secondo era velocissimo e colpiva con calci. Le Stregaspada utilizzarono le loro abilità per fronteggiare il demone colossale e Moira decise di affrontare Mangia-anima. Le Stregaspada si muovevano con innaturale velocità, cercando di evitare i potenti colpi del gigantesco nemico e Dama Yilith si concentrò per chiedere alla madre dei ghiacci di conferirle la capacità di curare le ferite.

Dimizar era poco distante e guardava la scena con gioia. Il suo piano era semplice e per una volta Mangia-anima lo stava eseguendo perfettamente, il risultato sarebbe stato lo stesso della lotta contro Profeta.

Le Stregaspada si stavano ritrovando in situazione svantaggiosa. Dimizar vide il collegamento tra la giovane capitana delle Stregaspada e Dragone, afferrò questo filo e lo recise. Moira gridò di dolore e Mangia-anima ne approfittò per colpirla a tradimento.

“Ah mia cara, diventerai un bel ricettacolo. Oh demone dei Meandri, ascolta la mia chiamata e prendi questo corpo facendolo strumento del mio odio”, urlò usando i suoi oscuri poteri.

Moira fece un passo indietro, si sentiva malissimo. La sua pelle cambiò colore ed il suo aspettò mutò. Avrebbe voluto urlare ma non uscì nulla dalla sua bocca. Il suo corpo non era più in suo possesso, era oramai controllato da un'altra personalità. I lineamenti divennero quelli di un demone, apparvero corna e artigli, sul ventre apparve il simbolo di Nehant. La creatura si scrocchiò il collo e guardò Dimizar.

“Mi hai chiamato, mio signore? Io sono Morte-lame.”

“Morte-lame è ora di iniziare a giocare, mostra loro il vero potere di un demone.”

La mischia era confusa, il grande demone era stato sconfitto e i soldati draconiani erano in fase di riassetto. Dopo un cenno di Dimizar, Mangia-anima uscì dalla mischia.

“Lascia fare a Morte-lame.”

Senza attendere oltre, Morte-lame entrò in combattimento. Grazie all'agilità ed ai poteri delle Stregaspada che albergavano in lei era capace di prodezze incredibili. Le guardie draconiane vennero uccise prima che potessero avere il tempo di organizzarsi. Una Stregaspaga cadde a terra con la gola recisa dal piccolo demone che ancora combatteva ma quest'ultimo venne a sua volta ucciso da un'altra Stregaspada. Yilith aveva compreso cosa fosse accaduto a Moira e ricominciò a pregare. Solo Morte-lame era ancora in campo contro Yilith e le restanti Stregaspada. Il demone gettò a terra la spada perché la magia del drago aveva ormai abbandonato il corpo, cercò di prendere tempo ma in quel mentre una parte della coscienza di Moira si risvegliò. Guardò Yilith e riuscì nell'impresa si far riaffiorare la sua voce.

“Qualunque cosa tu voglia fare, questo è il momento.”

La mente di Yilith non era presente ma viaggiava oltre le semplici cose terrene, stava invocando colui che adorava.

“Oh Agmundar, il destino di colei che ti chiama è di sconfiggere questa immonda creatura, donami la forza.”

Agmundar era il dio della guerra degli Elfi del Ghiaccio. Il dio diede un grammo della sua forza alla profetessa e grazie a ciò quest'ultima potette resistere all'assalto furioso di Morte-lame. Il demone attaccava con furia. Moira percepì nuovamente Dragone.

“Riprendi il contatto”, disse una voce sconosciuta.

Non contraddisse la voce e lottò disperatamente contro la volontà del demone. Colpì una volta e poi una seconda. Il demone venne scagliato via dal suo corpo e Moira, tornò ad essere Moira. Almeno fisicamente perché era come se fosse in coma. Tornò la calma. Ma a quale prezzo?

Il villaggio del elfi del ghiaccio era ormai deserto. Nibelle continuava a pregare che gli dei vegliassero sulla sua gente ma nulla accadde. Stava veramente arrivando la fine dei loro giorni come il primo Profeta degli Elfi del Ghiaccio aveva previsto? Alcune persone si stavano avvicinando a lei. Persone ricolme di odio e rabbia. Stavano venendo per liberarlo. Nibelle non avrebbe mollato il passo, sarebbe morta combattendo. Quando Maschera di Ferro, Anagramma ed Il Decaduto arrivarono, Nibelle li attendeva con in mano il vecchio bastone con cui aveva sconfitto Amidaraxar.

“Non farete piangere una nuova generazione di bambini”, disse sottovoce.

“E chi pensa di fermarci? Tu?”, rispose sarcastica Anagramma.

Questi avversari sembravano essere forti e lei, lei era invecchiata. Anagramma avanzò con celerità, Nibelle colpì il terreno con il bastone e trasformò l'avversario in una statua di ghiaccio. Maschera di Ferro applaudì.

“Brava, un bello spettacolino. Ora però stai per morire”, disse togliendosi la maschera. “Io sono Azaram, figlio di Amidaraxar. Da molto tempo attendo questo momento.”

Maschera di Ferro aveva l'aspetto di un giovane uomo dai biondi e lunghi capelli, i suoi occhi però non erano umani, erano gialli. Nibelle ne rimase colpita, era simile ad Amidaraxar e per questo non dubitava della veridicità delle sue parole. Maschera di Ferro aprì un libro e cominciò a leggere nella lingua dei demoni.

“Cosa... dove l'hai preso?” urlò Nibelle riconoscendo la Raccolta Proibita.

Batté forte il suo bastone per congelare il nemico ma questa volta non accadde nulla. Azaram chiuse il libro facendo sprigionare un antica e potente magia. Il Decaduto cominciò ad ingigantirsi sempre più ma non era più simile ad un solarian bensì a Morte-lame. All'improvviso un gran calore venne sprigionato dalla creatura.

“Sono Fornace. Chi osa invocare il re dei demoni della fiamma?” urlò con una voce imperiosa.

“Io, Azaram, figlio di Amidaraxar. Hai un debito da saldare con mio padre! Uccidi l'elfo!”

Nibelle era pronta alla battaglia, pregò i suoi dei ma essi non risposero... La vecchia elfa del ghiaccio non avrebbe potuto resistere a lungo contro due avversari ed infatti Fornace la uccise rapidamente schiacciandola al suolo.

“Debito pagato”, disse il demone prima di scomparire lasciando dietro di se il Decaduto privo di sensi.

Azaram si avvicinò alla porta che ancora rinchiudeva suo padre. Le pietre incastonate cominciarono a crepitare, solo una pietra ancora era integra. Azaram la ruppe e così facendo la porta andò in frantumi. Dentro la prigione c'era un uomo mascherato.

“Padre”, disse Maschera di Ferro inchinandosi con rispetto.

“Alzati figlio mio, è tempo di liberare il Maestro.”

A Noz'Dingard Kounok, il Profeta, il Signor Galmara e Marlok stavano discutendo seriamente.

“Grazie per essere venuti, cose orribili stanno accadendo”, disse Kounok.

“Che succede?” disse Marlom aggrottando la fronte.

“Il gruppo inviato con l'elfa del ghiaccio Yilith è stato annientato. L'unica superstite è Moira. Ora Yilith si sta prendendo cura di lei, pare che abbia subito un grave trauma.”

“Sappiamo chi è stato?” chiese Galmara.

“I Nehantisti. Ho appena parlato con Dragone ed abbiamo convenuto che è tempo di agire. Marlok il piano degli Zil a che punto è?”

“Sono pronti, i Nehantisti saranno solo un ricordo”, rispose il mago.

“Ottimo. Galmara che mi dici tu?”

“Ho interceduto con il clan del Corvo per fare da intermediario con i Kotoba. Lanceranno a breve la loro offensiva contro i Nomadi. Non è stato difficile convincerli”, disse il cortigiano.

“Vado a preparare la Draconia per un nuovo conflitto. Speriamo di non fare gli stessi errori del passato. Ora siamo in guerra.”


Che lo spettacolo cominci


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Capitolo 1 - Cospirazione e follia

La carovana di roulotte si muoveva snodandosi lungo la strada che conduceva al castello di Kaes, roccaforte del Consiglio delle Gilde. Questa strada si dipanava lungo il confine con la Draconia e finiva nel più remoto dei sette regni: Avalonia. Da diversi giorni gli Zil erano in marcia e lungo la strada si incontrarono con una persona che li stava attendendo. Marlok era vestito in “borghese” per non essere riconosciuto da occhi indiscreti e quando vide Abyssien venirgli incontro, gli strinse con calore la mano.

“Felice di vederti Abyssien, ho notizie da darti. Sarò breve perché non devo essere visto a parlarti.”

“Dimmi pure.”

“Il Consiglio ha mandato inviti a molti diplomatici, sono molto contenti di riavere i Guerrieri di Zil. Verace farà in modo che la sorveglianza sia al minimo, anche se ci saranno tutti gli ambasciatori. Il resto sta a te organizzarlo. C'è una cosa ancora più importante però...”, disse porgendogli una pergamena.

Abyssien recuperò la pergamena, esaminò i nomi e poi la mise via.

“Chi sostituirà queste persone?” chiese lo Zil.

“Gente di cui possiamo fidarci. Pensavamo a te”, rispose il Noz.

“O te”, aggiunse Abyssien.

“Queste sono solo speculazioni. Ci saranno cristalli di simulazione, sono eccellenti diversivi anche se il loro effetto è breve. Ora devo tornare a riferire al Profeta che tutto procede come previsto.”

“Sì andrà proprio così”, rispose dicendo ai suoi uomini di riprendere a muoversi.

“Buona fortuna Guerrieri di Zil”, urlò Marlok.

Alcuni giorni dopo quell'incontro, la gilda era finalmente arrivata. Un gruppo incominciò a montare il tendone. Una voce tra la popolazione cominciò a crescere: ci sarebbe stato uno spettacolo. La testa di Saphyra traballava da un lato all'altro, camminava strascicando i piedi in direzione di un manifesto che annunciava lo spettacolo degli Zil. Una mano della ragazza si alzò di scatto e strappò il poster dal muro, prima di dirigersi verso casa.

“Tskkk, cosa credono di faaare”, urlò il burattino. “Veeeero mio giocattolo?”

Aryphas aveva i piedi sulle spalle della giovane donna e la costringeva a muoversi secondo la sua volontà.

“Vedrai... gli faaaaremo vedere come si faaaa un'attrazione. Aaaaandiamo.”

Ordinò poi a Saphyra di riprendere a camminare e questa senza alcuna volontà seguì quanto imposto. Il tendone era quasi finito ma c'era ancora molto lavoro da fare. Saphyra guardava le persone operose come formiche e dopo un ordine del suo malizioso padrone, entrò nella tenda di soppiatto. C'erano solo SpadaInsanguinata e Senvavolto, abbastanza per poter inscenare uno spettacolino. La marionetta Saphyra cominciò a danzare, non come la solita marionetta ma con eleganza. Gli Zil rimasero stupiti da quella danza e perfino Abyssien si fermò a guardarla, convinto che la marionetta che portava sulle spalle fosse solo parte del numero.

“Fantastico! Questa è pura arte da Zil.”

Abyssien avanzò fin quando la ragazza vacillò.

“Io...io.”

“Che succede? Stai bene?”, chiese Abyssien. “Vedo... sofferenza... tanta sofferenza. Questo non è un trucco, la ragazza sta male. Aiutatemi.”

Senzavolto che era poco distante accorse in aiuto e notò immediatamente che c'era qualcosa di macabro all'opera: la ragazza aveva gli occhi chiusi, la bocca spalancata e lunghi fili neri avvolti agli arti. Sopraggiunse anche Lo Psichiatra ed in quel mentre la ragazza si accasciò tra le braccia di Abyssien. Aryphas aveva sperato in un riconoscimento per il balletto da lei inventato e dopo qualche attimo disse:

“Graaaaazie, graaaazie, speeeero vi siiiia piaaaaciuto.”

Ora qualcosa era certo, la ragazza non era un ventriloqua. L'atteggiamento degli Zil non era sicuramente quello che Aryphas si aspettava perché sdegnata ordinò alla sua marionetta di assumere una posizione offensiva. La ragazza sguainò due pugnali. Lo Psichiatra scosse la testa, non poteva lasciare che un tale abominio continuasse la sua opera malvagia. Con un colpo di energia psichica abbatté il controllo mentale sulla ragazza. Aryphas cadde a terra, pronta alla vendetta ma Senzavolto la anticipò tagliandola a metà con la sua possente ascia. Il Legame tra Saphyra e Aryphas si infranse, Spadainsanguinata applaudì.

“Bravo Senzavolto, sei il migliore”, urlò.

Saphyra era ancora sconvolta, incapace di riprendere conoscenza.

“Chiama Kriss e falla curare immediatamente. Sbarazzatevi della bambola, che non torni mai più a perseguitarla.”

Fine dell'intervallo


Capitolo 2 - Musica maestro

Nonostante il piccolo imprevisto gli Zil avevano montato il tendone a tempo di record. Si stava facendo buio e tutto era pronto. Nel tendone erano state montate piste ed altri scenari da spettacolo. Fuori, il tendone era del viola più bello ed acceso. Oltre a tutto questo, gli Zil avevano sistemato un gran serraglio in cui si potevano vedere molti esemplari di splendide creature, la maggior parte di queste era stata catturata da Ergue. Perfino l'imponente castello di Kaes era illuminato di viola.

Davanti all'ingresso era radunata una gran folla; i bigliettai: Senzavolto, Soriek ed Ombra, li facevano entrare uno alla volta. Kriss che era poco distante suonava il suo organo portatile per allietare nell'attesa.

C'era però un altro ingresso, uno riservato ai personaggi illustri. Abyssien era lì a stringere mani ed a porgere complimenti. La maggior parte dei Consiglieri era accompagnata dal coniuge o dall'amante. Tra i personaggi illustri c'erano perfino nobili del regno vicino di Baranthe e Valdoria ma Abyssien, nonostante facesse loro grandi inchini, non era interessato alla loro presenza, era focalizzato sullo scopo della missione. La gente era convinta che stavano per fare uno spettacolo per celebrare il loro ritorno tra le gilde, ma Abyssien aveva un altro scopo: era convinto che tra i presenti ci fossero persone manipolate dal Nehantista.

Soriek annunciò suonando una tromba che lo spettacolo stava per cominciare. La tenda era gremita e nel backstage Abyssien stava dando le ultime indicazioni ai suoi.

“Tutti voi sapete cosa fare. Offriremo il più grande spettacolo di sempre, ci renderemo degni di portare l'eredità di Artrezil”, disse, soffermandosi su Salem, “conto su tutti voi.”

Lo Psichiatra stava sbirciando il pubblico ed annunciò.

“Confermo che c'è un demone. Avevi ragione Abyssien, è la giovane donna con la Consigliera Edrianne.”

“Ottimo. Atteniamoci al piano.”

La pista divenne buia. Kriss cominciò a suonare una musica avvincente ma cupa. Nessuno fiatava, nell'aria c'era solo la melodia. Poi la musica si fermò ed un burattino di ombre creato da Abyssien apparve dal nulla. Poi questo si trasformò in cangianti cristalli viola che illuminarono la scena rivelando la presenza del vero Abyssien.

“Amici. Grandi e piccini, potenti e gente comune. Benvenuti al Circo Zil!”

Tutti applaudirono con forza.

“Voi che per venire qui avete sfidato la paura, tornerete a casa soddisfatti ed appagati.”

Ad ogni parola, Abyssien cambiava forma, la folla che conosceva la magia ne rimase colpita.

“Vi presento il magnifico duo acrobatico.”

La luce si spense e quando riapparve, gli spettatori poterono vedere SpadaInsanguinata su un trampolino in alto, nel vuoto. Dopo pochi attimi si lanciò nel vuoto. Tutti trattennero il respiro e quando Soriek la afferrò in extremis dal suo trapezio, applaudirono presi. Poi eseguì altre spettacolari e pericolose acrobazie ed alla fine del numero gli applausi scrosciarono.

Dopo pochi attimi apparve nuovamente il mini pupazzo di Abyssien. Con fare misterioso e fra nuvole di fumo, questo parlò.

“Colui che sta per entrare potrebbe indurvi a comportarvi come bestie e scoprire i vostri ricordi più reconditi. Anche se sente le voci non è pazzo, anzi vi dirà che la pazzia è solo un illusione creata da chi è sano di mente. Ecco a voi Lo Psichiatra.”

Apparve un uomo, nessuno fiatò.

“Buonasera. Vi farò vivere un'esperienza unica, per questo vorrei che uno di voi venisse qui. Non abbiate paura, non c'è alcun rischio.”

Dopo qualche attimo di esitazione, un bambino alzò la mano.

“Un applauso per questo ragazzo coraggioso”, declamò.

Il ragazzo si avvicinò tra gli applausi della folla. Lo Psichiatra lo guardò negli occhi e questo si fermò a metà strada.

“Danza”, urlò.

Il ragazzo cominciò a ruotare su se stesso, tra le risate. Lo Psichiatra smise di esercitare la sua volontà ed il ragazzo si fermò.

“Ragazzo, ti chiami Gontrant e vieni da Valdoria. Hai otto anni e sogni di diventare un avventuriero.”

Il bimbo rimase colpito: “Sì, sì, ha ragione.”

“Certo, non poteva essere altrimenti ma è facile con un bambino. Mi serve un adulto ora.”

Lo Psichiatra si incamminò verso la folla e si fermò davanti ad importanti personalità.

“Consigliere Argalinard, venga come me”, disse indicando un uomo che però rifiutò.

“Andiamo, non siate timidi.”

Nel frattempo Abyssien e Kriss guardavano la scena con interesse.

“Su su”, disse lo Psichiatra.

Il Consigliere alla fine accettò a malincuore. Poco distante Odio ed Edrianne guardavano la scena con rabbia. In quel mentre un paggetto portò un messaggio ad Edrianne.

“Il Consigliere Dean la cerca.”

“Adesso?” rispose Edrianne.

“Ahime, sì.”

Lo spettacolo nel frattempo stava andando avanti, lo Psichiatra stava impressionando tutti con inganni particolarmente pericolosi e sorprendenti. La tattica era quella di guadagnare quanto più tempo possibile per poter completare ciò che gli era stato chiesto. Mentre recitava era collegato telepaticamente col Consigliere Argalinard e percepiva una forte influenza nehantica che lo soggiogava, ma nonostante ciò riuscì a manovrarlo facendogli fare quello che voleva.

“Quando arriverà il pagliaccio, lei avrà un bisogno incontrollabile. I bagni sono da quella parte.”

Il numero finì tra gli applausi. Argalinard si sedette.

Odio ritornò alla fine del numero, visibilmente irritata perché alla fine il Consigliere Dean aveva cambiato idea, disturbandola per niente.

La luce si spense nuovamente ed una risata di pagliaccio echeggiò nel tendone. Assordante, spaventosa e beffarda. Quando la luce tornò, in mezzo alla pista c'era un clown triste, tutti cominciarono a ridere incontrollatamente...

Capitolo 3 - Lo Spettacolo continua...

Mentre Terrifik entrava in scena, il Consigliere Argalinard eseguì l'ordine mentale impostogli dallo Psichiatra e si diresse verso le quinte. Soriek, che faceva da guardia, lo lasciò passare stando attento che nessuno lo seguisse; nessuno venne con lui dal momento che i sottoposti del Consigliere avevano gli occhi fissi sullo spettacolo e non si erano accorti della sua scomparsa. Una volta dietro le quinte, il Consigliere fu nuovamente libero di pensare con la sua testa. Rimase sorpreso di trovarsi in quel luogo, ma non ebbe il tempo di pensar altro perché in quel mentre sopraggiunse Kriss ad immobilizzarlo. Lo Psichiatra sopraggiunse immediatamente e poggiò una mano sulla fronte di Argalinard.

“Ora sei in mio potere, io reprimerò ogni tua volontà di resistere, ora non puoi muoverti.”

Infatti la vittima era incapace di muoversi o perfino di proferire parola. Arrivò anche Abyssien.

“Bene bene, vediamo cosa ha indosso”, disse il mago cominciando a perquisire il consigliere.

Trovò una borsa colma di cristalli e, cosa ben più interessante, una pietra cuore rossa, beh che era stata rossa dal momento che era quasi totalmente annerita. Il mago aprì la bocca dalla quale uscì una mano d'ombra che si avviluppò attorno alla pietra, poi divorò sia la mano d'ombra che la pietra.

“Psichiatra, è il tuo turno di giocare.”

“Bene. Tu hai sempre avuto un avversione per la magia nehantica, non comprendi come possa essere nuovamente riutilizzata. Tutta la magia nehantica che conosci verrà dimenticata, sepolta nel tuo subconscio. Non ricorderai di averla mai imparata. Ora torna al tuo posto, ricorda di dire che sei passato dal bagno e dimentica tutto quello che è successo qui.”

Kriss mollò la presa ed il Consigliere se ne andò.

“Funzionerà?” chiese Kriss.

“Sì, spero abbastanza a lungo perché si riesca a completare la missione”, rispose Lo Psichiatra.

“Allora non ci resta che sperare in Ombra e gli altri”, intervenne Abyssien.

Al Castello di Kaes c'erano ombre che non facevano parte di un gioco di luce. Si muovevano furtive rivelando all'occhio più attento la presenza di persone. Ombra, SpadaInsanguinata e Salem erano usciti dal tendone non appena Lo Psichiatra era entrato in scena, con l'intenzione di fare un colpo memorabile. Vista la serata di festeggiamenti, la sorveglianza era al minimo ed i corridoi erano percorsi da ben pochi servitori. Stavano eseguendo il piano pianificato dal Consigliere Verace, l'unico che sicuramente non era controllato dal nehantista. Dopo un breve giro di ispezione si diressero negli alloggiamenti dei Consiglieri. Il vantaggio era che tutti i consiglieri avessero dimora nello stesso posto ma la sorveglianza era un problema perché era sempre presente. Salem prese alcuni cristalli donati da Marlok ed in pochi attimi lo spaventapasseri si trasformò in un Consigliere e le sue partner in avvenenti ragazze. Le guardie non dissero nulla quando passarono loro davanti.

“Adesso dobbiamo trovare la dimora di Edrianne”, indicò Ombra, “dovrebbe essere in fondo al corridoio a destra.”

“Pensi che troveremo veramente quello che stiamo cercando?” chiese SpadaInsanguinata.

“sIcUrO! Non c'E' pOsTo mIgLiOrE pEr nAsCoNdErE qUaLcOsA”, rispose Salem, sempre con l'aspetto del Consigliere.

Dopo poco trovarono la porta della camera della Consigliera, una porta molto robusta con una serratura incredibilmente elaborata. Ombra la esaminò con attenzione e poco dopo si mise a trafficare con i suoi strumenti. La serratura non potette resistere alla straordinaria abilità dell'ex apprendista Braccamago. L'interno della stanza era lussuoso ma allo stesso tempo sobrio, bei mobili, tende intonate con il resto della stanza e candelieri magici che illuminarono i tre Zil.

“Bene, pare ci si annoi nel Consiglio”, disse con ammirazione SpadaInsanguinata. “Comunque non mi piacerebbe vivere qui. Troppo sfarzoso e troppo poco colorato di viola.”

“gUaRdAtE Là”, disse Salem indicando una porta in fondo alla stanza.

La porta dava su un altro corridoio nel quale si affacciavano innumerevoli altre porte custodite dai servi. L'unica porta non custodita doveva essere quella di Edrianne perché sapevano che aveva una sola persona al suo servizio: una donna demone molto potente. La porta non era chiusa a chiave, segno che si fidava della sicurezza del Castello. La stanza era normalissima, con alcuni abiti sulle grucce e diversi libri sparsi qua e la. Vicino al letto c'era uno specchio gotico piuttosto modesto. Immediatamente Salem mise in guardia le sue due compagnie.

“fRuGaTe dApPeRtUtTo, mA aTtEnZiOnE aLlO sPeCcHiO.”

Grazie alla loro esperienza nel frugare, le ragazze trovarono subito una parte di ciò che stavano cercando: contratti. Ce ne erano molti ma non quelli che cercavano in particolare. Odio, percepì che qualcuno stava toccando ciò che era suo ed immediatamente si attivò un sistema difensivo. Il demone scomparve dal suo posto e riapparve sulla soglia della sua stanza.

“Piccoli ladruncoli venite fuori”, urlò.

Non ebbe però il tempo di urlare oltre perché Ombra si era gettata su di lei, seguita da SpadaInsanguinata. Odio incassò il colpo di Ombra e ruzzolò in corridoio. Doveva metterli fuori gioco in fretta e sopratutto doveva farlo in silenzio. Il demone però non era solo di bel aspetto ma era anche un ottimo combattente in mischia; tramite i suoi poteri scomparve nel pavimento, come inghiottita da esso, e riapparve un attimo dopo dietro la donna dalla strano costume colpendola con un colpo a tradimento. Ombra venne schiantata dall'altra parte della stanza ma era riuscita nonostante tutto ad attutire il colpo. SpadaInsanguinata approfittò della situazione per colpire il demone alle spalle e la perforò da parte a parte.

“nOn uCciDeTeLa”, urlò Salem.

Il demone però era ancora vivo. Stava cercando di mettersi in contatto con Dimizar o con un altro nehantista ma non ci riuscì perché Salem fece scaturire un pesante manto d'ombra che le si avviluppò addosso, immobilizzandola. Ombra, ripresa dal colpo precedente, approfittò della situazione e colpì Odio. Il demone era stato sconfitto.

“Brutta bestia coriacea.”

Salem dopo aver controllato che nessuno avesse sentito il combattimento, afferrò il corpo accasciato di Odio e la trascinò nella stanza.

“bEnE, rIcOnOsCo lO sPeCcHio... fAcCiaMoLa pArLaRe.”

Ombra, esperta di queste situazioni, svegliò Odio.

“Dove sono gli altri contratti?” chiese mettendole un coltello alla gola.

Il demone rimase in silenzio.

“Questo tipo di minaccia non funziona con te, eh? Allora stipula un contratto tra me e te. Tu mi dici dove sono i contratti ed io non ti consegno ai Noz o Dragone stesso.”

Odio comprese di trovarsi nella peggior situazione possibile. Se fosse stata consegnata ai Noz, quelli le avrebbero estorto tutte le sue informazioni in suo possesso.

“Oh, i Noz sono qui vicino. Faremmo in fretta”, aggiunse Ombra.

“Io...in realtà non ho scelta. Ho dato i contratti al mio Maestro, non ve li darà mai.Comunque se io muoio, le persone sotto contratto moriranno con me.”

“Ahahah grazie per le informazioni”, rise Ombra.

“Come ti ho promesso non ti affiderò ai Noz. Ti affiderò al mio collega, che non ti ha promesso nulla”, aggiunse colpendo il demone.

Salem si accovacciò vicino al demone, afferrò la sua ombra e tirò fin quando questa non si staccò dal corpo del demone. Poi con un movimento repentino Salem scivolò dentro l'ombra ed assunse l'aspetto di Odio. Il risultato era sorprendente, era solo un po' più scuro ma per il resto era identico. Ombra e SpadaInsanguinata rimasero stupite.

“Devo imparare a farlo”, disse SpadaInsanguinata con ammirazione.

“Non è possibile mia cara, questa è una tecnica segreta di Zil”, disse Salem con la voce di Odio. ”Ora nascondete il demone e preparatevi per l'imboscata. D'ora in poi dovremo fare silenzio.”

Le due ragazze si nascosero e videro Salem avvicinarsi allo specchio e toccarlo. Dall'altra parte dello specchio apparve un uomo con capelli e corvini e una leggera barba.

“Che c'è? Non dovevamo metterci in contatto oggi”, disse sospettoso Dimizar.

“Sì, lo so. Mi dispiace disturbarla ma ho una buona notizia.”

“Cosa?”

“Sono riuscita ad avere più potere dal Consiglio.”

“Sì?”

“Sì, immagini un futuro in cui il Consiglio sciolga la gilda dei Noz'Dingard, mi servono però i contratti dei Consiglieri, sono talmente avidi...”

“Interessante”, disse Dimizar riflettendo su una tale prospettiva.

“Dovrebbe aver abboccato”, pensò Salem.

“Non ti posso negare aiuto con una prospettiva così allettante. Ti mando Mangia-Anima, una volta che sarà arrivato digli di tornare qui immediatamente.”

L'immagine nello specchio svanì. Ora lo specchio rifletteva solo Salem. Pochi istanti dopo sarebbe apparso il famoso Mangia-anima. Sul pavimento accanto al letto apparve uno strano simbolo, il marchio di Nehant. Pochi frangenti dopo il simbolo scomparve lasciando spazio ad un buco. Dal portale demoniaco uscì Mangia-anima, teneva in mano un sacchetto di cuoio. Rimase sorpreso di non trovarsi davanti Odio ma un vecchio e stanco Spaventapasseri. Ombra e SpadaInsanguinata gli saltarono addosso non dandogli il tempo di reagire. Il “povero” demone non si era aspettato di essere attaccato ed essendo tanto coraggioso quanto intelligente tentò di creare un nuovo portale demoniaco per fuggire. Ombra tentò di recidere il sacchetto di cuoio prima che il demone tentasse di scomparire nel nulla...

La Tomba degli Antenati- Prima Parte


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Il Signor Galmara aveva fatto un lungo viaggio prima di arrivare a Meragi. Amava la splendida architettura xziarite e che l'ordine e la serenità regnavano in quei luoghi. Apprezzava lo stile semplice ed ordinato con cui era costruite le abitazioni e nella stessa misura apprezzava le persone che ci abitavano. Per questo motivo era diventato uno specialista nelle relazioni diplomatiche tra i vari paesi. Amava viaggiare, vedere posti nuovi, conoscere persone nuove e, naturalmente, amava l'arte politica e la diplomazia. Era giunto nell'Impero per una missione diplomatica. La prima cosa che avrebbe dovuto fare, come atto ufficiale, sarebbe stato quello di portare, come rappresentante della Draconia, un messaggio alla massima autorità del luogo, L'Imperatore. Normalmente avrebbe dovuto attendere diversi giorni prima di poter essere ricevuto ma lui aveva ottime conoscenze. Stava passeggiando insieme ad alcuni consiglieri dell'Impero, i quali gli dovevano dei favori. Questi gli dissero che L'Imperatore aveva acconsentito a riceverlo quando il sole si sarebbe nascosto dietro le colline, al tramonto. L'incontro avvenne in un piccolo ufficio, con pochi cerimoniali. L'inviato dal Drago cercò di seguire il classico protocollo di presentazione ma l'Imperatore tagliò corto.

“Vieni, inviato del Dragone, so bene che rispetti le nostre tradizioni ma siamo in qui in forma informale. Ho poco tempo, ti chiedo di fare in fretta.”

Galmara teneva un rotolo di pergamena con ambedue le mani.

“Porto con me solamente i più sinceri saluti di Dragone e Profeta. Mi hanno incaricato di consegnarti questo messaggio.”

L'ambasciatore si inchinò come la prassi prevedeva. L'Imperatore un po' titubante, alla fine decise di accettare la pergamena e la lesse. Quando ebbe finito, aveva sul volto un'espressione tesa.

“Ringrazia Profeta per avermi portato questa notizia. I nostri informatori di stanza ad Okia ci avevano informati di fatti analoghi ma non credevamo che ciò avrebbe avuto un impatto sulla Tomba degli Antenati. L'impero di Xzia farà ciò che deve essere fatto. La prima cosa che farò, sarà quello di stabilire una zona neutra tra Xzia e Draconia. Sono piacevolmente colpito dal fatto che Dragone ci abbia ridato quel lembo di terra che fu nostro molto tempo fa. Poi inviterò una delegazione draconiana ad un tavolo di discussione perché sono consapevole che se non affrontiamo assieme ciò che ci attende, scompariremmo entrambi.”

L'Imperatore mentre parlava stava scrivendo con un sottile pennello.

“Come ha chiesto Profeta, ti lascerò conferire con il clan del Corvo”, disse finendo di vergare la lettera. “Mi rendo conto che i tempi sono abbastanza maturi per non aver più paura l'uno dell'altro, questa è l'alba di una nuova era. Ti offro la protezione Imperiale.”

Galmara si inchinò rispettosamente.

“Ora sarai condotto dal Signore Imperiale Gakyusha.”

“La ringrazio per la sua generosità, oh luce celeste.”

L'ambasciatore lasciò la stanza felice per l'esito della discussione e della disponibilità dell'imperatore. Ora però doveva convincere il Corvo.

Prima di poter far ciò, l'illustre ospite venne condotto da Asajiro alla presenza di Gakyusha, appena ripresosi dalla ferite subite durante una delle battaglie per la Pietra Caduta Dal Cielo. La dimora del signore Imperiale era ancora animata, pur essendo tardi. Da quando Gakyusha era tornato a casa, c'erano stato un continuo andirivieni di membri dei Kotoba. Il Signor Galmara aveva già visitato tempo addietro quel palazzo, quindi essendo già conosciuto venne accolto con molto calore. Il Signore Imperiale vestiva un semplice kimono ed era intento a parlare con il figlio, Il campione Imperiale, in giardino. La discussione tra i due venne interrotta quando Asajiro entrò in giardino portando con se l'ambasciatore Noz, quest'ultimo si inchinò con rispetto di fronte a personaggi così illustri.

“Benvenuto nella mia casa, Galmara, sono lieto di vederti”, disse Gakuysha inchinandosi a sua volta. “A cosa dobbiamo il piacere di questa visita?”

“Purtroppo è la guerra a portarmi qui. Una nuova offensiva deve essere scagliata contro i Nomadi.”

“E se sei qui è perché dobbiamo partecipare anche noi alla guerra?” aggiunse Iro.

“La situazione è spinosa, la guerra è per una questione d'onore. Sono i vostri antenati ad invocarvi.”

“Parliamo dentro casa. Stasera mangerai alla mia mensa e ti prego di accettare la mia ospitalità”, disse Gakyusha invitando tutti a seguirlo dentro casa.

Galmara quindi spiegò la situazione e chiese se sarebbe stato possibile in assenza di Gakuysha di avere Iro e altri membri Kotoba come accompagnatori durante il colloquio con il Corvo. Il Campione Imperiale acconsentì ad accompagnare Galmara. Al mattino il Corvo incontrò, nel palazzo imperiale, il cortigiano ed il campione imperiale. Un vecchio uomo ricevette i suoi ospiti in una grande sala in cui erano già presenti altri membri del clan. C'erano Karasu e Ooge della famiglia Kage ed una strana vecchia che sedeva di fianco al Corvo. Anche Malyss, recentemente tornato da una missione, faceva parte del gruppo. Come voleva la tradizione, Iro era presente come rappresentante dell'autorità. Galmara seguì ancora una volta il protocollo per rendere omaggio al Corvo.

“Grazie per averci concesso il suo tempo, signor Daijin”, cominciò l'ambasciatore.

“Io sono al servizio dell'impero e quando l'impero chiama, io rispondo. Cosa può fare il Corvo per te, ambasciatore?”

“La guerra è alle porte. Piano piano la pietra caduta dal cielo sta inglobando la Tomba degli Antenati. Se ciò continua essa sparirà. Sa cosa significa?”

La vecchia sussurrò qualcosa all'orecchio del corvo, questo ascoltò e poi rispose.

“In quel caso i nostri antenati sarebbero liberi dalla loro maledizione.”

“Sì e no. Spariranno del tutto. Non avranno più possibilità di reincarnarsi.”

Il Corvo spalancò gli occhi comprendendo appieno quello scenario.

“Come consigliere sul mistico e sulla natura dell'Imperatore... dobbiamo... sì dobbiamo difendere quel luogo.”

“Come possiamo essere sicuri di ciò che dici?” disse sprezzante Ooge. “Magari è una manovra per indebolire il nostro clan.”

Dal nulla, invisibile fino a pochi attimi prima, apparve Gan'so, il quale si prostrò chiedendo di poter proferire parola. Il permesso gli venne concesso all'istante.

“Signore, prima di prendere una qualsiasi decisione permettimi di visitare il luogo”, disse molto lentamente.

“Il nostro dovere è capire se quella terribile possibilità possa accedere o meno. Yu Ling verrà con uno di voi. Nel frattempo prepareremo il nostro Clan alla guerra, se ciò sarà necessario”, disse il Corvo con tono irritato. “Preparatevi dunque.”

Yu Ling, Gan'so, Malyss ed Iro vennero invitati ad essere presenti alla ricognizione alla Tomba degli antenati. Galmara, avendo completato la sua missione, tornò a Noz'Dingard a riferire.

Due giorni fa il gruppo aveva lasciato Okia e aveva lasciato messaggi ai Kotoba, in modo che pattugliassero la zona. In lontananza si vedeva già la pietra caduta dal cielo e sebbene fosse notte, la zona in cui era situata risplendeva. Il villaggio vicino alla Tomba degli Antenati era illuminato come fosse giorno; tanta luce mostrava appieno la desolazione e distruzione in cui versava il villaggio. Dopo aver chiesto informazioni sulla situazione, il gruppo si diresse al lavoro.

“Gan'so. Dovremmo tornare nel regno degli spiriti! Vedi ciò che si farà vedere!” ordinò la vecchia signora. “Malyss dammi una mano ad aprire il collegamento.”

Il mago aprì una lunga scatola e ne fece uscire un lungo bambù nero; con esso si mise a disegnare sul terreno vari simboli che alla fine si unirono nel formare un cerchio. Una volta completato questo attivò la sua magia.

“Vai Gan'so, io lo terrò aperto”, disse guardando il fantasma.

Con cautela entrò nel cerchio e scomparve immediatamente.

“Quanto a te Campione, è meglio avere un arma. Dobbiamo mantenere aperto il passaggio per Gan'so ma potrebbe non essere l'unico ad uscire da esso”, disse Yu Ling.

Un po' intimidito, Iro sguainò la wakizashi.

“Non usare quella, non farebbe nulla agli spiriti, usa quella”, disse indicando la Kusanagi.

Iro decise di ascoltarla e sfoderò la Kusanagi, la quale emise una tenue aura blu- verde.

“Quello cos'è?” chiese Iro mentre una creatura stava apparendo del cerchio. Era una sorta di grande lumaca di un nero traslucido.

“Colpiscilo Iro”, urlò Yu Ling facendo gesti per lanciare un incantesimo.

Senza alcuna esitazione il Campione Imperiale tagliò la creatura, la quale emise un grido acuto prima di irrorare il terreno e Malyss con il suo sangue. Il mago corvo, era veramente bravo a non perdere la concentrazione per mantenere attivo il portale. Yu Ling finì il suo incantesimo e la creatura morta scomparve come aveva fatto prima Gan'so; Malyss tossì appena quando il verde sangue scomparve.

“Bleah bleah, fate attenzione la prossima volta. Sembrava che tante piccole lumache fossero sul mio viso.”

Nel cerchio apparve qualcuno. Questa volta non era alcun strano mostro bensì una persona. Era un uomo alto, con un fisico impressionante. Le sue vesti non lasciavano dubbi sulle sue origini: indossava una grande armatura danneggiata di cristallo e in mano aveva una grande spada. Sulla parte sinistra del viso aveva una grande cicatrice e portava lunghi capelli.

“Sono il Cavaliere Drago Arkalon d'Arpienne.”

Iro aveva già sentito quel nome da suo nonno. Quel cavaliere drago era stato un flagello per gli eserciti di Xzia durante la guerra contro la Draconia. Venne sconfitto mentre affrontava da solo Xzia ed i maestri d'armi dei tempi. Riuscì a sconfiggere i maestri d'armi e a ferire lo stresso imperatore prima di morire. Dato l'incredibile eroismo di tale personaggio, era divenuto una leggenda anche nell'Impero e gli venivano tributati onori .

“Cosa vuoi Arkalon d'Arpienne?” chiese sulla difensiva Yu Ling.

“Ho sentito Gan'so parlare, posso aiutarvi a fronteggiare i Nomadi.”

“E lo faresti senza compenso?” disse ironica l'esorcista.

“No, mi piacerebbe camminare nuovamente sulla terra di Guem, è tempo per me di fare ciò che so fare. Ma se vuoi un altro motivo, potrei rimuovere la maledizione che hai addosso.”

Questa proposta era molto interessante per Yu Ling, anche se aveva l'aspetto di una vecchia, lei aveva solo 20 anni.

“Campione dell'Imperatore, se sei d'accordo vorrei accettare”, parlò con un tono più morbido.

“Non ho una gran conoscenza nel campo degli spiriti, lascio a te decidere. Sono combattuto tra lo scegliere di lasciare l'antico nemico dove si trova oppure rilasciarlo per imparare da lui. Ma manterrà lui la sua parola?”

“Mi occuperò io di questo punto”, disse avvicinandosi al cavaliere drago.

Yu Ling tese la mano all'antico guerriero.

“Prendi la mia mano e tornerai in questo mondo ma se infrangerai la parola data tornerai nel luogo in cui sei.”

Senza alcuna esitazione Arkalon afferrò la mano ed uscì dal cerchio con un nuovo corpo mortale. Poco dopo riapparve anche Gan'so con un uomo in armatura completamente crivellata di frecce.

“Questo è un antico generale imperiale ed antico campione imperiale, Zatochi Kage”, disse il fantasma.

Iro riconobbe anche quel nome, perché faceva parte del pantheon degli eroi. Zatochi aveva creato un tipo di combattimento con la spada, la quale era divenuta un arte marziale canonica. Lo stesso Iro era stato addestrato da suo padre a tale arte. Iro aveva adorato tale personaggio, le sue gesta e le onorificenze da lui conseguite.

“Vi ringrazio per avermi fatto tornare in vita”, disse il generale con voce cupa. “Siamo legati a questo luogo e se scomparisse, anche noi faremmo la stessa fine. La Pietra sta corrodendo il nostro mondo come il vostro. Quando andremo saremo pronti alla lotta.”

“Ho offerto agli antenati me stesso per ottenere l'aiuto necessario a ricacciare i Nomadi e la malattia che proviene dalla pietra. Così facendo abbiamo potuto ottenere uno straordinario stratega.”

Yu Ling annuì dopo averci riflettuto.

“Il suo aiuto, generale è il benvenuto. Saremo in grado di portarvi in questo mondo in uno, due giorni. Nel frattempo però non potrete lasciare questo luogo.”

“Ho già dato la mia parola”, rispose.

“In questo caso mettiamoci al lavoro.”

Malyss fermò la sua concentrazione e il cerchio scomparve. Il generale tornò nel mondo degli spiriti, attendendo di essere chiamato all'azione. Iro inviò un messaggio al palazzo imperiale, spiegando ciò che era successo. L'attacco contro i Nomadi sarebbe avvenuto a breve, l'Impero non avrebbe avuto il tempo di mandare rinforzi. Yu Ling e Malyss iniziarono un nuovo rituale; era lo stesso di prima ma la zona interessata era molto più grande. Yu Ling avrebbe dovuto vegliare in modo che solo gli spiriti benevoli potessero attraversare il passaggio; Malyss invece esercitare la sua concentrazione per mantenere aperto il passaggio; quanto ad Iro, lui avrebbe dovuto esercitare la sua attitudine al comando e guidare le schiere militari. Il momento era arrivato. Yu Ling e Malyss avevano terminato i preparativi ed il cerchio magico era pronto. Lentamente, un glifo alla volta, il cerchio si illuminò di una luce magica.

Malyss rimase lontano dalla Pietra Caduta dal Cielo, per osservare la scena. Un uomo ed una donna furono i primi ad apparire come fantasmi del passato. La cosa sorprendente fu che a comparire non furono solo membri dell'antico esercito imperiale ma anche membri della Draconia, seppur in numero minore anche loro volevano impedire la distruzione dei due mondi da parte dei solari. I membri dei Kotoba rimasero impressionati davanti al gran numero di spiriti comparsi, dovevano essere più di 3000. Tra le truppe c'erano anche Cavalieri Drago, armati di tutto punto e vestiti da un semplice hakama. Arkalon prese il comando delle truppe della Draconia, Zatoichi quelle di Xzia. Dopo alcune ore l'esercito della tomba degli antenati cominciò ad incamminarsi verso la pietra caduta da cielo, guidato da Iro. Mano a mano che avanzavano la terra diveniva più accidentata, alcune zolle e rocce galleggiavano caotiche nell'aria. Alcune di queste pietre, una volta che non erano più in contatto con le particelle che permettevano il galleggiamento, cadevano rumorosamente a terra. Iro non poté non notare che il terreno era arido, coperto di un sottile strato di sabbia e che le piante stavano tutte morendo.

Kararine, che era in avanscoperta a monitorare quello strano esercito, accelerò il passo per informare Iolmarek. La zona attorno alla pietra era divenuto desertica, il caldo soffocante; i nomadi però ci erano abituati e non se ne curavano. Erano lì da molti mesi ma nonostante la mutazione del terreno non era successo altro. L'entità della pietra era in attesa in qualcosa. I nomadi pertanto erano in attesa che la volontà di Sol'ra avesse luogo. Kararine arrivò senza fiato al campo base, ai piedi della pietra caduta dal cielo. La Sfinge, come al suo solito, fermò con risolutezza la corsa della giovane.

“Cosa succede? Perché corri con questa fretta?”

“... Un esercito... marcia contro di noi”, disse prendendo fiato.

Tutti i nomadi sentirono e gli umani presenti accolsero la notizia con notevole preoccupazione. Iolmarek arrivò a portare calma e ad organizzare le difese.

“Era da aspettarselo. Sapevo ci avrebbero riprovato dopo l'ultima volta con le creature della foresta e i loro alleati maghi.”

“Questi sono strani però, sommo sacerdote. Si vede attraverso il loro corpo! Li guida un uomo vestito di rosso come gli uomini che risiedono non molto lontano da qui.”

“Non importa chi siano. Sol'ra troverà il loro punto debole.”

“Sono migliaia”, aggiunse Kararine.

Iolmarek si arrabbiò.

“Non dovresti essere un Solarian? A volte mi chiedo se la mente umana, che alberga in noi, non prenda il sopravvento. Non importa il loro numero, con noi c'è Sol'ra! Combatteremo con ardore, senza sosta perché Sol'ra ci darà la forza.”

Il Sachem


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L'Arc-Kadia era atterrata non molto lontano dalla foresta Eltarite. Malyss ed Ergue se ne erano andati per ricongiungersi con le rispettive gilde. Occhio di Gemma salutò Ciramor e L'Intrappolato, prima che quest'ultimi sparissero nella foresta con l'uovo del Mangiapietra. Alcune persone, nascoste tra gli alberi, guardavano di soppiatto la nave volante. Quando Al la Triste diede il segnale di partenza, una persona sgusciò fuori dall'ombra; durante la carica degli Hom'Chaï, il Sachem aveva abbordato la nave senza farsi vedere da nessuno. Aveva osservato gli stranieri con la massima cura e pazienza, in attesa del miglior momento per agire. Non ebbe alcuna occasione, fin quando la nave si era fermata. Quando arrivarono nei pressi della foresta sentì una presenza familiare, come se i membri della sua tribù fossero presenti. C'era della magia che scorreva tra gli alberi ma non si era focalizzato su questo punto; la sua attenzione infatti era tutta focalizzata sul desiderio di vendetta.

Seguì le tracce di Ciramor nella foresta perché quelle dell'Intrappolato, Daïs nel suo elemento, erano invisibili. Il piccolo gruppetto si stava inoltrando sempre più nella foresta. Nel suo inseguimento, Il Sachem incontrò tante piccole creature della foresta, le quali non mostrarono il benché minimo timore per il vecchio elfine. Poi per non essere notato, utilizzò la sua magia per celarsi ad occhi esterni. Ciramor e L'Intrappolato arrivarono di fronte ad un enorme scultura, scolpita per diventare un villaggio. Il Sachem rimase allibito nel vedere che c'erano Elfine e Hom'Chaï, i quali parevano vivere pacificamente con la gente della stessa razza dell'Intrappolato. Non si soffermò però nel villaggio, preferendo avanzare ancora nella foresta. Dopo un'ora di cammino, giunse ad una strana casetta fatta di legno. Tronchi di alberi erano i pilastri su cui si fondava, le pareti erano composte da varie piante rampicanti. Attorno c'erano moltitudini di oggetti sciamanici e funghi di colori brillanti.

I due ladri vennero accolti da un altro Daïs, diverso dall'Intrappolato. Sembrava fosse una cerimonia, il nuovo Daïs era raggiante di vedere Mangiapietra.

“Eccovi tornati a salvarci dalla nostra distruzione.”

La voce di Kei'zan risuonò nella testa del Sachem, il quale cominciava a comprendere come comunicassero i Daïs.

“Benvenuto Ciramor. Abbiamo molto da parlare. Quanto a te, fratello mio; ho saputo che sei riuscito a contenere la tua rabbia, pertanto non tornerai in prigionia.”

“In prigionia? Lo sapevo che era un ladro!” disse il Sachem tra sé e sé. “Aspetterò che cali il buio per agire.”

Il Kei'zan poi esaminò il celeberrimo Mangiapietra. La creatura aveva il comportamento di un bimbo di due anni e al momento stava giocando con pezzi di legno ed altri gingilli sparsi per terra.

“Sento che in questo piccolo corpo alberga un potere enorme, è un guemelite. Ciramor, cosa puoi dirmi di lui?” chiese Keizan invitando gli ospiti ad entrare in casa.

Il Sachem notò che c'era un'entrata tra due tronchi, la quale conduceva ad una grande stanza dall'aspetto accogliente. Per terra c'erano diverse pelli d'animale e molti oggetti tribali. Tutti trovarono un posto in cui accomodarsi ed il Mangiapietra venne sistemato al centro della stanza.

“Tutto ciò che so sul Mangiapietra è ciò che ci disse Eredan quando venne dai Confini. Quando il mondo era giovane, queste creature vivevano sulla terra di Guem, in pace ed armonia. Ad un certo punto avvenne un cambiamento radicale nel mondo e questa civiltà scomparve; ad oggi rimangono solo poche uova, io conoscevo l'ubicazione solo di questa.”

“Sembra che sia un infante, come potrebbe aiutarci?”

Il Mangiapietra gattonò fino ad uno sgabello sul quale era poggiata una gemma verde. Era tutto apposto fin quando la creatura tentò di morderla. Kei'zan saltò in piedi e tolse la pietra dalle mani della creatura. Ciramor si affrettò a consolare la creaturina, spaventata da quel gesto brusco.

“Il suo nome è giustamente Mangiapietra.”

“Se avesse ingoiato quella pietra sarebbe stata la fine del mio popolo! Forse ne ho un paio per lui...”

Kei'zan cominciò a frugare dentro una borsa di pelle e cominciò ad estrarne varie cose che porse alla creaturina. Il Mangiapietra aveva un espressione felicissima. Vicino a lui c'erano diverse pezzi di pietra di un verde intenso e brillante, dello stesso colore della pietra appena salvata. La creatura senza perdere un secondo, incominciò a fagocitarle con gioia.

“Gli hai dato frammenti della pietra-cuore dell'Albero-Mondo?” chiese indignato l'Intrappolato.

“Sì, qualcosa mi dice che era la cosa giusta da fare”, rispose.

Tutti e tre rimasero a guardare Mangiapietra mentre mangiava cristallo dopo cristallo. Una volta finito il suo pasto si addormentò di botto.

“Tutto ciò è incredibile. Hai ragione Kei'zan, sento la magia crescere all'interno di questo piccolo corpo”, disse Ciramor. “Ora lasciamolo riposare, presto sapremo cosa è in grado di fare.”

“Puoi restare quanto vuoi”, disse gentile Kei'zan.

La notte calò rapidamente e avvenne qualcosa di inaspettato. Il Mangiapietra si mise in posizione fetale e attorno a lui si formò un nuovo uovo. La creatura era piena di sorprese Vedendo che non c'era nulla da fare al momento, Ciramor si avviluppò attorno ad una coperta e si addormentò. Ai Daïs ci volle più tempo ma alla fine, vinti dalla stanchezza, si addormentarono anch'essi. Era il momento che il Sachem stava attendendo. “Un uovo per un uovo” disse mentre sostituiva l'uovo del Mangiapietra con uno molto simile. Silenziosamente usci dalla stanza con il suo bottino.

Sfortunatamente per lui, non conosceva la foresta e ben presto si perse. Dopo diverse ore di marcia era finito in una valle in cui l'atmosfera era diversa. Gli alberi avevano fusti molto sottili e nella zona c'erano molti totem coperti di muschio. Non importava dove fosse, doveva solo andare avanti e cercare un modo per ricongiungersi ai suoi, si disse Il Sachem. D'un tratto si girò verso un albero e si trovò davanti ad un enorme creatura. Era simile ad un gatto ma molto più grande, il suo pelo era blu. Sulla sommità del capo aveva un gran corno di cristallo. Non riusciva a credere ai suoi occhi, questo animale aveva qualcosa di familiare. Infine capì chi fosse: Akem, spirito felino. Da sempre era adorato dalla sua tribù e c'erano diverse storie su di lui.

“Buonasera Sachem”, disse la creatura.

“Tu... tu parli”, disse serrando la presa sull'uovo.

“Certo... comunico attraverso la tua mente. Lo sai chi sono?”

“Sei Akem, lo spirito felino?”

Il cristocat annuì soddisfatto.

“Non avere paura, non voglio farti del male. Sono Akem, così almeno mi chiamano in questa parte della foresta. Vuoi aiuto? Mi sembri perso.”

“Devo andarmene di qui”, rispose il Sachem, deciso a non rivelare tutta la verità.

“In questo caso, seguimi.”

Akem si diresse su un vecchio sentiero. Il Sachem non avendo altra scelta, decise di seguire lo spirito. Un'ora dopo venne l'alba e sopra la foresta crebbe una tenue foschia bluastra.

“Vedi Sachem, questa parte di foresta è deserta da anni.”

“Ah perché? Mi sembra un bel posto”, rispose il Sachem guardando vecchi totem dalla forma di felini.

“Tempo fa ci viveva una tribù di cui io ero lo spirito del suo totem.”

“Ci viveva? Che fine ha fatto?”

“Il loro sachem e la maggior parte dei guerrieri divennero stolti, credendo di essere schiavi dei Daïs decisero di ribellarsi e abbandonare la foresta.”

“I Daïs? Quei ladri!”gracchiò il Sachem.

Lungo la strada si delineava una grande radura, nella quale vi erano diverse case abbandonate e nei pressi di queste, altri totem.

“Guarda. Era qui che vivevano”, disse Akem. “Guarda cosa successe a loro.”

Intorno a loro, tutto cominciò a mutare. Le rovine divennero nuovamente delle capanne, abitate. C'erano Hom'Chaï, Elfine e pure Daïs. Il villaggio assomigliava tantissimo a quello in cui viveva il Sachem. I ricordi narravano di un momento molto importante per la vita di quella tribù. Diversi guerrieri Hom'Chaï ed Elfine erano attorno al sachem di quel tempo; molti Daïs erano legati. Il Sachem aveva lunghi capelli adornati da moltitudini di sfere, i suoi occhi erano viola.

“Pensate di dominarci e fare di noi degli schiavi”, disse con rabbia. “Ma non finirà così. Lasceremo questa foresta maledetta.”

Uno dei Daïs, la cui voce rimbombò nelle menti dei presenti, decise di rispondere.

“Astenaki, con la tua follia stai punendo il tuo popolo.”

“Astenaki”, sussurrò Il Sachem stringendo l'uovo di Mangiapietra. “Il padre fondatore della mia tribù?”

“Precisamente”, disse Akem.

La scena proseguì con l'esecuzione dei Daïs e l'annuncio che la tribù sarebbe partita per luoghi meno ameni. Nel passare del giorno, si poteva vedere l'ombra dell'Albero-Mondo.

“Ora hai capito?”

“Ho paura... ho paura che noi siamo partiti da qui seguendo la follia di Astenaki. Io sono un suo discendente e ho continuato ad odiare.”

“I Daïs, Elfine e Hom'Chaï hanno vissuto in pace per secoli. Astenaki fece un errore, un grave errore. Vedi, quell'uovo di Mangiapietra che hai in braccio, una volta era qui. Era stato affidato ai tuoi antenati perché fosse protetto e, una volta che fosse giunto il momento, gli venisse insegnato quanto necessario.”

Il Sachem abbassò il capo, i pensieri tamburellavano nella sua testa. Akem aveva ragione? O mentiva? Eppure gli Elfine non possono odiare. Tutto quello che aveva appena visto era difficile da credere, era così dissimile dalle leggende che conosceva. La verità era sotto ai suoi occhi: Astenaki, elevò se stesso al livello delle divinità e uccise vari Daïs, facendo credere che non fossero altro che malefiche creature. Lui però non era Astenaki e, non senza travaglio interiore, aprì gli occhi.

“Dunque, ora che succede?” chiese.

“Ora viene una nuova era per la tua tribù. Tu tornerai dalla tua gente, io ti aiuterò. Tu diverrai colui che si prenderà cura del Mangiapietra.”

Akem poi corse verso l'Elfine e si tuffò dentro al suo corpo. Il felino scomparve e Il Sachem perse conoscenza. Il sole era già alto quando si svegliò. Insieme ad Akem era scomparsa anche la nebbia. L'uovo del Mangiapietra era poco distante, sotto ad un totem raffigurante un felino. L'elfine si stupì molto nel constatare che sulle spalle aveva una pelle di cristocat. Il Sachehm si alzò e rivolse il suo sguardo al totem.

“Accetto questo compito, spirito felino.”

In quel mentre apparve una dozzina di persone, tra le quali si potevano vedere L'Intrappolato, Kei'zan, Silikat, Parlapietra e vari Elfine ed Hom'Chaï. L'Intrappolato e Silikat riconobbero immediatamente il capo della tribù ostile.

“Tu!!” urlò Silikat. “Che ci fai qui?”

Stava per colpire il nemico con pugno quando Parlapietra si frappose.

“No”, disse. “In questo luogo sento la presenza di un potente spirito.”

Il gruppo di Eltariti circondò Il Sachem.

“Sei tornato a prendere ciò che ti ho sottratto?” chiese L'intrappolato.

Il Sachem alzò gli occhi sul Daïs, i suoi occhi erano diversi e pieni di rimorso.

“Sì, sono venuto per quel motivo, ma oggi ti devo delle scuse. Le devo a tutti voi.”

Si alzò a liberare il totem felino dalle erbacce che vi erano cresciute attorno.

“Io sono Il Sachem della tribù Akem, discendente di Astenaki. Mi scuso per quanto fatto dai miei antenati.”

“Akem!” Parlapietra fu sorpreso di sentir pronunciato quel nome, “Quello spirito è da tempo scomparso.”

“No, lui era lì, in attesa del nostro ritorno. Se solo voi sapeste quante nefandezze ho commesso nel nome di un falso dio. Silikat noi veniamo da questo posto.”

“La tribù di Astenaki? Ritorno?” Kei'zan era perplesso. “Strano che ciò si verifichi proprio ora.”

“So che avrete difficoltà a fidarvi di me dopo ciò che ho fatto ma vi posso aiutare. Prenderò sotto la guida il Mangiapietra come già abbiamo fatto in passato. Permettetemi di rimediare agli errori della mia tribù.”

Tutti si voltarono verso Kei'zan, massima autorità nella foresta Eltarite. Parlapietra gli si avvicinò.

“Se detiene veramente il potere di Akem, dobbiamo fidarci di lui. Questo spirito ha preferito restare in questo luogo invece di seguire la sua tribù e gli errori che stavano commettendo. Akem era noto per la sua saggezza.”

A Kei'zan ci vollero solo pochi attimi di riflessione. La storia raccontatagli da Ciramor e L'intrappolato parlava di un uomo diverso, più crudele, ma ora il pentimento che aveva in volto sembrava sincero.

“Io accetto che la tua tribù torni in queste terre sacre. Non so come potranno tornare da posti così remoti ma troveremo assieme una soluzione. L'unica condizione è che vi prendiate cura del Mangiapietra a costo della vita. Chiederò ad alcune tribù di rimettere a nuovo questo posto, così potrete stabilivi nella case dei vostri avi. Va bene Sachem?”

“Sì. Silikat vorresti tenermi compagnia ed imparare che ciò che dovremo conoscere?”

“Preferirei prendermi una freccia in un occhio.”

“Sarò io ad insegnarti quanto sarà necessario”, tagliò corto Parlapietra. “Bentornato a casa, Akem.”


L'occhio di Sol'ra


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Capitolo 1 - Persuasione

Il Principe Metchaf ed Urakia non ebbero bisogno di sguainare le spade, perché le persone che avevano innanzi non li stavano minacciando. In loro però c'era qualcosa di terribilmente malvagio e oltretutto, erano portatori di odio nei confronti di Sol'ra.

“Se pensate di prenderci senza combattere, siete in grosso errore”, disse il Principe al gruppo presente. “Alcuni ci hanno già provato...”

“Sappiamo chi sei, Principe Metchaf. Per favore, condividi con noi questo cibo. Devi essere affamato.”

L'uomo invitò gli ospiti a sedersi attorno ad un falò. Urakia, sospettosa, era vicina al principe, pronta a scongiurare qualsiasi problema. Il capo dei ribelli offrì agli ospiti carne e farina; i due tentennarono ma poi, vinti dalla fame, accettarono.

“Sapete che Istaryam è una città proibita. Volete incorrere nell'ira di Sol'ra?” chiese il principe, sforzandosi di mantenere un tono calmo.

“Corriamo questo rischio perché crediamo in altre cose. Crediamo nelle antiche divinità e nella gloria passata della nostra civiltà”, rispose il capo.

“L'unica cosa che vi accadrà sarà quella di essere decapitati”, disse Urakia.

“Si po' uccidere chi è già morto? Agli occhi di Sol'ra non siamo altro che insetti. Noi quanto voi. Sapete cos'è un solarian?”

“Un'evoluzione che ci permette di essere più vicini a Sol'ra”, rispose il Principe.

“Un solarian è una creatura divina che decide di albergare nel corpo di un umano, rendendolo succube ed alla sua mercé. Queste creature non hanno nulla a che fare con il tuo corpo o con la tua vita”, rispose il capo.

“Se questa è la volontà di Sol'ra”, s'intromise Urakia.

“Sarà difficile convincervi. Ora siete nel tempio di Istaryam, divenuto ormai una prigione per coloro che vennero sconfitti da Ra. Conoscete la storia di Ra? Io non credo. Non viene raccontata ai fedeli di Sol'ra.”

Metchaf ed Urakia non risposero, lasciando così continuare il capo.

“Tutto iniziò diversi secoli fa. La tradizione voleva che gli uomini del Deserto pregassero gli dei perché potessero ottenere favori. In quel pantheon, c'erano molte divinità ed era comandato da cinque divinità: Ptol'a guardiano dell'aldilà, Kapokek guerriero che riposa nella notte, Naptys dea della vita e del rinnovamento, Ra dio del sole e della luce ed infine Cheksathet custode della conoscenza. Insieme portavano equilibrio e resero la nostra civiltà fiorente e potente. Istaryam era la città più grande e ricca, perfino più splendida di Mineptra. In quei tempi Ra stava facendo un doppio gioco. Donava agli uomini il sole, mostrando il suo aspetto benevolo e per questo veniva adorato, ma in segreto covava il sogno di divenire l'unico dio. A cadere per prima fu la dea Assthet, protettrice della lontana città di Kta, poi uno dopo l'altro scomparvero anche gli altri rafforzando così il potere di Ra. Il suo piano venne smascherato da Cheksathet, il quale avvertì tutti delle subdole macchinazioni di Ra. Il dio scappò ma tornò non molto dopo. Nacque la guerra tra i politeisti ed i monoteisti. Ra smise di usare il suo nome e si fece acclamare come Sol'ra. La guerra finì quando la grande sacerdotessa di Ptol'a cadde sulla sabbia ancora calda. Cosa successe in seguito non è raccontato. Istaryam divenne una prigione, una sorta di santuario in cui le divinità sconfitte non possano uscire. Vennero rinchiusi con i loro fedeli: uomini, donne o bambini, poco importava. Morirono tutti, senza la possibilità di avere una morte onorevole. Noi da un paio di mesi abbiamo trovato Istaryam e l'ingresso alla tomba.”

“Va bene, va bene ma cosa volete da noi?” chiese Metchaf.

“Il punto non è cosa voglio ma cosa puoi fare. Principe Metchaf, erede del Re del deserto. La tua responsabilità è portare alla luce la verità, ripristinare il pantheon originario e riportare Ra al luogo in cui merita di stare.”

“Perché mai dovrei farlo? Sono principe, ho tutto quello che voglio, nulla mi manca.”

“Sì a te non manca nulla, oh Principe. Al tuo popolo ed al tuo regno invece? Vorrai essere colui che ristabilirà l'ordine o solo un altro giocattolino nella mani di Sol'ra? Non ho alcun motivo per mentirti. Se fossimo semplici ribelli perché mai avrei perso tempo a raccontarti tutto questo invece di ucciderti o imprigionarti assieme alla tua affascinante guardia del corpo? Vogliamo un mondo più giusto e libero dal giogo di Sol'ra.”

Metchaf sembrava sopraffatto da tutte le informazioni appena apprese. Urakia stessa, che si sforzava di mantenere un viso impassibile, era afflitta da mille domande. Davanti a loro c'erano dipinti che narravano la medesima storia e con essa, portavano dubbi nella mente dei due.

“Se questi altri dei esistono perché non possiamo vederli?” chiese Urakia, la quale aveva visto non molto tempo prima la manifestazione di Ptol'a. In quel mentre un uomo si fece largo tra la folla. Era un ammasso di muscoli, con il cranio rasato.

“Sono Kebek”, disse a voce alta. “Sono un guerriero di Kapokek. Gli dei sono intrappolati e imprigionati sotto l'occhio vigile di Sol'ra. Solo Ptol'a può manifestarsi liberamente.”

Quando il guerriero nominò la dea, questa apparve.

“Vedi Principe, sei stato ingannato come tutti gli altri; Sol'ra vuole una cosa sola: sterminare tutti e restare l'unico rimasto. Il tuo dovere è fare in modo che ciò non accada. Se però sei ancora dubbioso, ti invito a seguire Kebek fino all'occhio di Sol'ra così potrai renderti conto della nostra sofferenza.”


Capitolo 2 - L'immortale guerriero di Kapokek

Il Principe, nonostante qualche esitazione ed il parere contrario di Urakia, accettò l'offerta. Furono le argomentazioni del leader dei ribelli e di Ptol'a ad incuriosirlo. Cos'era questo occhio di Sol'ra? Come poteva lui sapere se tutta la storia raccontatagli non fosse altro che una macchinazione per sovvertire il culto di Sol'ra? Kebek, assieme alla gente del posto, li guidò fino ad una breccia nelle mura; in quel luogo avrebbe dovuto esserci una statua della sfinge ma era stata spostata per rendere visibile il passaggio. Da quel momento attraversarono un intricata serie di corridoi; riuscirono a non perdersi solo per via della presenza del guerriero di Kapokek.

“Con me non potrete perdervi. Non so però cosa potrebbe aspettarci dall'altra parte, siate vigili.”

“Non sottovalutarmi, io sono della Guardia Reale”, ringhiò Urakia.

Kebek era divertito della reazione della giovane donna.

“Non volevo sminuirti, conosco il valore delle guardie reali. Ah, ecco, siamo arrivati.”

Il corridoio conduceva ad una stanza illuminata, con molti soli dipinti sui muri, sul pavimento e sul soffitto. Metchaf percepì immediatamente una forte presenza della benedizione di Sol'ra.

“Non poi andare oltre Kebek, penso che solo noi Solarian possiamo attraversare la stanza. Deve essere una forma di difesa contro gli infedeli.”

Il guerriero non diede segno di aver ascoltato ed entrò nella stanza. Con sommo stupore del principe e di Urakia, non successe nulla.

“Anche nel profondo della mia anima c'è un solarian assopito”, disse con un sorriso. “Ma io non sono influenzato da esso.”

Poi si apprestò a recidere alcuni simboli di Sol'ra con la sua spada, quando Urakia lo fermò.

“No, è un sacrilegio insultare Sol'ra.”

“Pensi che lui non sappia che noi siamo qui?” disse ironico Metchaf. “Questo posto è sicuramente uno dei luoghi più sorvegliati che esistano.”

“I Nomadi del deserto hanno una sfinge pronta a frustarci, non fosse che lo sguardo di Sol'ra è rivolto ad un luogo ben distante da qui, in questo momento. Strano che tu non lo sappia, principe.”

“Se è così, allora ne sono a conoscenza”, rispose senza sapere di cosa stesse parlando.

Superarono una porta ed entrarono in un ampio corridoio. C'erano moltitudini di iscrizioni sui muri, le quali promettevano maledizioni a chi avesse osato profanare quel luogo. Metchaf ed Urakia avevano il cuore pesante; la guardia reale decise di seguire il principe ma così facendo anche lei sarebbe andata incontro alla dannazione. Doveva fermare questo viaggio? No, doveva dimostrare che Kebek e gli altri erano in errore. Alla fine del corridoio ci sarebbe stato qualcosa? Finito il corridoio non arrivarono in un altro spazio angusto bensì in luogo mozzafiato. Immediatamente videro diverse facciate di abitazioni e sotto di esse, una strada ciottolata. Sopra di loro c'era la sabbia, adagiata su una cupola di vetro , la quale permetteva alla luce del sole di penetrare e riscaldare l'ambiente.

“Le vecchie strade di Istaryam”, sussurrò Kebek.

Al centro della cupola di vetro era inciso un grande sole, nel cui centro vi era disegnato un occhio. Un raggio di luce proveniente da esso, illuminò un tempio.

“Quello è l'occhio di Sol'ra?” chiese Metchaf.

“Sì, lo è”, rispose Kebek avanzando. “Senti il suo potere.”

“E pensi di poter fare qualcosa contro di esso?” disse con tono ironico la guardia reale.

“Io da solo no, siamo in tre però. Non vacillate ora, la verità è a portata di mano.”

Il tempio non era molto lontano quando una creatura si frappose. Era una specie di leone, con gambe di ippopotamo e testa di coccodrillo. Era due volte più grossa di Kebek ed ai suoi piedi aveva una bilancia. Su uno dei due piatti c'era una piuma.

“Se desiderate avanzare dovrete mettere il vostro cuore sull'altro lato della bilancia. Se i vostri peccati pesano più della piuma, verrete distrutti dalla volontà di Sol'ra.”

Prima che Mecthaf ed Urakia potessero pensare, Kebek si lanciò arma in pugno contro la creatura; la quale schivò il colpo.

“Vediamo quali sono i tuoi peccati, umano arrogante”, disse mentre veniva avvolta da un alone di luce.

Kebek venne investito da un gran dolore. Dal nulla era comparsa una lancia che gli aveva perforato il torace fino a raggiungergli il cuore. Urakia e il Principe assistettero increduli. Se il guerriero fosse morto, la verità era nelle mani di Sol'ra. Kebek cadde a terra ma non morto. Respirò una volta, poi due e senza alcun preavviso, si lanciò sulla creatura; questa, presa di sorpresa non potette evitare il colpo e venne colpita al petto dalla spada del guerriero.

“Sono benedetto da Ptol'a e porto la forza di Kapokek! Guarda se il mio cuore è oscuro.”

La creatura cadde sul selciato. Kebek si appoggiò alla sua spada, guardò la ferita e con un urlo disumano tirò fuori la lancia che aveva conficcata nel petto. Lo squarcio, che avrebbe ucciso chiunque, si rimarginò poco dopo. Metchaf ed Urakia non riuscirono a credere ai propri occhi.

“Tu non sei umano”, disse il Principe.

“Lo sono ma sono protetto da poteri ben più potenti di me.”

Capitolo 3 - Sacrificio

Il nero sangue della creatura si sparse sul terreno mentre i tre uomini del deserto si dirigevano verso il tempio. Il raggio di luce proveniente dall'occhio di Sol'ra, pur essendo brillante, non impedì loro di entrare nell'edificio. Era un antico luogo di culto, nel quale veniva celebrato il pantheon di cinque divinità: Ptol'a, Kapokek, Ra, Naptys e Cheksathet. Tutto era intatto, come se le persone che le avevano popolato fossero evaporati, lasciando in quel luogo i loro affari. Solo le statue delle divinità erano state decapitate, probabilmente dai soldati di Sol'ra durante la presa di Istaryam.

“Una civiltà cancellata dalla follia di un dio”, latrò Kebek. “Vediamo cosa riusciamo a trovare.”

“Iniziamo a dare un occhio alle iscrizioni, invece di andare a rotta di collo, come abbiamo fatto fin'ora”. disse Urakia.

“Hai ragione. Gli dei hanno atteso a lungo, possono attendere un altro poco”, rispose Kebek.

Il tempio aveva tre piani, ai quali si poteva accedere tramite ampie scalinate. Il primo piano era dedicato a Naptys, dea del rinnovamento; c'erano state molte piante ma di loro non rimanevano altro che ceppi e fusti ormai morti. La dea era al centro della stanza, con le braccia aperte, come a simboleggiare un abbraccio al fedele. Come le altre statue, non aveva più la testa. Il raggio di Sol'ra poggiava esattamente su quel simulacro. Il secondo piano era dedicato a Kapokek; su di esso vi era un intricato meccanismo che permetteva di portare acqua in ampie piscine. C'erano molti scheletri di animali per terra, coccodrilli per lo più, il che significava che ve ne erano presenti nel tempio. Come nel piano inferiore, anche qui c'era una statua. Kapokek portava una lancia e la rivolgeva verso il basso. Anche questa statua era stata decapitata. Il raggio di Sol'ra si posò sulla statua. Il terzo piano, che fungeva anche da tetto, era il dominio di Ra. Il pavimento era composto da mosaici, i quali donavano all'ambiente un aria molto luminosa. Nel centro c'era Ra, maestoso e con le braccia rivolte al cielo. Questa statua aveva ancora la testa.

“Guardate, il mosaico rappresento lo stesso sole presente sulla cupola, c'è anche l'occhio”, disse Metchaf.

“Bhe, abbiamo visto quanto c'era da vedere. Non stiamo qui, tutta questa luce è fastidiosa”, rispose il guerriero di Kapokek. “Andiamo di sotto.”

Il piano terra era il luogo preposto alle abitazioni ed alla gestione del tempio. C'erano molti appartamenti ed uffici, probabilmente riservati ai sacerdoti e sacerdotesse del tempio. Nel mezzo di esso c'era una grande sala di preghiera in cui venivano adorate ed invocate tante divinità. Il raggio dell'occhio passò attraverso la stanza ed attraversò una spessa lastra di vetro. Tramite un'ingegnosa rete di specchi, la luce del sole attraversava delle feritoie nelle pareti, illuminando tutto l'ambiente. Tutto era in ordine ma il fascio di luce era talmente intenso che sembrava di essere alla luce del sole. I tre trovarono una scala polverosa che conduceva nel sottosuolo. C'era un corridoio che correva lungo una stanza circolare. Poco distante c'era una apertura, larga cinque passi, che permetteva di accedere alla stanza. Nelle pareti vi erano molti loculi, nei quali una volta venivano disposti oggetti e papiri, in modo che chi fosse lì potesse aumentare la propria conoscenza. Ora però i loculi era vuoti. La statua della divinità era stata completamente distrutta. Così questo era il luogo di culto di Cheksathet.

“Non ha avuto una buona sorte. Da quanto mi è stato raccontato, venne assorbito da Ra, dandogli una forza incredibile”, disse con rispetto Kebek. “Un dio non può morire in teoria ma c'è di peggio: essere assorbito da un altro dio.”

Non c'erano altre vie se non quella che portava ai piani superiori.

“Se c'è un piano per ogni divinità, dov'è Ptol'a?”

Ognuno dei tre si diresse in una direzione diversa per cercare più attentamente. Urakia trovò qualcosa di strano ed interessante. Anche se coperto di sabbia e ghiaia, c'era una forma che attirò la sua attenzione. Spostò e soffiò sulla sabbia fino a scoprire un enorme simbolo del sole. Non era presente in origine, era stato tracciato successivamente alla conquista del tempio. Tutti e tre ebbero per un istante, paura che il raggio di luce dell'occhio comparisse nuovamente.

“Se c'è un occhio, allora scaviamo. Il tempio di Ptol'a deve essere qua sotto”, disse Kebek afferrando la spada.

“No! Aspetta”, urlò Metchaf.

Ma era troppo tardi, il guerriero di Kapokek aveva già piantato la sua spada nel centro dell'occhio , facendo apparire il raggio di luce. Questo divenne più intenso che mai ed il tempio cominciò a tremare. Kebek venne sbalzato lontano e cadde privo di sensi.

“Chi osa? Chi osa mettere in dubbio l'autorità di Sol'ra?”

Dal raggio di luce apparve una forma umana che sembrava, con somma sorpresa di Metchaf, Shrikan, solo che questo aveva un occhio solo.

“Io sono il figlio del re, Metchaf principe del deserto, togliti e libera il passaggio.”

“Torna da dove sei venuto Principe Metchaf, non opporti alla volontà del dio”, rispose il solarian sguainando la spada conficcata a terra. “Andatevene e lasciate che questo profanatore venga punito con la morte.”

“Andrò via dopo che avrò avuto risposte. Sol'ra è in realtà Ra? Colui che ha assorbito Cheksathet ed annientato tutte le altre antiche divinità?”

“Non fare queste domande, principe Metchaf! Non curartene e vattene, oppure affronterai la morte.”

“Ha distrutto le antiche civiltà per la supremazia?” continuò il principe.

Il solarian si arrabbiò, una lancia di luce apparve tra le sue mani e in un attimo attaccò il principe. Urakia fu veloce e si lanciò nel proteggere il principe. La lancia la passò da parte a parte. Il sangue scorreva a fiumi ma la guardia reale restava ferma al suo posto. Il principe era sconvolto dal fatto che Sol'ra agisse in questo modo.

“Vai, io ti proteggerò, le ferite non potranno fermarti”, disse la voce di Ptol'a.

Ispirato dalla presenza della dea, il principe si lanciò con la spada in mano. Il solarian, pregno del potere di Sol'ra fece lo stesso. Con i suoi poteri theurgici pregò Sol'ra che l'infedele venisse arso vivo. Il principe urlò mentre la sua anima prendeva fuoco ma Ptol'a, soffiando un po' del suo potere, restituì le forze al principe.

“Riconosco la tua presenza Ptol'a. Così siamo di nuovo faccia a faccia.”

La dea rispose con la bocca del principe.

“Sì ma questa volta sarai tu a perdere, il tuo padrone non è qui.”

La benedizione di Ptol'a baciò anche Kebek ed Urakia. La guardia reale afferrò la lancia e la maneggiò contro il solarian. Kebek sguainò la sua spada e balzò alla carica.

“Focalizzatevi sull'occhio”, disse la voce di Ptol'a.

Come guidate da una mano amica, gli attacchi si focalizzarono sull'occhio. Nel frattempo Metchaf aveva disarmato il nemico.

“Raaaaah nooo! Traditori! Io...”

Non ebbe il tempo di finire la frase perché si ritrovo, sotto allo sguardo vigile dell'occhio, con il cranio spaccato da un colpo di lancia e da uno di spada. Immediatamente la creatura esplose in un bagno di luce. Tutto quello che successe dopo, avvenne in fretta. Il suolo venne infranto da crepe, la cupola di vetro si infranse facendo precipitare tonnellate di sabbia. Instaryam venne sommersa dalla sabbia. Metchaf ed i suoi compagni cercarono di fuggire ma erano intrappolati come topi.

Si svegliarono. Erano nell'oasi non lontana da Istaryam. Tre persone li stavano guardando. Erano riconoscibili perché identici alle statue di Kapokek, Naptys e Ptol'a. Fu Naptys a parlare.

“Avete la gratitudine di tutti gli altri dei e la nostra eterna gratitudine. Avete aperto il cammino per il rinnovamento, siatene ora gli strumenti di esso.”


L'Ammiraglia


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Capitolo 1 - L'Ammiraglia

L'Arc-Kadia tremava mentre si allontanava dalla foresta Eltarite. Al la Triste, guardava all'orizzonte mentre la sua nave si stava dirigendo verso una delle tante isole bianche. Dopo aver affrontato un gigante, il Capitan Palpeguese e le mille altre prove, finalmente era venuto il tempo di concedere un po' di riposo all'equipaggio. Con il ritorno di Occhio di Gemma, tutto l'equipaggio era a bordo; non c'erano così tanti pirati sulla nave dai tempi del Gigante Triste. Briscar venne rimosso dalla carica di vice, che occupava come sostituto e la guemelite dell'aria fu felice di potersene riappropriare. Al sostituì Bragan al timone, aveva sempre amato quel punto della nave. Con i capelli mossi dal vento, si lasciò cullare dal dolce suono dei motori. Al la Triste era così vicino a recuperare il tesoro che aveva sognato fin da piccola:il tesoro del Capitano Hic. Era giunto il momento di andare avanti ed aveva un'idea che le ronzava in testa. Quando era sfuggita alla Dama Nera, aveva leso il suo onore; per riscattarsi avrebbe dovuto trovare nuovamente il nemico ed affrontarlo. Ma questa volta l'Arc-Kadia ed il suo equipaggio sarebbero stati pronti a far mangiare la polvere a Palpeguese ed ai suoi scagnozzi. Due giorni dopo la nave arrivò in vista delle isole bianche e dell'oscuro vortice che aveva divorato l'antico regno. La nave venne indirizzata verso nord, in modo da avere una rotta sicura e da non venire intercettata dalla flotta di Bramamir.

“Capitano, possiamo fermarci a Dente di Squalo?” chiese Klemence. “Avrei bisogno di trovare alcuni componenti."

“Non dilapidare la tua parte del bottino, ragazza”, rispose Al.

“Anche altri vorrebbero fermarsi in quel posto”, intervenne Occhio di gemma. “Anche io, avrei bisogno di sbarcarci.”

“Va bene ma non ci staremo a lungo. Al massimo un paio d'ore e poi voglio tutti a bordo, chiaro?”

“Signor sì”, risposero in coro Klemence ed Occhio di Gemma.

Il Dente di Squalo era stata un'isola circondata dal mare. Il suo nome derivava da un grosso scoglio, che una volta un pirata ubriaco scambiò per un enorme dente di squalo. Era anche una delle tante isole sotto al giogo della pirateria. Quest'isola aveva svariate grotte sommerse che nel tempo erano state usate dai pirati. Sotto l'isola era stata creata una città. L'Arc-Kadia approdò facilmente tra mucchi di pirati, pronti a dilapidare le proprie ricchezze. Al la Triste, Bragan, Klemence, Occhio di gemma e Gamba di Legno sbarcarono, lasciando agli altri membri della ciurma il compito di proteggere la nave. Gamba di Legno percepì subito una presenza malvagia, oppressiva; anche gli altri la percepirono ma in maniera molto minore. Il vecchio pirata si voltò verso ambo le direzioni fin quando non vide una strana nave.

“Cosa? Sembra...”, disse con apprensione. “Non potrà mica essere... Nooo.”

Gamba di Legno afferrò il braccio di Al e le indicò la nave. Il capitano guardò la nave ma non la riconobbe.

“Vieni”, le disse Gamba Di Legno.

Avvicinandosi poterono vedere meglio la nave. Era più piccola dell'Arc-Kadia ma non per questo meno impressionante. Il legname era vecchio, nero e danneggiato. La polena era una sirena con una spada spezzata. Sul fianco sinistro c'era scritto, in metallo arrugginito, il nome della nave: l'Ammiraglia. Bragan afferrò immediatamente Al e Occhio di Gemma.

“L'ammiraglia! L'ammiraglia! L'ammiraglia! Faremo meglio ad andarcene subito.”

Al ricordava perfettamente la leggenda dell'ammiraglia. Quando le navi galleggiavano ancora sull'acqua, essa era la nave ammiraglia della flotta di Bramamir. Venne coinvolta in molte battaglie e questo portò molta gloria al suo comandante. In una guerra contro i pirati del Nord, ai tempi della guerra contro Nehant, scomparve nel nulla. Da allora, la leggenda voleva che apparisse nelle isole bianche per sottrarre le anime dei navigatori.

“Non fatevi prendere dal panico!” disse Occhio di gemma. “Se L'ammiraglia ruba le anime dei navigatori, come mai non vedo gente terrorizzata qui a Dente di Squalo?”

I dintorni del porto erano molto animati, come al solito, c'era un gran sciamare di gente, anche se nessuno si voleva avvicinare alla nave Ammiraglia.

“Al massimo ci renderà più veloci a trattare i nostri affari”, tagliò corto Al.

Il gruppetto lasciò il porto. Gamba di Legno stava diventando più paranoico del solito e Ti Mousse guardava ogni pirata come se si aspettasse di vedere spuntare fuori un fantasma. Il villaggio non era molto grande e ben presto raggiunsero il centro: una piazza disseminata di piloni, le quali sostenevano le assi che formavano il pavimento. Tutto intorno c'erano svariate abitazioni create con rottami. L'attenzione del gruppo venne attirata da un capannello di gente che circondava una delle case. Su di essa era recato il simbolo di uomo a testa in giù, la taverna.

“Hai visto”, disse un passante ad un altro. “Pazzesco eh?”

Al la Triste andò a vedere cosa stesse succedendo. Non poteva non cedere alla curiosità. Grazie alla sua statura, riuscì a fendere agevolmente la folla. L'interno della taverna era vuoto; c'era solo il barista che tentava di rendere “puliti” più boccali possibili. Quando si rese conto della presenza dei nuovi arrivati, si sentì sollevato.

“Ah venite dentro, accomodatevi”, disse tremando. “Sedetevi dove volete.”

Ma i pirati non lo ascoltarono, la loro attenzione era catalizzata verso una presenza in fondo alla sala. Gamba di Legno spalancò gli occhi e fece un passo indietro, come d'altronde fece Bragan. Al la Triste, seguita da Occhi di Gemma e Ti Mousse, invece si avvicinò per vedere meglio. Davanti a lei c'era una creatura che doveva essere stato un uomo, solo che ora era ridotto ad essere uno scheletro, indossava un vecchio cappello da pirata sulla testa. Le sue orbite vuote sondavano le anime dei vivi.

“Il Capitano dell'Ammiraglia immagino”, disse Al.

Lo scheletro si alzò, poggiò le mani ossute sul tavolo e le si avvicinò. Poi afferrò la mano metallica di lei e si produsse in un cortese baciamano.

“Signora, la prego di sedersi al mio tavolo e di bere con me.”

“Volentieri”, rispose avvicinando una sedia.

L'oste non osando avvicinarsi si nascose.

“Prendete pure quello che volete”, bisbigliò.

Lo scheletro prese una bottiglia e ne versò una generosa dose alla sua ospite.

“Capitano che ci fai qui? Spaventi i vivi?”

“Oh andiamo. Mi chiamo Jon e non sono qui per spaventare i vivi, sono in cerca di aiuto. Sembra però che incuta troppa paura per farmi ascoltare. “

“Aiuto per cosa?” chiese, non accorgendosi di avere un tono incuriosito.

“Aiuto per salvare un posto che tutti conoscono e di cui io sono il custode: Il Cimitero dei Pirati.”

Ogni pirata che potesse chiamarsi tale aveva sentito di quel posto, frutto di molte storie e leggende. Ogni volta che un capitano o una vecchia nave vogliono porre fine alla propria vita, si mettono in viaggio verso una certa isola, che è il cimitero. Si vocifera che molti vorrebbero mettere le mani sui tesori custoditi in tale isola ma nessuno sia riuscita a trovarla.

“Sei il guardiano? Spiegati meglio e perché me ne stai parlando?”

“Questa è una lunga storia, di cui mi piacerebbe parlartene a bordo. Sappi però che il governo di Bramamir ha deciso di agire. Non so come abbiano fatto a sapere l'esatta ubicazione del cimitero ma comunque sia ora lo sanno. Tuo padre vigila su di te, è stato lui a dirmi che ti avrei incontrato qui”, disse toccando un nervo scoperto.

“Mio padre”, disse balbettando. “È ancora vivo?”

“No mia cara, certo che no. Non volevo darti false speranze ma sappi che veglia su di te anche da morto.”

“Ma non riesco a capire, se sei il capitano dell'Ammiraglia, perché hai bisogno di me?”

“Non posso fronteggiare tutta la flotta di Bramamir, ho bisogno di te e dell'Arc-Kadia. Se accetti sarai ricompensata.”

“Ho già tutti i tesori che voglio.”

“Ti offro ben di più di qualsiasi tesoro. Che ne dici di aver l'opportunità di rivedere tuo padre?”

Al rise e poi sputò sulla propria mano per siglare l'accordo.

“Siamo d'accordo.”

Dietro di lei, la gente non poteva credere ai propri occhi: la famosa Al la Triste aveva appena fatto un accordo con il Capitano dell'Ammiraglia....

Capitolo 2 - Il Cimitero Pirata

Rapidamente L'Ammiraglia e l'Arc-Kadia lasciarono Dente di Squalo. L'equipaggio aveva avuto giusto il tempo di poter comprare quanto necessario per loro stessi e per la nave. Il cimitero, in realtà, non era molto lontano ma ciononostante nessuno riusciva a trovarlo. Grazie alla guida di Jon, il nostro gruppo poté accedere al cimitero dei pirati. Questa grotta, all'interno di un'isola più grande, era ricolma di navi affondate, navi inutilizzabili e vecchi relitti. Ce ne erano tantissime, per lo meno una trentina. Tutto era illuminato dalla luce proveniente dalle moltitudini di lanterne presenti. Questo spettacolo diede molte emozioni alla ciurma; Al la Triste per esempio era preoccupata: in questo luogo sarebbero stati come topi. L'Ammiraglia si avvicinò alla Arc-Kadia, in modo che i due capitani potessero stabilire un piano d'azione.

“Non preoccuparti, siamo in una posizione di vantaggio. Le loro navi non possono entrare più di una alla volta. Se mai dovessero arrivare, l'Ammiraglia e la Arc-Kadia sono entrambe dotate di eccezionali cannoni. Facciamo parlare la polvere, mi piacerebbe sentire di nuovo l'urlo belligerante dell'Ammiraglia.”

“Quanti pensi saranno?”

“Saranno una dozzina di quegli arroganti... Al massimo saranno una ventina.”

“Sono tantissimi.”

“Allora speriamo siano solo una decina.”

“Non so perché mi sia cacciata in questo pasticcio ma, ehi, anche per morire bisogna farlo con carattere”, disse tornando il timone. “Tutti ai posti di combattimento.”

A quel punto tutto l'equipaggio si mise ai posti di combattimento. Bragan, Mylad e Becca-tuono erano pronti a scagliare i loro fulmini per grigliare i nemici. Klemence stava regolando Ekrou ed Ica-Rusty. La squadra d'assalto era pronta; Armata era pronta ad usare i suoi nuovi “giocattoli” ed Occhio di gemma era intenta ad urlare ordini a tutti. Sull'altra nave, Jon era pronto. Unico uomo a bordo dell'Ammiraglia ma ciò nonostante la nave non era mai sembrata più viva. Una prima nave fece capolino nella grotta. L'ammiraglia si diresse verso la nave, ben più piccola, con una velocità sorprendente. Senza perdere tempo l'Ammiraglia la spezzò a metà come un panetto di burro. Immediatamente una seconda nave apparve, questa era ben più grande e virò subito a destra.

“Quella di prima era un diversivo. Questa è una nave FendiVento.”

“Farà la stessa fine di quella di prima", ed ordinò. “Fate ruggire i cannoni.”

L'Arc-Kadia si avvicinò alla nave nemica e le si posizionò alle spalle.

“Colpite i motori.”

Le armi spararono ferro e fuoco, annientando i motori della nave nemica. Senza possibilità di virare, questa non poté fare altro che schiantarsi contro gli altri relitti. Nel frattempo, l'Ammiraglia era intenta a speronare una nuova nave. Era una nave da guerra, sostanzialmente delle stesse dimensioni della Ammiraglia ma Jon, grazie alla sua abilità di manovratore riuscì nel romperle il timone e così facendo la rese innocua. In quel mentre apparve una vera minaccia. Nella grotta apparve un enorme galeone nero con un rosso vessillo recante il simbolo di Nehant. La stessa Ammiraglia si ritrovò in grandi difficoltà quando la nave nemica lo speronò. Briscar che stava analizzando la battaglia, corse da Al.

“Capitano! Quella è la Dama Nera.”

“Cosa?”

Afferrò il cannocchiale che il pirata aveva in mano.

“Ottimo. Questa volta sarai tu a dover darti alla fuga.”

La nave nera recava ancora i segni del loro ultimo incontro, Palegeouse non si era nemmeno preso la briga di far riparare la sua nave. Al pensò che tale condotta fosse vergognosa per un pirata. Guidò la sua nave in modo da portare la Dama Nera a distanza di cannone. Questa volta sarebbe stata Al a guidare l'assalto.

“All'arrembaggio”, urlò. “Armata vai con le bombe.”

La giovane donna, nella sua lucida follia, lanciò le bombe di sua creazione contro la nave nemica. Il danno fu considerevole. L'equipaggio della Dama Nera era ora diviso in due gruppi: quelli che difendevano la nave e chi tentava di abbordare l'Arc-Kadia. Klemence mandò Ekrou ed Ica-Rusty a difendere babordo e tribordo, mentre lei stessa si occupava del ponte. Nessun avversario avrebbe potuto passare inosservato a questi tre. La stessa Al prese parte ai combattimenti; prima affettò diversi nemici e poi abbordò la Dama Nera, là incontrò il Capitano della nave nemica, Palpegeouse, che le veniva incontro per affrontarla. Palpegeouse era un uomo formidabile: dall'aspetto massiccio, con lunghi e sporchi capelli. La sua barba nera era intrisa d'olio e il suo sguardo era quello di un pazzo.

“Ahh la figlia del Gigante, diverrai un mio trofeo per tutte le notti che verranno.”

“Preferisco la morte”, rispose Al dando inizio alle ostilità.

Al combatté con due pistolame sul braccio meccanico ma ciononostante non riusciva ad avere la meglio; Paplegeouse era un temibile avversario che aveva sconfitto frotte di pirati nella sua vita. Non molto lontano Gamba di Legno stava menando gran colpi di sciabola quando il suo braccio decise di muoversi come avesse vita propria. Come mosso da una forza invisibile, il braccio guidò Gamba di Legno e gli fece afferrare Al per i capelli. La giovane donna ne rimase sorpresa ed in quel mentre venne ferita da un colpo di spada. Immediatamente notò che il suo avversario era come cambiato, una lugubre aura nera lo avvolgeva.

“Molto bene”, disse una voce distorta. “Tu non capisci che non sono più Palpegeouse, il celebre pirata, bensì sono Morte-geouse, servitore di Nehant.”

Le parole di festeggiamento del demone non durarono a lungo. Jon si era lanciato dalla Ammiraglia e si buttò contro il demone. Approfittando della sorpresa, Al usò il massimo della forza che il suo braccio meccanico le concedeva e conficcò la spada nella testa di Morte-geouse.

“Mangiala”, disse conficcando la spada con tutta la forza che aveva.

La testa del pirata esplose come una zucca. Durante il combattimento una ragazza era entrata nella stiva approfittando del caos creatosi. Quello che vide la fece rabbrividire. C'erano cadaveri ovunque, sia di pirati che di civili. Era troppo per lei, abbandonò la posizione e si diede alla fuga.

“TORNIAMO A BORDO DELL'ARC-KADIA. TUTTI A BORDO”, urlò Armata.

Al la Triste montò a bordo solo dopo che l'ultimo dei suoi avesse abbandonato la nave nemica. L'Arc-Kadia si allontanò mentre la Dama Nera e l'Ammiraglia esplodevano in un turbinio di fiamme verdi e in un vortice di fumo nero. L'equipaggio era messo maluccio ma avevano appena vinto una battaglia di cui si sarebbe parlato per anni ed anni.

Giudizio e Pena


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Capitolo 1 - Giudizio

Come sono giunto qui? A volte mi chiedo perché il mio destino sia così orribile. Sembra che la morte sia la mia sorte, una compagna da cui evitare il dolce bacio. Commisi il mio primo omicidio alla nascita, prendendo la vita di mia madre. Il mio primo grido avvenne proprio nel mentre in cui lei moriva. Quando avevo sette anni, fu mio fratello a morire a causa mia. Scappai di casa, lasciando mio padre solo e rabbioso, ormai senza famiglia. Lungo la mia strada incontrai un amorevole e folle gruppo di persone, mi piacciono, devo dire che sto bene con un'arma in mano. Hanno deposto la loro fiducia in me ma non ne sono stato degno, sono stato sedotto dall'oscurità e manipolato dalle mie stesse paure ed incertezze. Ho servito la morte meglio di quanto avessi mai fatto, nella mia cecità ho ucciso persone che nemmeno conoscevo. Infine il buio che mi avviluppava se ne è andato, lasciandomi ad un fato ben peggiore della morte stessa. Ma sono sopravvissuto... ancora una volta... Il mio nome è Telendar, attendo che finalmente la sorte possa redimere me ed i peccati da me commessi. Attendo che il mio tempo giunga al termine in una cella di Noz'Dingard. Non c'è dubbio, la Draconia metterà fine alla mia follia.

La grande porta di legno che conduceva alle celle cigolò quando la guardia la aprì; un fascio di luce illuminò l'ex capo degli Zil. Il primo ad entrare fu Zahal, aveva la spada sguainata ed un volto cinereo, ben diverso dalla sua solita espressione gioviale. Dragone aveva insistito perché il Cavaliere Drago fosse presente durante l'interrogatorio. Dietro di lui c'era la Phytie. La giovane donna non portava il velo, canonico del suo ordine. Il volto di lei era impassibile ma i suoi occhi mostravano tutta la riluttanza che provava. Il carceriere aprì la porta sbarrata della cella, il cui abitante era il più importante dell'intera prigione. Telendar voltò loro le spalle, non aveva nulla da dire. Questo gesto venne male accettato da Zahal, il quale pur aspettandoselo non poté che infuriarsi. Il Cavaliere Drago diede un feroce calcio al prigioniero e una volta che questo era caduto a terra, lo immobilizzò con il piede e sguainò la spada.

“Ne ho abbastanza di te. Dammi solo una buona ragione per tagliarti la gola e lo farò.”

Telendar rimase sorpreso da tanto odio ma subito si ricompose.

“Cosa aspetti allora, pietà!!” disse alzando le braccia in segno di resa.

La Phytie mise un braccio attorno al cavaliere.

“Capisco le tue emozioni Zahal, ma la morte sarebbe una sorte troppo benevola e non siamo stati inviati per questo.”

Guardando i grandi occhi dolci e il viso delicato dell'Oracolo della Draconia, Zahal si calmò e mollò la presa, strofinandosi il petto per il dolore che provava dentro di se.

“Perché siete qui allora?” chiese.

“Ti interrogheremo su quanto da te commesso”, rispose La Phytie. “Ovviamente non lo faremo con le parole, tutto ciò che voglio sapere è già scritto. Ora bisogna solo andare oltre.”

Cosa intendeva con andare oltre? Telendar lo capì immediatamente.

La Phythie prese il viso di lui tra le sue mani e lo guardò dritto negli occhi. La volontà di Telendar venne meno. L'oracolo si mise a cercare qualcosa di specifico nella mente di lui, ma come temeva, quello che le interessava era stato nascosto. L'aspetto della Phytie cambiò, i suoi lineamenti divennero più serpenteschi, i suoi occhi divennero come quelli di una serpe. Il giovane si spaventò e scivolò in uno stato catatonico. Zahal osservò tutto con attenzione, pronto ad attaccare al primo segno di pericolo.

“Non è stato facile ma ora dovrei avere una visione completa”, disse La Phytie con voce squillante. “Finalmente potremo sapere come sono andate esattamente le cose.”

Ora La Phythie poteva vedere tutto della vita di Telendar, dal momento più felice a quello più triste. Si concentrò sui ricordi dell'anno precedente, quando il giovane era sotto il controllo del Nehantista. Anche i ricordi della sua sottomissione erano presenti e facilmente leggibili. Telendar uccise molti avversari senza essere in grado di poter agire di conto proprio. Ma la cose più importanti furono le immagini ed i suoni di coloro con cui aveva parlato. La Phytie ci impiegò diverso tempo per ricomporre i ricordi ma alla fine le fu chiaro che era il Nehantista ad aver mosso tutti i fili.

“Quindi dietro agli omicidi c'è lo stesso uomo che ha influenzato il Consiglio, Dimizar. Il presente non finirà come il passato, dobbiamo cambiarlo.”

La Phythie smise di sondare il giocane quando avvertì una presenza nella cella che non era di Telendar o di Zahal. Non sapeva il perché ma avvertì come una scossa.

“Stai bene?” le chiese Zahal.

La presenza svanì e la Phythie si trovò ad essere inquieta.

“Ho visto quello che volevo, ora il suo futuro è nelle mani del Profeta.”

Telendar si rannicchiò in un angolo, con il viso solcato dalle lacrime. La mattina seguente, Noz'Dingard era in fermento. Anche se quanto avvenuto il giorno prima era stato a porte chiuse, una parte della popolazione ne era a conoscenza ed ora era riunita fuori dal palazzo in cui Telendar aspettava di essere giudicato. Per le persone comuni, Telendar era colpevole ma il caso era ben più complicato di così. Il corpo di guardia era stato schierato al completo ed erano presenti perfino le stregaspada. La popolazione, solitamente disciplinata, intonava frasi lugubri come “morte all'assassino”, “impiccatelo” o “giustizia deve essere fatta”. All'interno del palazzo, il futuro del giovane sarebbe passato tra le mani di un folto numero di persone importanti, chiamate ad assistere Kounok nel promulgare la sentenza. Anryena era presente come Capo del Compendium, dell'Accademia di Magia e come madre del defunto Profeta. C'erano anche il Maestro Mago Marzhin, il figlio Pilkim, Aerouant, Marlok, Zahal, Valentin, Alishk, Eglantyne, Moira ed infine La Phythie. La maggior parte di queste persone aveva vissuto in prima persona gli eventi che portarono all'assassinio del Profeta. Ognuno di loro infatti testimoniò quanto aveva vissuto in questa terribile e grande vicenda. Un'ora più tardi, la Phythie intervenne facendo l'arringa finale. Si mise al centro della stanza, in modo che tutti potessero vederla.

“Il nostro nemico, nel sua arroganza, si crede al sicuro nel suo Maniero. Ha fatto però il grave errore di consegnarci qualcuno che ne conosce l'ubicazione e che inoltre ha lavorato per suo conto. Sappiamo tutti ciò che è accaduto al Profeta ma è veramente Telendar il responsabile? Come se un membro della gilda dei Guerrieri di Zil fosse divenuto da un giorno all'altro, nostro nemico. Il vero nemico si chiama Dimizar. Non lasciamoci accecare dall'odio verso colui che era solo uno strumento nella mani del Nehantista.”

Aerouant, tra il pubblico, era diviso tra differenti sentimenti. Davanti a se aveva l'assassino di suo padre ma era lui che avrebbe dovuto essere punito.

Anryena percepì le cose in maniera corretta, avrebbe avuto pace solo con la cattura di Dimizar.

Il trambusto finì in fretta. Tutti era d'accordo. La morte del Profeta era stata opera del Nehantista. Kounok prese il posto precedentemente occupato dalla Phythie e si mise vicino a Telendar, il quale era inginocchiato a terra.

“Tu non sei responsabile della morte del Profeta. Tuttavia secondo le leggi del Consiglio delle Gilde avevi il dovere di proteggere i membri della tua gilda dal controllo del Nehantista.”

Questa regola faceva sì parte del codice del consiglio delle gilde ma era in disuso, dal momento che non si era vista magia nehantica negli ultimi decenni.

“Verrai giudicato dal Consiglio e quindi la tua condanna servirà a riparare agli errori da te commessi. Sotto la nostra guida e quella del Consiglio ci aiuterai a dare la caccia al Nehantista. Questa dovrà essere la tua unica ragione di vita. Una volta che ciò sarà compiuto, sarai libero.”

La parola magica! Telendar aveva un obiettivo davanti a se, seppur difficile. La misericordia di cui aveva appena beneficiato a Noz'Dingard lo avrebbe aiutato ad andare avanti.

“Verrai condotto in cella mentre il Compendium stabilisce la sentenza.”

Kounok andò a sedersi al suo posto.

“Nel nome di Dragone, dichiaro questo caso chiuso. Ora guardie, riportatelo in cella.”

Zahal, Moira ed Eglantyne condussero il prigioniero in prigione. Nella grande sala, mentre Kounok parlava con il Maestro Mago Marzhin, apparve in forma umana Dragone. Il maestro-mago si inginocchiò subito in segno di rispetto.

“Maestro-Mago, per favore alzati.”

“Vuoi che me ne vada?” chiese Marzhin.

“No, è a te che devo parlare. Ho ricevuto una grande notizia, è tornata la spedizione con il Mangiapietra.”

“Ottimo”, tagliò corto Kounok.

“Sì, bisognerà mandare degli uomini in quel luogo.”

“E così sarà fatto.”

“Per quanto riguarda quanto detto dal Signor Galmara. Un passaggio è stato aperto tra il nostro mondo e quello dei morti. Arkalon d'Erpienne, caduto durante la guerra con Xzia, è tornato da noi. Avrei preferito che fossimo informati prima ma poco importa, alla fine è stato dato il consenso dall'Imperatore. Il ritorno di Arkalon è fondamentale. Accelererà il futuro. Ora coesistono 4 Cavalieri Drago, ci guideranno assieme agli eserciti della Draconia. Arkalon deve tornare qui e svolgere il ruolo che gli è consono. Dobbiamo essere pronti, Profeta, tutto ciò avverrà sarà nel futuro prossimo.”

Poi Dragone si rivolse a Marzhin.

“Ho una richiesta molto importante Maestro-mago, vorrei addestrare tuo figlio.”

“Siamo al tuo servizio Drag...”

Non fece in tempo a finire la frase, che Dragone gli toccò la spalla, scomparendo assieme nel nulla.

Capitolo 2 - Pena

La ragazzina attendeva da ore di fronte a quell'enorme pietra blu. Si stava annoiando tantissimo e cercava di passare il tempo come poteva. Fortunatamente per lei, il giardino ridosso al palazzo era splendido in quella stagione. Era un luogo di pace e serenità, ricolmo di migliaia di specie diverse di fiori. La ragazzina, che era stufa di aspettare, si mise a girovagare per il giardino. Lei proveniva dalla Draconia centrale ed aveva subito approfittato della possibilità di venire qui; si meravigliava delle gloriose statue degli eroi del passato ed era attratta dalla grande e splendida vasca in cui nuotavano in pace diversi pesci esotici. Si sedette a bordo vasca, piena di sogni e di speranze. Perché le era stato chiesto di venire in quel posto? Lei non lo sapeva ma le importava poco saperlo. Un rumore la destò dai suoi pensieri, una piccola creatura apparve da dietro un cespuglio.

“Un drago”, esclamò. ”Che bello.”

Tutte le caratteristiche dei draghi enunciate nelle leggende erano di fronte a lei: pelle squamosa, sguardo da serpente, un paio di ali ed occhi a fessura. Il drago, poco più grande di un cucciolo si avvicinò ad Ardrakar senza paura. Si strofinò contro di lei, facendosi accarezzare con gioia.

“Sei bellissimo, io sono Ardrakar e tu?”

“Si chiama Kounok”, disse una persona che si stava avvicinando.

All'ingresso del giardino apparvero due persone. Uno di loro sembrava un mago: aveva occhiali piccoli, lunghi capelli grigio-blu e anche il suo semplice vestito era magnifico per via di una spalla a forma di drago di cristallo. La seconda persona invece era più grande e massiccio. Sicuramente addestrato alla guerra secondo le arti di spada. Aveva lunghi capelli bianchi nonostante fosse ancora giovane.

“Lei chi è?” disse con un po' di delusione. “Lei sembra infelice.”

Il Profeta non stava però ascoltando. Era interessato a come Ardrakar e Kounok avessero immediatamente legato.

“Non ci sono più dubbi amico mio”, disse.

Il mago si accovacciò di fronte ad Ardrakar e Kounok.

“Vedo che hai fatto amicizia con Kounok. Io sono il Profeta. Lo sai chi è il Profeta?”

La ragazza annuì timidamente.

“Questo è il Cavaliere Drago Arkalon, ha bisogno di aiuto ed in cambio ti addestrerà.”

Si alzò con agilità tenendo in braccio il cucciolo.

“Potrei anche avere spada ed armatura? O è troppo?” chiese guardando Arkalon. Il Cavaliere Drago mise una mano sulla testa della ragazzina.

“Se ne sarai degna sì. Prima però avrai bisogno di una casa e di una buona istruzione.”

Ardrakar si svegliò con una strana sensazione. Perché aveva sognato questo momento della sua precedente vita? I suoi sentimenti l'avevano influenzata minimamente durante il suo passaggio al Nehantista. Non era tristezza ciò che provava, era più simile ad una brutta sensazione come il disagio. Sentì una vaga presenza, qualcosa allo stesso tempo di molto familiare e molto lontano. Quella mattina si era distanziata dagli altri per capire l'origine di tali sentimenti. Tali sensazioni umane non rappresentavano altro che una debolezza. Nel primo pomeriggio lasciò il Maniero di Zejabel senza farne parola con alcuno. Cominciò a camminare senza apparente direzione. Il tempo passava e lei era già entrata nei confini della Draconia. E i suoi sentimenti dicevano... La notte era inoltrata quando arrivò in luogo da lei ben conosciuto.

“La tomba di Exhien... Ho camminato fino a qui... per quanto tempo?”

Una leggera nebbia rendeva il luogo ancora più misterioso. La tomba del primo Cavaliere Drago di Noz'Dingard era un luogo sacro per l'ordine di cui lei una volta faceva parte. Avanzò fino a raggiungere un monumento dedicato agli eroi del passato. Una statua di cristallo blu era stata costruita su una collinetta, al centro della quale si trovava il corpo di Exhien. Lei rimase pietrificata mentre i suoi ricordi riprendevano vita in lei, ricordandole chi fosse stata e da dove provenisse.

“Onore!”

La parola risuonò come un eco nella sua testa. Si voltò e si trovò davanti ad una persona che avrebbe dovuto giacere in quel luogo. Era Arkalon d'Arpienne, indossava la sua armatura da Cavaliere Drago ed aveva un viso bianco come un fantasma. Ardrakar rimase di sasso. Arkalon stringeva un'arma ed era fermo, immobile. Lei riconobbe subito la spada di lui, Azzurro, la spada che una volta usava.

“Devozione! Fedeltà! Pragmatismo! Ricordi ancora i tuoi giuramenti Ardrakar?”

Il tono con cui aveva parlato Arkalon non lasciava alcun dubbio su quanto fosse infuriato.

“Come sei arrivata qui? Tu che una volta eri il mio orgoglio e la mia gioia.”

Poi si prese una breve pausa e riprese.

“Sono tornato dalla morte per te, per cambiare il tuo destino.”

Ardrakar non rispose. Lei che conviveva con demoni e gli orrori del Nehantista, aveva innanzi a se l'unica persona che le facesse provare paura. Conosceva bene il suo antico maestro, lo aveva visto combattere gli eserciti di Xzia. Il fato aveva voluto che riposasse proprio in quel luogo, tra i cavaliere drago. Ma come aveva fatto a scappare alla morte? Istintivamente portò entrambe la mani alla spada, la Chimera Nera. Arkalon vide immediatamente il legame tra quella lama e Nehant. Lei prese coraggio e finalmente parlò.

“Tu non sai alcunché su ciò che ho vissuto Arkalon.”

“So che eri debole e che hai tentato di controllare Chimera ma il suo potere ti ha fatto impazzire.”

“Tu sbagli, quello fu il momento in cui mi allontanai dal sentiero che era stato tracciato ma non ho alcun rimpianto. Guardami, oggi sono molto più potente di te.”

“Ti vedo ma non vedo altro che un imitazione”, esclamò il Cavaliere Drago con rabbia.

Arkalon piantò con rabbia Azzurro nel terreno e in quel mentre la vera Chimera apparve tra le sue mani. Ardrakar fu assalita dal terrore di trovarsi ancora una volta di fronte a quella lama. Mentre diversi sentimenti riaffioravano in lei, si trovò ad affrontare un paradosso. Arkalon la avrebbe attaccata per castigare quanto da lei commesso? Doveva essere lei a finire la discussione? In ogni caso, pensò, dovrò affrontare Arkalon. La battaglia fu combattuta a colpo di Chimera. Nella lotta non era più i due compagni d'armi, il maestro e l'allieva. Erano una rappresentazione della lotta tra Nehant e Dragone. La violenza dei colpi menati risuonava come lacrime nella notte. Ardrakar fece appello ad i suoi poteri di Guemelite di Nehant, mentre Arkalon fece utilizzo nel forte legame che aveva con Dragone. Il vecchio maestro era colpito dall'enorme abilità di Ardrakar; da un lato era orgoglioso di vedere quali fossero le sue capacità, dall'altro era triste nel vedere cosa le era accaduto. Purtroppo per Ardrakar, la vera Chimera era di gran lunga superiore al suo alter ego nehantico. Arkalon disarmò l'avversario e la colpì, facendola cadere a terra senza sensi. Chimera, soddisfatta dalla piega degli eventi, tornò da Kounok. Arkalon poi si inginocchiò davanti ad Ardrakar e con un gesto affettuoso le accarezzò la guancia.

“Ho sempre pensato a te come mia figlia. Come padre non posso lasciarti nelle mani del Nehantista.”

Tirò fuori da una borsa di velluto una pietra blu macchiata di nero e la mise tra le mani di Ardrakar.

“Dragone mi ha chiesto di darti questo. Cambierà la copia di Chimera in Azzurro. Ora toccherà a te dimostrare di essere forte, bisogna prima morire per poter rinascere.”

Arkalon le diede un bacio sulla guancia e poi se ne andò. Lei si svegliò tempo dopo con un forte mal di testa. Si sedette e notò che la pietra che aveva in mano emanava una tenue calore. Era la sua vecchia pietra cuore, che una volta era connessa a Dragone, prima che ottenesse una nuova pietra dal Nehantista. A quel punto qualcosa si ruppe in lei. Lacrime nere sgorgarono dai suoi occhi e si mise in posizione fetale. Azzurro brillava, come in attesa di essere chiamata da Ardrakar. La tentazione era forte, si ricordava dei tempi che aveva passato con Arkalon, l'uomo che le aveva insegnato tutto prima di essere ucciso. Poteva ancora tornare indietro e tornare ad essere un Cavaliere Drago della Draconia. Si alzò lentamente e nonostante i suoi sentimenti confusi tentò di chiamare Chimera Nera ma essa non apparve. Un altro motivo per chiamare Azzurro. Strinse l'impugnatura della spada e la sollevò da terra. Era leggera, molto più della Chimera Nehantica, la cui magia era aggressiva. Era un piacere maneggiare Azzurro, era leggera e sottile. Rimase ferma a pensare al suo futuro ed alla sua condizione. Doveva continuare a seguire Nehant di cui era stata amante ma che ora era interessato ad Ombrosa. In questo sacro luogo aveva indagato abbastanza su di se e sul suo cuore.


Dissidenza


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Capitolo 1 - Il legame invisibile

“Fatto! Il germe del dubbio crescerà lentamente ma vedrai che diverrà uno dei nostri più importanti alleati. Ora figlio mio, tocca a te recitare la tua parte e proteggerlo.”

Anryena guardava Exhien, il suo figlio più giovane, intento a giocare nei giardini di corte. Kounok era scosso dalle parole di sua madre ma in cuor suo, dubitava.

“Madre, percepisco di nuovo il legame. Ti lascio il comando in mia assenza.”

“Son abituata a ciò, stai tranquillo, la Draconia sarà in buone mani” rispose Anryena alzandosi dalla panchina su cui era seduta.

“Non ne dubito ma da quando son divenuto il Profeta, non avevo mai lasciato Noz'Dingard” disse lasciando trapelare un pizzico di senso di colpa

“Ruolo che adempi in maniera esemplare. So che pensi di non essere all'altezza di tuo fratello ma voi due siete diversi ma eccezionali entrambi.”

Per rispondere Kounok si alzò a sua volta e baciò Anryena sulla guancia.

“Spero di non fare tardi”

Anryena guardò Kounok andare via, come una madre vede il suo piccolo.

“Ed ecco un altro dei miei figli che parte, padre. I nostri avversari, aiutati dal Corruttore, sono pericolosi. Non sopporterei il dolore di perdere un altro figlio” disse a voce alta

“Disfattista. Sarà il Nehantista ad incorrere nella furia di Chimera e del Profeta, non il contrario” risuonò la voce di Dragone.

“Meglio essere disfattisti ed essere piacevolmente sorpresi che essere troppo fiduciosi. Sai dov'è lei?”

“Sarà dove mi aspetto che sia . Kounok ce la farà, vedrai”

Anryena era inquieta.

“Vieni figlia mia” disse tendendo la mano ad Exhien “Non dimenticare mai che io sono con lui”


Ogni passo era un pensiero, un peso nella grande bilancia che avrebbe determinato la sua fede. Valutava, nella mente, i pro ed i contro di ciascuna decisione. Aveva lasciato il suo Azzurro, prima di pentirsene e riandarlo a cercare.

La pietra cuore che aveva innanzi indicava una direzione mentre l'altra, quella datale da Arkalon, indicava un altra via, verso Dragone. Che fare?

Che crudele dilemma. Questo dilemma la tormentava ma ciononostante, senza rendersene conto, si stava dirigendo verso una direzione, verso Nehant. Nehant era nella sua prigione di cristallo e la sua magia indebolita ma colui che era appena giunto tra le fila, il suo antico e potente luogotenente Amidaraxar, la stava attirando verso se.


Il sole era celato, dietro la linea dell'orizzonte. Kounok decise che era giunto il momento di riposare. Accese un fuoco da campo mentre il suo cuore batteva lontano.

Vide apparire la nebbia dei Confini, la quale celava la prigione di Nehant. Un pensiero lo sorprese:” Quando la Draconia sarà libera da quella piaga purulenta?” Per il Profeta, la prigione di Nehant, era come una macchia d'inchiostro su una pergamena intonsa.

Il suo viaggio alla ricerca di Ardrakar sarebbe servito ad estirpare Nehant? Il giorno successivo avrebbe incontrato colei per cui stava rischiando tanto. Rimembrò di quando era un ragazzo, i duri addestramenti e la speranza, un giorno di prendere il posto di Arkalon. Il legame si fece più forte.

Rimembrava ancora quando in forma di dragone, era libero di svolazzare dove gli pareva e di giocare con la sua compagna di avventure. Non aveva mai capito perché si fosse creato un legame tra di loro, in quel momento. Era un amore inespresso? O era stata l'intercessione di Dragone a crearlo?


Nel mezzo della nebbia dei Confini, la prigione di Nehant era animata come non mai, dopo la fine della guerra. Il nehantista diligentemente preparava la liberazione del suo maestro.

La magia di incarcerazione era infrangibile, almeno fin quando Amidaraxar non avesse scoperto la ragione della potente magia di Eredan. Ciononostante Nehant poté proiettare un immagine di se, fuori dalla pietra in cui era rinchiuso.

Degli schiavi avevano reso più confortevole il luogo, erigendo un trono su cui ora sedeva l'immagine di Nehant; Ombrosa vigilava attenta sullo stato dei lavori e sul fatto che nessuno venisse a conoscenza di quanto stesse avvenendo.


Nehant sul suo trono, era furioso. “Così lei è dubbiosa. Come può resistere alla mia magia?”

Amidaraxar, in ginocchio e con lo sguardo a terra, rispose “Rinchiuso nella prigione, la tua magia è più debole oh Maestro, lascia fare a me”

Non si poteva vedere il volto di Nehant, occultato da un cappuccio ma non c'era dubbio che stesse riflettendo sul da farsi. Ombrosa aveva preso il posto di Ardrakar al fianco di Nehant, per ovvie ragioni: la sua antica compagna era un incredibile combattente. Non poteva però lasciare che Ardrakar irrobustisse le fila di dragone.

La decisione da prendere era radicale.

“Ci sbarazzeremo di lei”

Amidaraxar aveva un idea di come svolgere il compito e pertanto chiese un umano, lì presente, di accompagnarlo fuori dalla nebbia dei Confini. La notte stava scendendo velocemente.

Il nehantista si inginocchiò innanzi all'umano, soggiogato dai suoi poteri, brandendo un libro. Disegnò antichi riti magici. Un alone di luce vermiglia comparve attorno all'umano, il quale cominciò a piangere di dolore.

Il suo corpo stava mutando, diveniva enorme e per nulla umano.

“Chi ha invocato Fornace?”

“Ogni volta dici la stessa frase?” chiese ironicamente

“Tu?”

Fornace fece due passi indietro, vedendo chi fosse l'invocatore.

“Sono ai tuoi ordini, Maestro” rispose riprendendosi.

“Ignorerò il fatto che tu non abbia riconosciuto subito il tuo antico maestro. Ora però ho bisogno dei tuoi seguaci”

Fornace annuì e poggiò una mano a terra. Il terreno eruppe per il calore, infrangendosi e squagliandosi. Apparvero una dozzina di piccoli demoni, simili a Fornace. Si misero in fila.

“Eccoci Maestro, ai tuoi ordini”

“Attraversate montagne e pianure. Portatemi Ardrakar.”

Link interni

La Storia di Eredan iTCG

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